Intervista di Rebecca Mais a Mirella Ioly ed al suo libro “Antonia”

Intervista di Rebecca Mais a Mirella Ioly ed al suo libro “Antonia”

Giu 5, 2013

Di recente pubblicazione “Antonia” (Hacca Edizioni, 2013) di Mirella I0ly è la narrazione della vita della coraggiosa Antonia, una donna cilena che, trasferitasi in Canada, riavvolge la pellicola della propria esistenza rievocando momenti felici e dando a noi lettori la possibilità di percorrere un viaggio nel tempo e nella storia, in quel Cile tanto spesso nominato per questioni preminentemente politiche ma raramente così ben delineato.

È una storia ricca di dolore ma al tempo stesso di speranza scritta in maniera delicata ma decisa, un libro che lascia certamente la sua profonda impronta.

La scrittrice, insegnante italiana ormai trasferitasi in Canada ed in questo periodo impegnata nella promozione del suo libro in Italia, ci ha gentilmente dedicato un po’ del suo tempo e ha risposto ad alcune nostre domande che aiuteranno i lettori a conoscerla meglio e a scoprire i suoi progetti letterari futuri.

 

R.M.: Quali sono le sue letture abituali e i suoi autori prediletti?

Mirella Ioly: Mi limito a parlare dei romanzi, sennò la storia si fa lunga. Sono da sempre una lettrice abbastanza onnivora, almeno per quanto riguarda la narrativa. Ho letteralmente divorato qualche mese fa il primo volume de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, il “Game of Thrones” di George R.R. Martin e l’ho trovato avvincente anche se credo che molti intellettuali storcerebbero il naso considerandolo letteratura trash. Sto leggendo il “1Q84” di Aruki Murakami di cui avevo già letto “Dance, dance, dance” e, dopo un inizio elegante ma freddo come un piatto di sushi, ora la storia si sta “scaldando” ad ogni voltata di pagina virtuale (lo leggo sul Kindle). Mi piace Michel Faber dei racconti “Some Rain Must Fall” che non so se siano tradotti in italiano e de “Il Petalo cremisi e il bianco” che di sicuro lo è. Un altro autore che in questi tempi mi appassiona è David Mitchell : “I Mille autunni di Jacob de Zoet” è un romanzo intrigante, colto, con un incredibile gioco di contaminazioni linguistiche (però l’ho letto in originale non so come sia reso in italiano) e passaggi di tale forza visiva che sembra di leggere un fumetto (vedi la morte del samurai). L’irlandese Toibin di “The Master e Brooklyn” lascia il segno. Mi piace larga parte di Mc Ewan, mi divertono i gialli della francese Vargas e anche la trilogia di Larsen sugli uomini che odiano le donne (e gli dice molto male), anche se la scrittura non è da capolavoro. Dei canadesi (io vivo là) amo solo le scrittrici donne e specie la Atwood, anche se non sempre e non tutto. Ci sono i nostri “grandi vecchi” da Dante che sembra irriverente solo citare, al sempiterno Manzoni, a Pirandello, a Svevo, alla Morante a Pasolini, Moravia e Calvino e ai grandi romanzi dell’ottocento francese e russo, letture che hanno attraversato la mia adolescenza e la carriera di insegnante. Cerco di frequentare, anche vivendo all’estero, i “nuovi famosi” italiani: qualche buon De Luca d’annata, Ammaniti la cui scrittura mi sembra vada crescendo  di romanzo in romanzo. Mi è piaciuto “Canale Mussolini” di Pennacchi, una scrittura sapiente, una prospettiva diversa da cui guardare la nostra storia.  Inaspettatamente mi sono innamorata di “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, con le sue selezioni giustamente arbitrarie dei libri da “tenere”, dopo essere stata a lungo infastidita dai suoi romanzi costruiti in provetta. Interessanti  nuove (per me) scrittrici donne, tra cui, soprattutto, Melania Mazzucco. Poi c’è la letteratura latino-americana, naturalmente, dal grande Borges maestro di raffinatissimi intrighi letterario-filosofici, ad Amado, a  Marquez.  Mi piace, anche se non mi appassiona, Isabel Allende e, tra i recentemente riscoperti, mi affascina la scrittura coltissima e un po’ folle del cileno Bolaño. Indietro nel tempo, sono innamorata di alcuni eterni romanzieri inglesi: Stevenson, soprattutto e la Austen. Dickens è un grande, ma la sua scrittura è spesso noiosa. Sono letture molto variegate, apparentemente, e tuttavia c’è  un filo conduttore che lega l’amore per quelli, tra i romanzieri, che hanno messo  in me radici più profonde: amo soprattutto i grandi “cuntastorie”, come dice Camilleri, i raccontastorie, gli affabulatori, gli incantatori di parole, scrittori antichi come Omero di Odisseo o recenti post-moderni, grandi costruttori di  “machine  narrative”  in cui molteplici personaggi con il loro carico di passioni, di gioie e di pene, riempiono angoli di un affresco composito il cui disegno unificante emerge  man mano che si procede nella lettura. Mi piace la scrittura solo apparentemente divagante, che non perde mai il filo che tiene nascostamente unita la materia e riesce a convincere  il lettore a fidarsi, seguendo i paladini nella magica selva di Ariosto dove tutti si perdono e si ritrovano, lungo  i “Sentieri che si biforcano” di Borges, fino a quando, “Ogni cosa è illuminata”, come per il protagonista del romanzo di Jonathan Safran Foer.

 

 

R.M.: Questo è il suo primo romanzo ma dal linguaggio impiegato e dalla consapevolezza nell’uso di ogni singola parola è chiaro che non si tratta della sua prima scrittura. Forse sbaglio?

Mirella Ioly: No, non sbaglia naturalmente. Il piacere della scrittura e della narrazione mi ha accompagnato sin dall’ infanzia e, quando mio padre la sera non mi recitava pezzi del Furioso di Ariosto affollati di cavalli alati, orche marine, oggetti magici e donne tradite, oppure non mi leggeva di Sandokan alle prese con il perfido rajah bianco di Sarawak, io mi costruivo  lunghe storie “ a puntate” per addormentarmi. Era come andare al cinema (l’altra mia grande passione) ogni notte. Scrivere racconti e poesie durante gli estenuanti viaggi pendolari dei miei primi anni di insegnamento a Priverno (scalo Priverno-Fossanova), mi ha salvato da incombenti crisi isteriche quando, dopo una giornata cominciata alle cinque di mattina e cinque ore di insegnamento alle spalle, l’altoparlante annunciava: “Il treno  proveniente da Napoli Centrale via Formia e diretto a Roma-Termini, viaggia con un ritardo imprecisato.” Quell’imprecisato ritardo, assai ricorrente purtroppo, foriero di interminabili attese e ritorni a casa sul far della sera, era addolcito solo dal blocco di appunti che coprivo di poesie e brevi storie, rivisitazione di avventure quotidiane di viaggio, che poi regalavo ai miei colleghi-protagonisti dei racconti e co-vittime delle inefficienze delle nostre ferrovie.  Per molti anni,  a parte un saggio di materia economica pubblicato su Il Mulino, mi son limitata alla scrittura “privata” (cioè per mio solo piacere) delle lezioni di letteratura italiana e latina che preparavo per gli studenti, italiani prima, canadesi negli ultimi anni. Ripensandoci, ho utilizzato il power-point come gli antichi cantastorie si servivano delle loro tele, per illustrare le storie che andavano narrando. La scrittura “ufficiale” è stata ancora di saggistica: Un saggio sull’eredità di Pirandello nel teatro di Eduardo, un altro sull’insegnamento delle “lingua seconde” in Canada, piccoli pezzi dialogati per una trasmissione su una radio canadese, alcune conferenze su letterati italiani del Rinascimento e sul Barocco e Caravaggio. Poi è arrivata “questa” storia e non ho letteralmente potuto fare a meno di scriverla a da subito ho pensato che volevo farne una cosa non solo privata e ho cominciato a inviare il manoscritto con la sconsiderata e infantile (nonostante l’età) sicurezza che sarebbe stato pubblicato.

 

R.M.: Com’è nata l’idea di un romanzo con il Cile come principale ambientazione? Vi è forse in ciò qualche aspetto autobiografico?

Mirella Ioly: L’idea del romanzo è nata davanti a un piatto di gnocchi. Avevo preparato gnocchi fatti in casa, nella mia casa canadese a Ottawa, per una scrittrice e traduttrice cilena che avevo da poco conosciuta, Gabriela Echeverry,  con cui ci scambiavamo lezioni di lingua. Mentre cucino, Gabriela comincia a raccontarmi pezzi della sua vita passata e presente, mentre sorseggiamo un “rosso” cileno. Quando, a fine serata, lei è andata via, la storia, la mia versione della sua storia, ha cominciato a formarsi nella mia testa. Anziché andare a letto, sono scesa nel basement (il seminterrato dove c’è il mio studio) e ho cominciato a scrivere. Non mi sono fermata per i successivi sei mesi, scrivendo, quasi sempre, solo di notte. Non lo so cosa mi ha spinto a lasciare da parte un’altra storia “romana” che avevo cominciato, per “Antonia. Le spiegazioni che posso dare, sono solo razionalizzazioni a posteriori: le vicende famigliari di Gabriela, di sicuro singolari, hanno certo giocato un ruolo importante, anche se José Antonio, il padre fedifrago e sognatore, è soprattutto una mia creatura, come pure lo sono tutti gli altri componenti della famiglia, a parte il loro numero che è effettivamente di undici fratelli – cugini “ufficialmente” noti. C’era poi il Canada, l’esperienza comune dell’emigrazione da un paese del “sud del mondo”, da culture e lingue “calde” e ridondanti, all’asciuttezza dei modi e delle forme espressive dell’inglese. Ma credo che sia stato soprattutto il golpe cileno del ’73 ad aver fatto scattare la molla. La notizia del golpe, quand’ero ancora tanto giovane e m’illudevo che Salvador Allende sarebbe davvero stato l’esempio salvifico di una democrazia socialista in grado di imporsi con la forza dell’appoggio pacifico del popolo, fu per me un colpo fortissimo. Mi sembrò, allora, il crollo di molte speranze per il futuro del mondo. Il capitolo di Urbino, è per larga parte autobiografico. Ci sono naturalmente molti altri aspetti autobiografici, nella storia, vicende di periferia romana “camuffate” da storie di Coquimbo, Cile. Ma mi sono documentata e ho scoperto che quelle storie se non erano di lì, avrebbero comunque potuto esserlo. Segno che c’è effettiva vicinanza tra lontani paesi del “sud del mondo”, come dice Antonia.

 

R.M.: Antonia può essere definita un’eroina della nostra epoca, una donna che pur avendo attraversato terribili circostanze è riuscita ugualmente a costruirsi un futuro e a rielaborare il suo passato tentando di cancellare l’oppressione esercitata da esso. Quanto di lei vi è nel personaggio di Antonia?

Mirella Ioly: Chi lo sa? Antonia tira sassi, come me che da ragazzina facevo a sassaiola con bande rivali di ragazzini al Tufello. Antonia ama correre, come ho sempre amato anch’io che forse ora pago questa passione con un’operazione all’anca. Il piacere della corsa è certo gioia per la vita, ma anche voglia di fuggire in un altrove e verso il futuro, nella speranza che sia meglio del qui e del presente, come lo sono i viaggi che Antonia intraprende nella sua vita. Io ora vivo in Canada, penso di spostarmi di nuovo da Ottawa verso il west del paese per amore di mia figlia e per un altro pezzo di futuro possibile da condividere, fin quando l’idea di futuro può continuare ad essere alimentata. Vorrei conservare, pur nella vendita della casa romana, un “appoggio” italiano per non dimenticare, per conservare gli affetti, i ricordi, tutto il passato, magari rivestendolo e travestendolo, facendone letteratura. Non è quello che fa Antonia?

 

R.M.: Il suo romanzo tratta diverse questioni importanti e parrebbe rivolgersi ad un pubblico di un certo spessore. Da chi vorrebbe venisse letto il suo libro? Qual è in sostanza il suo pubblico ideale?

Mirella Ioly: So che la mia può essere considerata, e probabilmente lo è, una storia molto al femminile: le vicende del riscatto di una donna dalla miseria economica e dalle vicende politiche del suo paese, la storia della forza del suo carattere che si impone alle circostanze avverse, perché a tutte oppone il proprio diritto ad esistere e esprimersi. Ma non ho davvero pensato a un possibile pubblico, mentre scrivevo. È vero che, appena ultimato, ho subito cercato uno sbocco di pubblicazione per il romanzo, ma mentre scrivevo l’ho scritto per me, per farmi “il cinema della notte”, come da ragazzina. Il romanzo tratta anche questioni importanti, è vero, come l’evento del golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973, che traccia un solco, forse mai colmato, nella vita della protagonista. Ma le problematiche di fondo sono quelle di tutti e quelle di sempre: il rapporto con la famiglia d’origine (siamo d’accordo che quella di Antonia è un  po’ particolare) con conflitti palesi o latenti, slanci d’affetto e egoismi; le storie d’amore felici e infelici, drammatiche e leggere; gli incontri che ti segnano; i tradimenti; le ambizioni e i sogni; i pregiudizi.  È il tessuto della vita e non solo di Antonia cilena e non solo delle donne. Del resto, poiché seguiamo Antonia nei suoi salti nello spazio, ma anche nel tempo, nella storia si intrecciano problematiche dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e ahimè! della senescenza. Il mio pubblico ideale è quello che ama le storie.

 

R.M.: Il suo libro è acquistabile solamente in formato cartaceo, ma qual è il suo pensiero riguardo il mercato digitale? Legge mai e-books?

Mirella Ioly: Sul cammino della ricerca di un editore, ho incontrato l’Hacca edizioni e Francesca Chiappa. A Francesca  cui devo grandissima riconoscenza per la pubblicazione del mio romanzo senza aver ricevuto la segnalazione di nessun “già noto”, ha mantenuto la scelta del cartaceo e non posso dire di non amare la sensazione tattile di leggera resistenza della carta sotto le dita che girano le pagine, il profumo della stampa, il fascino di una bella grafica di copertina in cartoncino opaco o lucidissimo, la fila colorata di libri che si allineano sugli scaffali della  libreria. Raccontano di te, delle tue scelte, di come sei. Ti salutano quando entri in casa. Ma utilizzo largamente il Kindle e quindi mi servo del principio dell’ e-book e sono contenta della  sempre più rapida diffusione di libri pubblicati nella veste virtuale. Oltre all’incredibile possibilità di avere in viaggio o mentre sei in fila ad uno sportello o aspetti il tuo turno dal dentista, lo “spirito” di centinaia di libri di ogni genere e formato, e a consentire grandi risparmi editoriali e di spazio in casa quando non ne hai, l’e-book permette a molti autori nuovi di essere conosciuti e apprezzati, sganciandosi dalle trafile, che possono per molti essere frustranti e lunghissime, della prima lettura da parte delle case editrici.

 

R.M.: Il suo prossimo libro? Sta forse già lavorando a qualcosa di nuovo?

Mirella Ioly: Ho cominciato a scrivere il mio secondo romanzo appena ultimato il primo. L’ho fatto inizialmente seguendo le indicazioni pescate in internet su “Se hai ultimato il tuo primo romanzo”. Consigliavano di lasciar riposare il testo, rileggerlo per limarlo solo dopo qualche tempo e dopo  aver ricevuto qualche feedback e iniziare intanto a scrivere qualcos’altro per non restare fissi alle sorti del già scritto, in ansiosa attesa di pubblicazione. Devo dire che ha funzionato. Ho cominciato con sforzo, non riuscivo a staccarmi da Antonia. Pian piano però questo nuovo testo ha cominciato a prendere forma e ora mi dispiace di non dedicargli tutte le cure che vorrei per farlo crescere, in quanto la sorella maggiore, Antonia, ancora non si è resa pienamente autonoma e devo occuparmi di lei. Il “secondogenito” è un romanzo più complesso nella struttura, nel quale la realtà non è filtrata solo attraverso la sensibilità di un protagonista, ma guardata da diverse angolazioni tanti  quanti sono i personaggi principali della storia, con molte “anomalie” e segreti, sotto la superficie della tranquilla agiatezza perbenista di una famiglia borghese marchigiana. Anche qui, la famiglia, come lo scenario delle azioni dei personaggi, si dilata nello spazio e nel tempo, ad abbracciare mezzo secolo e “il mondo”.

 

R.M.: Grazie Mirella per le sue parole e grazie per aver scritto un così bel libro. Ora non ci rimane che attendere il suo prossimo romanzo.

 

Written by Rebecca Mais

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: