Resoconto della presentazione di “Senza Rete” di Fiorella Carcereri – Intervista di Massimiliano Coccia

Resoconto della presentazione di “Senza Rete” di Fiorella Carcereri – Intervista di Massimiliano Coccia

Mar 30, 2013

Nonostante la pioggerellina insistente, martedì sera 26 marzo un gruppo di amiche di Fiorella si è dato appuntamento presso la Libreria Minerva di Verona per assistere alla sua prima presentazione in assoluto e, allo stesso tempo, alla prima di “Senza rete”, silloge vincitrice della Sezione Poesia del “Premio Matteo Blasi 2012”.

Alla presentazione è intervenuto Massimiliano Coccia, Direttore Editoriale della casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble, una realtà giovane, intraprendente e in costante ascesa che si sta distinguendo sempre più per la qualità delle opere pubblicate.

La presentazione si è svolta sotto forma di intervista all’autrice la quale, oltre a rispondere in modo aperto e schietto alle numerose domande poste da Massimiliano Coccia e dal pubblico, ha anche letto alcune delle poesie contenute nella sua raccolta. Buona lettura!

 

M.C.: In quanto tempo nasce la tua raccolta e quali fasi poetiche della tua esistenza raccoglie?

Fiorella Carcereri: La mia raccolta è nata a cavallo tra il 2011 ed il 2012, ma non so precisare in quanto tempo. Si tratta di poesie scaturite di getto nei rari momenti di felicità e nei frequenti momenti di dolore attraversati in quel periodo. Ho scritto queste poesie in attimi in cui avrei voluto confrontarmi con qualcuno, quando invece nessuno era disposto ad ascoltarmi. Ho iniziato a scrivere per necessità, per sfogo. La mia raccolta è allo stesso tempo autobiografica ed universale. Tocca i temi dell’amore, dell’amicizia, della solitudine, dell’inesorabile trascorrere del tempo, senza trascurare i temi sociali. Nei miei versi non predomina tuttavia il nichilismo. Sono piuttosto il frutto di stati d’animo altalenanti che lasciano però sempre la porta aperta alla speranza.

 

M.C.: Per una persona che, come te, ha alle spalle tanti anni di traduzione, la scrittura arriva come una sorta di liberazione dalle convenzioni che una traduttrice si trova ad affrontare?

Fiorella Carcereri: Dopo la laurea in lingue e letterature straniere, il lavoro mi ha portata a svolgere mansioni per lo più tecniche e commerciali, ma non ho mai smesso di amare e praticare la letteratura in tutti i suoi aspetti. Ho sempre tenuto nel cassetto il sogno di scrivere qualcosa di bello, un giorno. Finché, più o meno tre anni fa, è arrivata una svolta nella mia vita che mi ha indotta a dirottare tutte le mie energie ed il mio tempo verso la letteratura. Ho partecipato a molti concorsi, ne ho vinti parecchi, ho scritto centinaia di aforismi, racconti e poesie. Penso di essere solo all’inizio di una strada che non so esattamente dove mi porterà ma che, in questo momento, sento come la sola percorribile.

 

“Solo tu e io”

“Era naturale guardarti/ e non cercare/ più nulla/ al di fuori di te./ Era naturale/ respirarti/ e dimenticare/ tutto il male./ Era naturale toccarti/ e sentirsi vivi./ Era una bolla/ che ci isolava/ dal mondo esterno,/ una navicella ovattata,/ ma irreale./ Solo tu e io./ Era naturale…”

 

M.C.: Tutte le tue poesie d’amore hanno uno sguardo verso il passato. Che è successo nel tuo passato?

Fiorella Carcereri: Noi donne, in genere, siamo abbastanza masochiste e non ci facciamo mancare uno o due bastardi nella nostra vita. Riguardando indietro non mi perdono certi errori. Sono spine che restano nel cuore e tornano a galla inaspettatamente quando, all’improvviso, irrompe nella mente l’immagine di una persona che si credeva dimenticata per sempre. L’amore è questo, comunque. Per la mia generazione l’amore costituiva più un ideale che una concretezza perché vigevano molteplici tabù. Il classico principe non è mai arrivato forse semplicemente perché l’amore ideale non esiste. L’amore dipende da chi si incontra e dalle sinergie che si riescono ad instaurare e non esiste uno standard valido per tutti i rapporti.

“Fari e lucciole”

“I ricordi sono lucciole/ che punteggiano/ le tenebre/ della nostra esistenza,/ come a rammentarci/ che quel tracciato/ ci condurrà/ fuori dal buio./ I ricordi sono fari/ che illuminano/ a giorno/ le nostre zone d’ombra,/ come a ripeterci/ che vivere/ ha avuto un senso.”

 

M.C.: Che cosa provi quando scrivi? È liberatorio?

Fiorella Carcereri: Sì è liberatorio ed inoltre, se si tratta di uno sfogo di rabbia per un torto subito, mi sento come se avessi pareggiato i conti con una persona, che magari avrei preso a pugni, senza averla nemmeno sfiorata. In generale, le emozioni, positive e negative, non mi fanno paura. Anzi, le vado a cercare. Ne ho bisogno. Il mio è un  cammino di crescita continua. Cambio in continuazione ed ogni piccola emozione che provo è un tassello che va ad aggiungersi ai milioni di tasselli che formano la mappa emozionale della mia esistenza.

 

M.C.: In quale parte del giorno ti senti più ispirata?

Fiorella Carcereri: Non c’è una regola. Scrivo nei momenti più impensati, anche quando sto facendo o pensando tutt’altro. Allora butto giù una bozza del nucleo, del pensiero-fulcro della poesia, riservandomi poi di sistemarla in un secondo tempo. Comunque, il periodo più fecondo è la notte, quando il silenzio mi è complice.

 

M.C.: I tuoi momenti di riflessione sono molto complessi ma poi sostanzialmente riesci a scioglierli e a creare poesie intelligibili e chiare. Come avviene questo passaggio dalla materia interiore in sommovimento, che può dare adito a confusione, all’atto della scrittura? Qual è l’alchimia che la fa sciogliere?

Fiorella Carcereri: Per la verità, non lo so. Non credo di avere una regola. Fin dall’inizio ho in testa una frase che costituisce il nucleo della poesia, ma è immersa nel caos.  Poi, in qualche modo, la filtro e, grazie all’altra metà di me, quella razionale, riesco a  renderla intelligibile, anche se lo stato d’animo di partenza era pesante. Il mio amore congenito per l’ordine mi impone di trasformare e ripulire il caos iniziale e di ricavarne poesie chiare, non tanto e non solo per rendere il mio pensiero trasparente al lettore, quanto piuttosto per un’intima esigenza di mettere ordine dentro di me.

 

“Vuoto apparente”

“Fa male da morire/ questo buco/ che ho dentro al petto,/ imprecisabile,/ indefinibile,/ insondabile./ E’ dunque questo il vuoto?/ Non trovo risposta./ Ma finché il cuore/ continua a pulsare/ e la mente si rifiuta/ di spegnere le luci,/ no, è soltanto/ un vuoto apparente.”

 

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