“The Bay”, l’horror antinquinamento di Barry Levinson: i pidocchi di mare invadono la città

“The Bay”, l’horror antinquinamento di Barry Levinson: i pidocchi di mare invadono la città

Giu 7, 2013

È uscito il nuovo film di Barry Levinson, The Bay, un horror che si basa su un’idea bellissima, che sviluppa atmosfere agghiaccianti ma che – a causa di alcune scelte dovute probabilmente all’età avanzata del regista – non rende.

L’idea è vecchia, ma rinnovata, e comunque è passato così tanto tempo da quando il filone dell’horror biologico (e delle pellicole complottiste, anche) era in auge che nessuno lo ricorda più. L’umanità, impegnata ad arricchirsi sempre più, ha causato un disastro: le feci dei polli, allevati in modo massivo, sono versate nella baia, dove i pidocchi di mare nell’acqua salmastra sono mutati, e diventati giganteschi.

Sono ovunque, e crescono a una velocità mostruosa (“a causa del brodo tossico”, sic, il parassita diventa adulto in otto ore). E gli uomini mettono i piedi nell’acqua, e la bevono…

Negli Stati Uniti vige la deregulationche dà facoltà agli industriali di decidere se applicare o meno misure antinquinamento alle proprie aziende. Il film è un implicito ammonimento.

Noi rivediamo gli eventi di Chesapeake bay (ed è qui il punto debole del film) attraverso i filmati girati il giorno della catastrofe (guarda caso, il 4 luglio, giusto per aumentare il simbolismo: era necessario?). Per lo più, il girato di una televisione locale, in cui Donna, la nostra voce narrante sta facendo il tirocinio. Ma anche filmati della polizia, le videocamere, le chat di Skype, delle persone coinvolte nel disastro, di una web radio, di FaceTime, un incomprensibile filmato in bianco e nero, le riprese di una coppia di scienziati (che moriranno sott’acqua in favore di videocamera, non si sa come recuperata).

Questo film, che richiama Lo Squalo, Pirana e molti altri horror ecologici, è falso ma verosimile. Lascia intatti nomi di luoghi e premesse ma estremizza le conseguenze.

A colpire non sono tanto le scene disgustose (anche se la fotografia del pesce dalla cui bocca sbuca la cymothoa exigua, così come il primo piano della donna morta da cui escono giganteschi pidocchi di mare, sono piuttosto inquietanti) ma l’atmosfera, angosciosa e spettrale, il senso di irreversibilità e impossibilità di salvezza. Anche perché appunto è verosimile: si sa che le aziende versano di tutto in mare, gli escrementi di pollo sembrano addirittura il male minore, e che industriali e politici sono in combutta per minimizzare i rischi per la salute. Quindi, che distanza c’è tra le premesse e le conseguenze?

Il problema, si diceva, è la tecnica del regista. Se si vuole fare il Blair Witch Project ecologista, si deve essere Daniel Myrick e Eduardo Sanchez. Il found footage ha delle regole, o diventa un mockumentary. Si registra a mano con i mezzi scelti e si monta in modo consequenziale. Levinson invece vuole fare il regista. Mette la musica nel montato, e la usa per il climax. Spuntano inquadrature da videocamere che formalmente non dovrebbero esistere (su tutte, la scena conclusiva del medico in ospedale o di Stephanie e Alex quando quest’ultimo muore e noi, formalmente, staremmo vedendo tutto via Skype, o ancora, lo strano montaggio del viso del sindaco poco prima dell’incidente stradale).

La mano del regista (che inspiegabilmente fa traballare la camera quando è quella del cameraman professionista di Donna, mentre è fermissima quando usata dal primario del pronto soccorso) è talmente presente da non permettere mai allo spettatore di “entrare” nel film.

Se a ciò uniamo un doppiaggio disgustoso, piatto, assolutamente inespressivo, e dialoghi incredibili (quando il poliziotto urla “Moriremo tutti!” non si può non ridere a crepapelle. È una citazione voluta?), il risultato non è convincente. A poco serve l’aver scelto attori non professionisti, selezionati tra i cittadini di Georgetown, in South Carolina, dove si sono svolte le riprese. A poco è servito usare 25 telecamere e uno smartphone con cui girare il film. Soprattutto se Donna a un certo punto parla di “riprese del film”, quando sta facendo un servizio per la tv locale…

La discesa nel terrore di una piccola comunità, sconvolta da un’epidemia devastante, fa paura a chi osserva, ma non crea davvero il senso di comunità sotto assedio, perché tutti sono soli, isolati, sembra che nessuno si conosca. Non stiamo guardando, insomma, una comunità. Ciò che più profondamente trasmette il film è il senso di isolamento, la cui immagine migliore è quella dei morti in Main Street, mentre aspettavano i soccorsi. Soli e separati.

La storia cui Levinson si è ispirato, sembra falsa. E certamente esagerata. Sappiamo che a Chesapeake Maryland si sono riversati migliaia di galloni di sostanze chimiche (usate per estrarre gas tramite fratturazione idraulica). Alcune famiglie sono state evacuate e la tv locale 16 WNEP ha seguito i fatti con una troupe. Un fatto grave, vero, ma il film The Bay parla di minimo 700 morti in un giorno, a Chesapeake, ammazzati da un pidocchio di mare mutante.

Mi hanno chiesto di girare un documentario sulla baia di Chesapeake, avvelenata per il 40% della sua superficie“. Alla ricerca di fonti Levinson si però è imbattuto nel documentario Poisoned Waters della PBS e ha pensato di non poter aggiungere nulla al lavoro già esauriente compiuto dalla televisione pubblica americana. Però qualche settimana dopo aver rifiutato l’offerta gli è venuto in mente che forse si potevano introdurre tutti quei fatti in un racconto di pura fiction, in cui l’orrore diventa il catalizzatore dell’attenzione del pubblico rispetto a notizie che, come afferma lo stesso Levinson, “nel rumore mediatico di ogni giorno passano per lo più inosservate“.

Alcune frasi sono inquietanti, seppur fuori luogo: ad esempio quando con camera fissa sulla casa, sentiamo il dialogo che si ascolta all’interno. Sentiamo qualcuno dire “Strisciano, li sento strisciare dentro”, e “escono dai loro corpi! Stanno strisciando su di loro! Non ha la lingua, non riesce nemmeno a parlare.” O quando si dissezionano i pesci e si vedono i pidocchi di mare che li han mangiati da dentro (vien voglia di smettere con la fauna ittica!). L’acqua salmastra è sempre marrone, color colera e malattia. Ottimo anche il panico in ospedale.

Altre frasi, per contro, fanno solo ridere. Oltre al già citato “moriremo tutti!” del poliziotto Jim, che urlerà anche “Mi mangia vivo!”, la frase in sovraimpressione: “la baia rimane al 40% priva di vita”, che è semplicemente incomprensibile. Al suo ingresso nella storia, poi, Donna deve sembrare sconvolta. Si ferma bel suo racconto, quando è solo al prologo, fa sarcasmo sui suoi pantaloni. Ma il risultato è soltanto di perdere, non di guadagnare, in credibilità. Assurda anche la non meglio determinata scienziata che sostiene che “i pesci non mordono altri pesci” (e non è vero: lo fanno).

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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