“Alluci scalzi”, silloge poetica di Bianca Mannu – recensione di Carlo Onnis

“Alluci scalzi”, silloge poetica di Bianca Mannu – recensione di Carlo Onnis

Giu 4, 2013

Ancora prima di entrare nella dimensione della silloge di Bianca Mannu, si è colti da una prima sollecitazione derivante dal titolo prescelto dall’autrice. Titolo singolare e emblematico, in quanto sembrerebbe di vedervi già rappresentato,simbolicamente,  il tessuto che si svolge nelle 25 composizioni che formano la prima parte della raccolta.

Alluci allude ai piedi  che rappresentano il punto di contatto diretto tra il nostro essere corpo  e la natura di cui siamo parte e in cui siamo immersi. Alluci è anche l’esca lessicale che attira e afferra lembi di memoria ancora informi e comincia a significarli. Se anche “scalzi”, diventano preciso riferimento alla sensibilità percettiva ed emozionale dell’essere umano, la quale indica e introduce subito la dimensione specifica delle esperienze aurorali, quelle dell’infanzia.

Tutti i componimenti della raccolta sono abbracciati vigorosamente a quella memoria attiva e particolare. Essa consente di conservare e rendere visivamente percettibile e istantanea l’attualità(consegnata al presente indicativo dei verbi) di quell’antico vivere  e anche di combinarla costantemente con l’attuale matura dimensione esperienziale. (Due attualità conviventi l’una dentro l’altra come le matriosche.) È una memoria che ha dormito cullata nel cuore  mentale dell’autrice, consentendola lievitazione della materia primaria che costituisce il motivo più autentico della sopravvenienza necessaria e inarrestabile del dicibile.  

È col motto di sorpresa che  si popolano i versi di Bianca Mannu. E subito condensano immagini rimaste impigliate nel tessuto prezioso della memoria che si  risveglia e prende a raccontare fatti primordiali. Nella memoria erano e sono allocate le formule segrete strategicamente disposte a caricarsi di effetti verbali intesi dal silenzio,dove l’infanzia ha giocato la propria intensa e fresca vitalità.

In quel “cortile sterrato” che le vespe e le cicale – già animose coprotagoniste e testimoni dell’avventura fanciulla – hanno abbandonato per altri lidi sconosciuti più vicini o  più lontani, quel tempo  rievocato scopre l’attualità e la tensione del suo consistere e insistere come un presente che, caricandosi, non trascorre.

Un presente che è, appunto,  memoria in crescita, pronta a offrire materia, forma, sostanza e motivazione della vita e della sua inarrestabile necessità di farsi tempo, suono, ritmo e nuova parola di esperienza – nel laboratorio creativo di Bianca Mannu. Come è palese nei tornanti del suo discorso, quel memorato tempo entra nel cerchio dell’età matura innestandosi come attuale e coerente soggetto/oggetto di appartenenza(sole, pioggia, occhi, narici e papille) del corpo-sensi all’intero corpo-mondo.

Così che esso, accorgendosi di sé (memoria e mente), diventa giustificato motivo di entusiastica sorpresa e meraviglia: quasi che quel suo potenziale, dilatando la coscienza, s’illumini all’improvviso di nuova e più diversa luce, tale che ogni visione appare nella sua completa concretezza.

La memoria quindi ha già in sé infiniti significati che non erano palesi o palesati nell’attimo fattuale dell’accadimento. Ma Bianca, con la sua capacità descrittiva rigorosamente realista, altrettanto astratta, in perfetta sintonia di forma e sostanza,intercetta una sua densa quintessenza che consente al suo linguaggio di parlare e  di parlarsi, figurando.

Si avverte così, limpido, un equilibrio formale e sostanziale tra il dentro e il fuori, parendo quasi che tutto il contenuto del dire venga offerto senza alcun progettato coinvolgimento, fisico o psicologico, della sfera personale dell’autrice. Perciò il risultato poetico è profondamente lirico. Perché il lirismo di Bianca non è evocazione del solo sentire sofferto o puro entusiasmo,ma luogo concreto dove, rinascendo, sta in equilibrio quell’istanza che scalda e ricompone il dissidio tra corpo e anima, tra mito e realtà, tra senso,dissenso e non senso, tra desiderio e constatazione e intuizione. 

Va da sé che nella poetica di Bianca Mannu c’è un preciso conferimento espressivo alla parola e al silenzio. E in tali interpunzioni si allocano i vapori densi della sua irriducibile e preziosa ambiguità.  Tra le sue maglie vive la sua solitudine, quale condizione di ricerca assidua, necessaria per attingere il significato essenziale ed intimo dei suoi pensieri, tramite l’uso di un raffinatissimo vocabolario.

Parimenti raffinatezza e retorica – che pure sono sue componenti – convivono e dialogano, non solo tra loro, ma con decise evolute dissonanze lessicali, scaturite da affetti, inquietudini, supposizioni,intuizioni  e persino concetti, tramite cui Bianca Mannu riesce a raggiungere un risultato esteticamente godibile, anche per effetto del distacco ironico che quelle stesse dissonanze  provocano.

Infatti nelle pieghe della discorsività poetica dell’autrice, un posto di originale rilievo assume il piglio ironico e autoironico, ciò che denota una volontà di rompere la solidità delle apparenze e dei valori ovvi, ma anche svela la recondita fede nell’esorcismo della parola ambiguamente allusiva, dove  va a dissimularsi e rincuorarsi la personale fragilità dell’autrice, alle prese con le difficoltà esistenziali ed espressive. Però lei cova la speranza e il sogno,condensati nella memoria e nella volontà, di poter pervenire ad una soddisfazione – magari rappresentata solo da un avvistamento indiziario – della sua sete di giustizia  e d’amore. Questa sete è, insieme col canto, il suo demone.

Per lei, dunque, tutte le cose restano a completa disposizione della sua vitalità creativa. Infatti Bianca Mannu, nobile e altera nella sua profonda ricerca poetica ed esistenziale, ha lottato e lotta con determinazione, per percorrere la sua strada. Perciò la sua poesia non può che toccare il lettore nella sua sensibilità umana e culturale e chiamarlo ad aderire e magari condividere.

In definitiva il suo entusiasmo profondo e denso di concretezza le consente, anche nei momenti di crisi o di deluso ripiegamento, di prendere la rincorsa, caricarsi  del suo provvidenziale orgoglio vitalistico per “volare più nuovo e più alto”.

 

Written by Carlo Onnis

 

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One comment

  1. Sono l’autrice di Alluci scalzi. E naturale che trovi molto bella ed efficace questa questa nota introduttiva di Carlo Onnis.

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