“Antonia”, romanzo d’esordio di Mirella Ioly – recensione di Rebecca Mais

Opera prima di Mirella Ioly, “Antonia” (Hacca Edizioni, 2013) è il cammino di vita di una donna cilena che ha dovuto combattere con i proprio fantasmi e con le realtà che la circondarono fin da piccola.

 

Antonia nacque a Coquimbo, una cittadina cilena nota in quanto baia d’approdo del pirata Francis Drake, e visse in una famiglia numerosa composta dai suoi fratelli e sorelle, la madre Enríqua, la zia Inocenta e i cugini.

La figura maschile tuttavia le mancò a causa di un padre troppo impegnato nella ricerca del leggendario tesoro di Drake anziché preoccuparsi di dare una sicurezza economica ed affettiva alla famiglia.

Nonostante tutto la sua infanzia non fu poi così disastrosa e l’appoggio della madre le permise di trascorrere un periodo studio ad Urbino, nella lontana Italia, in quella mitica Europa della quale fino a quel momento aveva solo letto sui libri.

Ma la situazione economica del suo Cile non era mai stata brillante e il culmine della povertà e della disperazione si raggiunsero nel 1973 con il golpe di Pinochet e il conseguente rovesciamento di Allende. Antonia dovette così tornare in patria per ritrovare la famiglia ed il marito Ricardo.

Ma la situazione non migliorava e nel momento in cui lei rimase incinta decise di scappare in Canada con il marito con il quale il rapporto d’amore si era ormai già deteriorato da tempo. Qui Antonia tenta di ricostruirsi una vita e comincia una relazione con George, il suo angelo custode, ma dovrà prima fare i conti con un duro passato che troppe volte aveva tentato di scacciare senza risultato.

Leggere questo libro significa compiere un lungo viaggio nel Cile degli ani ’70-’80, rivivere la povertà che allora, come ancora oggi purtroppo, caratterizzava le famiglie cilene, le classiche famiglie numerose che riunivano diverse generazioni, ma significa anche immergersi in quelle atmosfere spesso rievocate dagli autori sudamericani in bilico tra realtà ed esoterismo.

È una storia al femminile con grandi e coraggiose donne come protagoniste, donne che devono rielaborare il proprio passato, sempre con la paura che ciò che di negativo vi è stato torni a galla inconsapevolmente, ma che al tempo stesso hanno il dovere di pensare al proprio futuro e a quello dei propri cari.

Antonia come sua madre deve affrontare gli uomini della sua vita e lo stesso sua figlia Manuela che crede di essere l’erede della sfortuna in amore della sua famiglia.

La protagonista si rivolge nel romanzo ad uno psicanalista con il quale rivivrà la sua esistenza passata e grazie al quale tenterà di fare un po’ di pulizia tra le mille peripezie vissute. Ogni flashback è intenso e doloroso e riporta a quel Cile spesso rievocato ma raramente così ben osservato come avviene tramite le parole di Mirella Ioly.

L’aspetto psicologico è qui presente con un ruolo predominante, gran parte della vicenda gira attorno a questo e coinvolge buona parte dei protagonisti del romanzo che vengono ispezionanti nel profondo della loro anima e della loro psiche.

Un romanzo che in parte può certamente essere definito storico, il quale mostra l’importanza della famiglia e dell’amore che attraversa in continuazione l’esistenza dell’essere umano. Pagine che si fanno leggere rapidamente e che una volta concluse lasciano l’amaro in bocca e l’impressione che dopotutto la speranza che ha accompagnato la protagonista non è stata poi del tutto illusoria e che qualcosa da salvare vi è sempre, nonostante tutto.

Arrivata a casa fui pervasa da uno strano stato d’animo: tutto mi era noto e estraneo allo stesso tempo. Guardavo e riguardavo le stanze, gli oggetti, tutto ciò che mi era stato familiare: la pentola appesa al muro nella quale cuocevamo le verdure che nonna Inês mondava, la mensola dove mamma Enríqua posava le chiavi, il barattolo di vetro dove conservava i soldi per le spese quotidiane. Osservavo gli oggetti che mi ero contesa con i miei fratelli e sorelle e fratelli-cugini, come il pettine di corno senza tre denti, la bambola con la testa di porcellana che da un lato rideva dall’altro piangeva, e che ora aveva un aspetto rognoso in entrambe le espressioni, lo specchio dell’armadio per guardarsi prima di uscire, mentre da dietro gli altri ti spintonavano per conquistarsi il proprio riflesso.

 

Written by Rebecca Mais

 

One thought on ““Antonia”, romanzo d’esordio di Mirella Ioly – recensione di Rebecca Mais

  1. Vent’anni è l’età della divertente incoscienza (ma forse è solo un detto), in cui si è in balia di un’incontenibile voglia di vivere, si ha continua curiosità verso il mondo e si domina tutto con una spavalderia tipica di chi non guarda in faccia nessuno e alcuna convenzione pur di ottenere ciò che si vuole, stagione della vita in cui volere è davvero potere e le cui energie sono inesauribili e da sfruttare perché a un certo punto tutta la magia svanirà.

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