La Turchia, Stefano Cucchi ed i nostri paesi civili

La Turchia, Stefano Cucchi ed i nostri paesi civili

Giu 6, 2013

Siamo ancora convinti di vivere nella parte di mondo sviluppata, nella parte di mondo civile, guardiamo con ironia ai selvaggi che ancora si crescono nudi in mezzo alle foreste, vivendo in capanne di fango, senza elettricità, senza mai aver letto un libro, senza mai aver potuto accedere alla cultura.

Quella cultura di cui noi andiamo fieri, ci riempiamo la bocca, quella cultura che da sempre portiamo a mente e ancora continuiamo a studiare sempre ancora illudendoci di farlo allo scopo di non ripetere in futuro i grandi errori che l’uomo ha commesso nel passato.

Ma i selvaggi, nelle foreste, quelli che vivono di caccia, quelli che ci sembrano così buffi e fuori dal tempo per le loro strane credenze, per tutti i loro riti così lontani dal nostro mondo, i selvaggi nelle foreste mai e poi mai arriverebbero a doversi svegliare un giorno trovandosi ovunque sotto agli occhi la brutalità, l’empietà, la perversione, l’immoralità, lo schifo, il disgusto, l’oscenità che noi uomini civilizzati quotidianamente fronteggiamo ed accettiamo.

Nel nostro mondo avanzato pare che tutti gli uomini siano uguali e pare che tutti gli uomini siano uguali davanti alla legge. Ma non vedo gli uomini uguali. Vedo che il posto in cui nasci ti condiziona e ti mortifica come una maledizione. Vedo che se nasci maschio o se nasci femmina non sarà la stessa cosa.

Stesso discorso se sei ricco, stesso discorso se le tue idee non corrispondono a quelle che il tuo Paese vuole che tu abbia, e così per la tua religione,  per la tua nazionalità, per il tuo orientamento sessuale, per i tuoi usi e costumi, l’elenco potrebbe andare avanti ancora ed ancora, sputando sulla carta dei diritti inviolabili dell’uomo che sempre noi, uomini civilizzati, abbiamo sentito il bisogno di stendere. Non loro. I selvaggi non hanno mai sentito il bisogno di qualche foglio per ricordarsi le regole basilari dei loro mondi.

Vedo, e lo vivo tutti i giorni sulla mia pelle, ed in giornate come queste ci penso con le lacrime agli occhi, vedo che se nasci in un Paese come questo e sei una ragazza, magari una ragazza carina, può succedere che ti fermino sbronza alla guida, un pericolo estremo per te stessa e per gli altri, e tutto quello che ottieni è una ramanzina da quattro carabinieri stronzi.

Quei carabinieri stronzi che nel nostro Paese evoluto e civilizzato possono picchiare fino ad uccidere di una morte crudele, oscena e terribile un ragazzo, fermato per un po’ di droga. Possono ucciderlo e possono farla franca, perché loro sono la legge.

Sono la legge loro, che ti fermano sbronza e ti invitano a fare colazione insieme. Sono la legge i finanzieri, che ti incontrano nei locali chiedendoti di prendergli da bere con i loro soldi falsi perché tu sei una ragazza e non ti controllano.

Sono la legge loro, che spalano merda pieni di rigorosa moralità su tutta la nostra gioventù dannata che passa il tempo a divertirsi, che passa il tempo a drogarsi. Spalano merda e vivono combattendo le stesse persone con le quali si ritrovano di notte, nell’ombra, mentre la loro triste e sporca società civile non li vede, e si divertono con loro facendo le loro stesse identiche cose.

In questo mondo ci sono io, i miei più grandi problemi degli ultimi giorni, che sono i miei generici problemi di tutti i santi giorni, sono stati, come al solito, i professori da rincorrere, gli esami che si accavallano, le moli di studio improvvisato ed i pensieri per la famiglia e per gli altri affetti.

In questo mondo ci sono io, che ho guardato con occhi sognanti al coraggio dei ragazzi turchi che si battevano in difesa dei loro alberi. Erano solo degli alberi, soltanto delle ridicole piante, probabilmente molti dei ragazzi che hanno protestato per loro neanche c’erano mai andati in quel parco, perché siamo ragazzi,  perché anche se il mondo non ci vede così, noi siamo tutti uguali, siamo giovani uguali, abbiamo voglia di divertirci allo stesso modo, abbiamo voglia di sognare allo stesso modo, siamo tutti allo stesso modo terrificati a morte dal mondo che presto dovremo affrontare da soli.

Quegli alberi non erano più soltanto alberi, quegli alberi erano tutto. Difenderli è diventato un disperato grido in soccorso di quell’ultimo briciolo di civiltà che rimaneva in quel Paese. E chi ha il potere l’ha capito, ha capito quanto era importante per loro quella piccola, ridicola speranza e l’ha pestata e ci ha sputato sopra senza pensarci un attimo. I due fidanzatini che magari si trovavano emozionati, mano nella mano alla loro prima protesta, convinti di fare la cosa giusta, contenti di sentirsi finalmente grandi e di poter provare anche loro a fare qualcosa per cambiare il mondo, potrebbero essere quei corpi nauseabondi con la schiena a brandelli che ci riportano le ultime foto.

Lui potrebbe essere quello con la faccia sfondata, senza più un occhio. Lei potrebbe essere quella della foto successiva, quella col cranio rotto contro la palizzata di ferro. Il loro sangue potrebbe essere quello dell’altra foto ancora, quello che inonda il cemento assieme a quello di molti altri ragazzi come loro. Ed il loro sangue potrebbe essere il nostro, ma il fatto è, che noi siamo un Paese civile, e da noi queste cose non succedono, dicono.

 

Written by Francesca Lettieri

 

Fonte

Blog Francesca Lettieri

 

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