“Il punto estremo” di Paolo Pajer – recensione di Rebecca Mais

“È difficile tenere a mente che il senso, se c’è, non è nel futuro ma nel presente, unicamente nell’attimo che si vive. Il ricordo di aver vissuto allora è il sintomo che ha avuto senso dare ordine a questo caos. Vivere è poter ordinare per non dimenticare.”

Opera prima di Paolo Pajer Il punto estremo (Erga Edizioni, ottobre 2012) è l’incontro di tre vite legate tra loro da un terribile destino.

Da una parte Zero, dall’altra Adele ed infine Claudio: ad accomunarli le difficoltà della vita e della morte. Tutti e tre ripercorrono la loro esistenza e contemplano la vicina fine con curiosità e stupore, con ironia e profonda consapevolezza di come taluni eventi non possano essere previsti né evitati.

Una dura riflessione su ciò che viviamo quotidianamente, sulla malattia, sulle opportunità che ci vengono date, sulla nostra impotenza di fronte alla vita e su grandi  e discusse tematiche come l’eutanasia.

Pajer tuttavia non intende giudicare niente e nessuno ma solamente suscitare dei ragionamenti nella mente del lettore.

Perché solo ragionando su simili situazioni e considerando i fatti che viviamo quotidianamente possiamo osservare e giudicare in maniera differente da come vediamo fare solitamente.

Pajer, instancabile viaggiatore e corridore, compie un viaggio nell’animo umano, nei suoi più reconditi scorci, tra gli innumerevoli dilemmi che affliggono l’uomo.

Proprio per questo motivo le sue parole non possono passare inosservate.

Un piccolo libro in brossura denso di significato che in poco meno di cinquanta pagine travolge e lascia l’amaro in bocca.

Parole ben ponderate e ben scritte che rimangono nel cuore e fanno venir voglia di essere lette e rilette più volte per coglierne l’essenza più velata.

 

Written by Rebecca Mais

 

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