“Tra fori di senso”, raccolta poetica di Bianca Mannu – recensione di Giuseppe Roberto Atzori

“Tra fori di senso”, raccolta poetica di Bianca Mannu – recensione di Giuseppe Roberto Atzori

Mar 27, 2013

Un titolo perfetto, un gioco di parole che annuncia il filo conduttore dell’intero lavoro dell’autrice Bianca Mannu: “Tra fori di senso“, che possiamo leggere anche come trafori di senso. Qualcosa è rimasto tra un vuoto e l’altro e costituisce il messaggio, oppure qualcosa è stato scavato direttamente nel senso stesso?

Vuoti e pieni ésili o pesanti, spazi comunicanti che si aprono l’un l’altro attraverso stretti passaggi: è un’idea d’aria e di luce filtrate, di immagini intraviste, di movimento che passa setacciato – tra le parole.

Ma questo non basta. Anche il termine senso entra a far parte del gioco dinamico che si dipana a partire dal titolo: senso sta per significato, per direzione, oppure ancora per percezione sensoriale?

La parola senso, in questo caso, riesce magicamente a raccogliere, con pari valenza, tutte queste sue accezioni. Perché magico è l’intero lavoro svolto da Bianca Mannu: un rincorrersi di significati, verso tutte le direzioni possibili è un fuggire e tornare ostinato di lemmi, un continuo nascondere e svelare sensazioni.

Una solida cultura letteraria è la base fondante delle sue scelte linguistiche; abbiamo di fronte una personalità dotata di una sensibilità fine, matura e al contempo attenta al presente, che riesce ad unire in alchemici versi qualcosa che sprigiona una sensazione che sa insieme di presente, di passato e di futuro.

Per capire a fondo le righe bisogna conoscere di persona l’autrice: una donna a dir poco sorprendente. Immediata, spontanea, alla mano. Brillante e poliedrica artista.

Od ancora meglio, è necessario sentir leggere ciò che scrive per capire, anche attraverso la sua voce, la sua interpretazione, la sua cinesica e la sua prossemica, ciò che intende comunicare.

Innanzi tutto Bianca Mannu battezza le sue come “composizioni” e non come poesie. Delle composizioni che oserei definire non solo “accattivanti”, ma pure “singolari”, vista la difficoltà nel poterle inquadrare in una corrente stilistica. Se paragonassimo ognuno dei lavori compositivi ad un oggetto d’arte o d’artigianato, potremmo parlare di lavoro d’intaglio, d’intarsio, di ricamo, di cesellatura, o perfino di un lavoro d’orologeria. Questo perché tutto è raffinato, selezionato, levigato, abbinato e incastrato con un gusto ed una maestria che rivela un impegno di ricerca del vocabolo, un’insistenza sulla riesumazione del termine “esatto”, tale da creare quasi un certo imbarazzo in chi fruisce. Questo è l’intento dichiarato esplicitamente dall’autrice: insistere sulla parola fino a tornare indietro alla sua essenza di logos. Anche l’attenzione alla sintassi non passa certo inosservata.

Chi conosce il significato di tutti i lemmi che Bianca Mannu ha coraggiosamente inserito nei suoi versi? Poche persone.

Si tratta forse di una letteratura per iniziati? Di eleganti e compiaciuti giochi di virtuosismo su voci vetuste e auliche? Siamo di fronte ad uno di quegli autori che vuol dar sfoggio del proprio sapere? La risposta a tutte le precedenti domande è No. Bianca Mannu scrive prima di tutto per sé, lo fa per esprimersi, svuotarsi, lasciare tracce. Pubblica senza troppi dubbi o pentimenti, ripesca dal passato, rimaneggia smaliziatamente, senza fisime taglia, riadatta e definisce.

Ma soprattutto scrive senza voler piacere a tutti ad ogni costo e senza ambire a diventare un’autrice per le masse, rifiuta di essere la tipica personalità che potremmo definire pop. Al contrario, vuole scrivere per creare stimoli: “Se un lettore non conosce una delle parole… è meglio: la cerca nel dizionario e impara qualcosa”. E non teme nemmeno che il suo libro venga aperto, scrutato superficialmente ed immediatamente accantonato per il suo difficile fascino, per la sua occulta missione didattica. Il suo è un sorprendente atteggiamento di attaccamento alla lingua, porta avanti una filosofia totalmente contraria al livellamento culturale che viviamo quotidianamente nel cedere sotto ai colpi di falce messi in atto dai mezzi di comunicazione di massa, sempre più sempliciotti e banali.

Eppure non si tratta di una purista dell’Italiano: accanto a termini quali singulti, proteo o preconizzare, possiamo incontrare clacson, garage, DNA, action painting e doléances. I casi sono vari: parole straniere d’effetto scelte ad hoc, altri stranierismi più consueti già facenti parte del nostro dizionario, ma anche termini desunti dalla terminologia scientifica e dalla tecnologia.

Altro dato interessante è quello delle tematiche scelte: Bianca Mannu guarda al passato, lo fa per “distruggerlo” nel presente e per vivere con impeto l’avvenire. Il trascorso appare e riappare come fosse quasi un incubo ricorrente e di rado si configura come un tempo di “memorie” da voler rivivere o da rievocare con mestizia e nostalgia: ”Taluni miei pensieri / e certe immagini tue / si tengono per mano / senza volersi bene”.

Il ricordo dell’avvenuto è carico d’ombre e spettri sempre vivi: sono tuttavia entità destinate a soccombere sotto la reazione energica dell’autrice, che con l’atto poetico, e poi concretamente nella vita, affronta di petto il dolore, guardandolo diritto negli occhi. Tutto è descritto attraverso un approccio pesantemente fisico, orgogliosamente sanguigno, con i sensi aperti alla ricettività fin quasi all’estremizzazione iper-realistica. Pertanto desumiamo che la raffinata scelta lessicale non sia finalizzata a conferire al lettore sensazioni di leggiadria o di spensierata eleganza, di femminil grazia spesa in una Primavera dai capelli al vento.

Tutt’altro: emerge una visione dell’esistenza vissuta di pancia, dipinta a tinte acide, dagli odori acri, dalle superfici scabre e taglienti. Come visto attraverso una lente vagamente deformante, il mondo di Bianca Mannu è scomodo ed inospitale, a tratti asettico, gelido come il cristallo e perfino infetto, oppure fatto di polvere, fango e polistirolo. Ogni riferimento alla sensorialità è ben evidenziato.

Del proprio universo l’autrice nota le pecche, le pene, gli aspetti squallidi e nauseanti, ridicoli e fastidiosi. Parla della degenerazione fisica e cita di continuo immagini concrete di oggetti, luoghi e materiali come metafore interiori di un disagio pressoché perenne. Persino parla della sua “diurna voglia di morte”.

Se poi però affondiamo la vanga della nostra attenzione sul senso finale di ognuno dei piccoli capolavori compositivi, non possiamo che restare sorpresi: tutto quel combattere tra le spire del negativo, si rivela in conclusione uno sforzo vitale animato da una speranza sorprendente, da una positività onnipresente, benché strisciante e mutizzata, ma finalmente determinante nel farci capire che in fondo, nonostante la rabbia, la solitudine, lo strazio, ogni esperienza vale la pena d’esser vissuta.

I seguenti versi risultano essere, in tal senso, particolarmente significativi: “Finché avrò guizzo d’intelletto / soffio ossigenante e cuore / – lucida intensione – / scaverò segni/parole – mio sangue / già antico e captivo – / con l’unghia della mente / sulla silicea sordità / di questa Babele planetaria”.

La sua percezione del mondo è quindi, oltre all’allucinazione della trasfigurazione poetica del sentimento, estremamente lucida e contemporanea. La sua è una visione consapevole, un’indagine compiuta da chi sa di aver vissuto tanto e di essere arrivata ad un punto importante di un cammino: “Del tempo che mi resta / ho miope lo sguardo”. Ma non c’è lacrima, piuttosto cinismo e autoironia, o meglio la volontà di auto-ritrarsi nuda e cruda. Tuttavia si scorgono qua e là minuscole pennellate di lirismo e di intima tenerezza: “E il risveglio spolvera l’aurora / d’una benigna nostalgia / che percorre il possibile imminente”.

L’autrice crede nella tecnologia, che lei stessa utilizza per la sua arte, e soprattutto crede nella gente, nelle capacità dei giovani, nelle loro idee, nei loro sogni. Per questo suo essere tanto ispirata quanto stabile, coi piedi ben fissi per terra, non manca di far spirito sulla categoria “poeti”, nella quale non si identifica, e sul loro “poetare” messo in pratica attraverso il piangersi addosso, l’atteggiarsi da esseri diversi, egocentrici, agrodolci e perennemente sconsolati.

Non resta che leggere e apprezzare le composizioni di Bianca Mannu, leggere e rileggere per cogliere con la dovuta calma i sensi traforati e i sensi risparmiati tra – i – fori delle sue parole.

 

Written by Giuseppe Roberto Atzori

 

2 comments

  1. Cara Oubliette, il mio msg di ieri era una voluta, ma davvero bonaria provocazione. Mai avrei immaginato di trovarvi una sorpresa tanto gratificante quanto inusitata verso ciò che scrivo. Quello che più mi stupisce, e mi commuove contemporaneamente, è riscoprire me stessa dispiegata nella puntuale, acuta, colta lettura di Giuseppe Roberto Atzo Atzori. Ne sono davvero lusingata. Ma mi entusiasmano specialmente l’intelligenza profonda e la appassionata sensibilità che emergono dal suo scritto. Al di là dell’effetto premiante un egotismo non immediatamente dissimulabile da parte mia, provo la gioia di constatare come attraverso lo sguardo di G.R. A.A. due esperienze (la mia e la sua), cronologicamente così distanti e diverse, possono parlarsi e intendersi.

    • Siamo sempre una sorpresa Bianca!
      Giuseppe Roberto ha davvero un grande occhio critico, speriamo di averlo come nostro collaboratore per tantissimo tempo!
      Ci vediamo al NAI per le prossime serate culturali!

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