Un Fuori Salone sotto tono: spiccano la Casa Bio e l’Ortofabbrica, Milano 2013

Un Fuori Salone sotto tono: spiccano la Casa Bio e l’Ortofabbrica, Milano 2013

Apr 23, 2013

È passato anche per quest’anno il Salone del Mobile a Milano con accluso Fuori Salone e i suoi nugoli di tipi da salone che discettano di design brandendo una confezione di noodles passeggiando in via Tortona, cappelli, tagli skrillex, borchie, occhiali, barbe, gonne di tulle, redbull brandita con sicumera, tessuti scozzesi, food experience ad ogni angolo, norvegesi come se piovesse, donne attaccate alle spalle dei maschi, trolley (anche enormi), espadrillas, peruviani che puliscono dove noi abbiamo sporcato, cortili per una volta aperti, al Kafood un pad thai a 9 euro.

Un Fuori Salone sotto tono, con poche novità e ancor più pochi aperitivi gratuiti, il suo angolo più interessante è stato all’Oca Officine Creative Ansaldo, dove si sono raccolti gli artigiani locali, la piccola editoria, i creativi in proprio e i designer più fantasiosi. Spiccavano le lampade fatte di bottiglie assemblate, e di fruste per la crema unite e di spazzole per lavare i piatti a coda di pavone di Natalie Sampson affiancate a ceramiche di The New English.

Attraversata la sala inciampando nelle valigie, si raggiungeva lo spazio slow seating tra i pots di Neri&Hu, i tavoli bassissimi di Alan Chan, i vasi appesi di Opal Forniture (tra gente con cagnetti in braccio che dichiara “io sono un’artista”), divani di Chen Sa Rui sino all’angolo della Libreria Centofiori con volumi eccezionali. Al primo piano il meraviglioso angolo dell’editoria indipendente con i preziosi Foto Marvellini, Rom Ceramics, Rilab, Yradia, i Quadritos (piccoli altari votivi a musicisti, attori o scrittori morti) di Brunella Tegas. Gli abiti e gli accessori in gomma di Dorigatti (che ha realizzato anche una corona di spine), i lampadari di cartone di Antonio Salviani, lo Studio Fludd.

Si transita tra tatuaggi tribali, pantaloncini di jeans indossati con i collant, si viene definita con una sineddoche (“figa”), si schivano monopattini e giapponesi.

Al Superstudio non c’è più il cuore della festa, pochi gli stand interessanti, come quello di Yothaka, che lavora sui materiali, e Googy, con i suoi cavallucci a dondolo. In mezzo a tutto, donne vestite da pastorelle dell’Ottocento, neri con la giacca di pelle, giapponesi anoressiche con lo chinion, centrifugati alla barbabietola mentre ancora, dopo tutto questo tempo, si “vendono esperienze”.

Nella vicina via Savona di interessante c’erano la Casa Bio (per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche green, mi dicono. Coinvolgendo tutti i sensi) e l’Ortofabbrica con la vendita di Jewlery green (sì, anelli su cui crescono muschi e licheni!). Eccezionale anche l’enorme, evocativo e curatissimo spazio di Moooi.

Momenti tristi di vita quando si incrocia un tizio vestito da Godzilla che, all’interno di un ristorante, fa le foto con i numerosi passanti, mentre il solerte proprietario della baracca non lo molla un secondo. Dall’altro lato della strada, ad Hambistro, una cicciona francese con la cofana di capelli verdi se la ride un botto.

Attorno è un fiorire di bunheads, cappelli a calza, skrillex con dread (una nuova variante!), calze rosse ed eskimo, chi fa il saputo e dice cosa è di moda adesso, abiti alla Hannah di Girls portati con stivaletti, gente che cammina guardandosi dietro, scarpe fosforescenti, infilare dentro al mio occhio, una tuta della Iveco sul marciapiede brandisce bici rossa, ed è l’unico pezzo autentico di questa Porta Genova, l’unico che non fa finta di essere un meccanico, o che semplicemente si veste da meccanico. Lui è un meccanico. Pance prominenti su simpatiche magliette attillate. L’odore puzzolente degli alberi fioriti in via Bobbio, la tizia che inchioda perché non sa bere e camminare al tempo stesso.

In Brera la morte. Ci sono le botteghe storiche, ma in questo non si capisce dove sia la novità, dato che ci sono sempre e che forse neanche sono troppo storiche. L’ Ordine degli Architetti di Milano propone una monografia su Marco Zanuso. Allo Studiolabo mostra su Pierluigi Ghianda.

L’artista Alessandro Gedda presenta un’opera site specific sul territorio intitolata Attenzione al Design!, una serie di installazioni giganti distribuite tra largo Treves, via Solferino e via Brera a rappresentare le tre entità del distretto: Arte, Design e Cultura.

Alla Pelota, il collettivo Designjunction, osannato dalla critica al London Design Festival, si presenta a Milano con uno show curato nei minimi dettagli che vedrà protagonisti oltre trenta brand internazionali.

All’Università Statale è attivato Hybrid architecture & design, che verte sul concetto di ibridazione tra cultura e tecnologia, ma che per lo più consta in pareti fatte con plastica per rossetto e soffitti che dovrebbero suonare se li sfiori e cubi senza nulla dentro. Non mi ha fatto riflettere sui pericoli che il mondo corre.

Zaha Hadid è finita a Zara, da Poltrona Frau, con le nuove sedute Array e il divano Zephyr. A Porta Nuova Varesine; ma si doveva cercare, ecco Urban Stories design Event, che dicono è una nuova proposta del vivere contemporaneo. A me sembravano solo i consueti edifici in via di completamento. In via sarpi il tanto strombazzato Oriental Design Week era un’area espositiva – bella – con oggetti orientalegganti in mezzo ai cinesi sulla bicicletta cui non importava nulla. Un ottimo modo per allontanarsi dagli alternativi di grido di cui sopra e rilassarsi.

Tante le idee, ma quasi tutte poco sviluppate, come se il Fuori Salone di quest’anno fosse stato per lo più un trucco, un “troviamo lo slogan migliore per attirare pubblicità e ottenere un articolo sul giornale, ma non sbattiamoci a creare davvero qualcosa di compiuto”. Un andare a casa con la sensazione, neanche troppo vaga, di aver perso un’occasione.

 

Written by Silvia Tozzi

 

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