Intervista di Rebecca Mais a Paolo Pajer ed al suo “Il Punto estremo”

Intervista di Rebecca Mais a Paolo Pajer ed al suo “Il Punto estremo”

Mar 31, 2013

Opera prima dello scrittore Paolo Pajer, Il Punto Estremo (Erga Edizioni, ottobre 2012) è un percorso di riflessione profonda sulla vita e sulla morte, è la cruda consapevolezza della nostra impotenza dinanzi alla malattia e alle grandi questioni ad essa congiunte.

Ma è anche la percezione che nonostante tutto la vita va afferrata per come ci viene data senza perderne un solo attimo. Un piccolo libro con un grande contenuto ed infinite interpretazioni possibili. L’autore, Paolo Pajer, ha gentilmente dedicato un po’ del suo tempo a noi che siamo felici di poterlo ospitare su Oubliette.

 

R.M.:  Benvenuto Paolo. Quali libri ami leggere solitamente e quali sono i tuoi autori preferiti?

Paolo Pajer: Ciao Rebecca, e grazie dell’ospitalità! Mi piacciono i libri e le riviste di storia (leggo romanzi ma anche saggi), i libri dove trovo emozioni, immedesimazione, elementi che mi facciano pensare e che mi diano spunti per riflessioni. Se però dovessi scegliere un solo libro fra quelli che ho prenderei senz’altro Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Ho letto, e rileggo volentieri, anche Eduardo Galeano, Arto Paasilinna, Catherine Dunne, Stephen King, Luigi Meneghello ed Erri De Luca, più altri che sarebbe troppo lungo elencare.

 

R.M.: Quando e come hai iniziato a scrivere?

Paolo Pajer: Scrivo da sempre, a partire da poesie giovanili a racconti di vario tipo, tutte cose mai pubblicate. Ricordo che da bambino inventavo e scrivevo notizie per un telegiornale un po’ assurdo che poi leggevo tutto impettito ai parenti divertiti. Forse, col senno di poi, avrei dovuto fare il giornalista. In ogni caso per lavoro scrivo tanto e tutti i giorni, anche se in quelle pagine l’aspetto narrativo ha un peso relativo. Il punto estremo” è nato dopo un periodo di latenza, dove sentivo che avevo la necessità di scrivere qualcosa su un argomento forte e sottobosco di ogni esperienza: la morte, il tempo che si assottiglia e ciò che accade in quei territori inesplorati e, per molti, inquietanti. Una volta terminata la gestazione emotiva ed intellettuale la scrittura è poi scaturita in fretta; diciamo che il libro si era preparato in molti anni ad essere scritto ed ha voluto poi farsi conoscere quando si è sentito pronto.

 

R.M.:  “Il punto estremo” tratta delle tematiche molto delicate come la vita, la morte, il suicidio e l’eutanasia. Vi è in esso qualcosa di autobiografico o che comunque appartiene alla tua esperienza?

 Paolo Pajer: È una domanda che credo sorga spontaneamente: “Il punto estremo” è un libro autobiografico se si pensa che ogni cosa che scriviamo derivi da un’esperienza, diretta o indiretta, che abbiamo in qualche modo vissuto. Anche le opere di fantasia, e il mio libro per certi versi lo è, sono creazioni che l’uomo fa sulla base della sua esperienza. Credo di aver raccontato personaggi che ciascuno di noi ha potenzialmente incontrato o interpretato (o che potrebbe farlo) nel corso della vita. Per quanto riguarda invece i temi dell’eutanasia, della morte e del suicidio, credo ci sia un filo che lega assieme queste esperienze estreme. Mi sono chiesto cosa ci fosse di assonante fra eutanasia e suicidio, fra morte naturale e indotta, provocata, a volte cercata. Forse nulla, forse solo la paura dell’ultimo secondo di fronte al salto. Ma è una paura che non ha epica, non ha drammatizzazione: è la banale e umanissima paura di fronte al… punto estremo. Non mi permetto però di giudicare, né ho certezze su cui basare opinioni: esprimo solo la curiosità di capire. Il mio libro è un esperimento di immedesimazione in esperienze alla loro estremità, cercando però di non cadere nel tranello del giudizio affrettato, anzi del giudizio in sé.

 

R.M.: Quale messaggio intendevi comunicare con queste tue dense pagine?

Paolo Pajer: Innanzi tutto nella vita non c’è altro che l’istante che stiamo vivendo. Il ricordo è l’istante trascorso, il futuro è l’istante immaginato. Ci sono elementi (l’amore, la condivisione, l’onestà e tanti altri) che ci permettono di vivere, o forse dovrei dire sopravvivere, sentendoci meno soli per affrontare le esperienze che la vita ci presenta, compreso il suo epilogo.  Un altro elemento su cui ho voluto cimentarmi è la ricerca di uno stile asciutto, che permettesse al lettore di fare molto da sé. Ho cercato di evocare ricordi ed emozioni, più che ingombrare la mente con quadri variopinti o musiche assordanti. Alla fine cerchiamo ciò che ci racconta qualcosa di noi stessi.

 

 

 R.M.: Qual è per te il lettore ideale del tuo libro?

Paolo Pajer: Credo che le persone che possono apprezzare “Il punto estremo” siano tutti coloro che si pongono delle domande sulla vita, che hanno conosciuto la solitudine, chi considera il ricordo un bene prezioso. Il lettore (o la lettrice) de “Il punto estremo” è una persona che sa sognare, ama ed ha amato, è colui/ei che conosce la nostalgia e la tenerezza. Il mio libro potrebbe diventare per costoro una lettura evocativa. Alcune persone che hanno letto “Il punto estremo” mi hanno dato una delle gratificazioni più grandi che potessi avere: è stata per alcuni una lettura utile ad affrontare momenti emotivamente ed esistenzialmente forti, come la perdita di un familiare. Se quello che ho scritto può addirittura aiutare qualcuno allora sono davvero fortunato.

 

R.M.: Tu sei anche un podista. Vi è un qualche legame tra il correre e la scrittura?

Paolo Pajer: Sono entrambe attività solitarie, che permettono momenti di evasione, riflessione ed introspezione. Durante la corsa riesco a dare ritmo al pensiero e al processo creativo: la respirazione, il cadenzare dei passi, il paesaggio che lentamente si srotola davanti a te creano un contesto unico ed esclusivo. Il risultato finale, che sia il numero di chilometri percorsi o di pagine scritte, ha comunque un pegno da pagare: una fatica da superare. Scrivere però trova una connessione con altre interiorità, in tempi e luoghi sempre diversi. Da questo punto di vista è una delle cose più straordinarie che sappia fare l’essere umano.

 

R.M.: Il tuo libro è acquistabile solamente in formato cartaceo, ma qual è il tuo pensiero riguardo il mercato digitale? Leggi mai e-books?

Paolo Pajer: Sinceramente ho letto pochissimi e-books. Mi incuriosisce molto però la flessibilità e la potenziale diffusione della narrativa digitale, anche se è attualmente in concorrenza, e purtroppo non in compresenza, con l’editoria classica. Io sono molto legato alla dimensione empirica del libro: devo toccare le pagine, sentire la dimensione del libro fra le dita, anche se un libro come “Il punto estremo” potrebbe essere affine al digitale.

 

R.M.: Il tuo prossimo libro? Stai forse lavorando a qualcosa di nuovo?

Paolo Pajer: La mia immaginazione è sempre attiva, come mi ha detto una grafologa: osservo, ascolto, annoto. Ho delle idee che potrebbero svilupparsi, tematiche che mi stimolano molto. Ho tratteggiato qualche situazione e qualche personaggio, ma vorrei procedere assecondando i miei tempi creativi, che lascio muovere in libertà. Grazie Rebecca, ti ringrazio di cuore per questo spazio e questo tempo: sono opportunità molto preziose per un autore esordiente. Mi permetto di segnalarti un sito che raggruppa altre cose su di me e sui miei lavori. A presto!

 

R.M.: Grazie a te Paolo per la tua disponibilità e per aver scritte pagine così belle. E rimaniamo in attesa di poter leggere un tuo nuovo libro.

 

Written by Rebecca Mais

 

Info

Sito Paolo Pajer

Recensione Il punto estremo

 

 

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