“Ogni angelo è tremendo”, romanzo di Susanna Tamaro – recensione di Fiorella Carcereri

“Ogni angelo è tremendo”, romanzo di Susanna Tamaro – recensione di Fiorella Carcereri

Mar 10, 2013

Una delle migliori scrittrici del panorama letterario italiano ci regala finalmente, a cinquantacinque anni, età di bilanci, una splendida autobiografia. Il fulcro del libro ruota intorno ad un’analisi cruda, spesso spietata, delle figure genitoriali, coppia improbabile, genitori “per sbaglio” più che per reale desiderio.

Mio padre era Darwin: per lui solo i forti e gli adatti erano degni di sopravvivere. I vasi di coccio tra i vasi di ferro non gli interessavano, si sarebbero eliminati da soli. La visione di mia madre, invece, era più vicina a quella di un domatore di bestie feroci o di capricciosissime scimmie. Prima di ogni altra cosa, i bambini andavano appunto domati e, per farlo, erano validi tutti i sistemi, tranne quello del bocconcino premio. Il bocconcino premio, infatti, poteva venire scambiato, come qualsiasi altra forma di gratificazione, per debolezza e scatenare così inappropriate resistenze”.

Unica ancora di salvezza e protezione alla quale l’autrice, Susanna Tamaro, si aggrappa per sopravvivere alle angherie dei genitori è il fratello maggiore, che ama fortemente, anche se talvolta deve subirne il leggero cinismo.

A parte l’affetto, provato e ricambiato, per lui e per una tata comparsa e dopo pochi anni allontanata dal suo universo infantile senza spiegazione alcuna e la casa-riparo dei nonni, nella sua vita di bambina manca completamente l’amore fondamentale, l’amore di tutti gli amori, quello dei genitori.

Intanto i miei genitori continuavano il loro viaggio alla ricerca di nuove mete esistenziali. Salivano e scendevano da autobus sempre diversi, la casa era diventata la loro sala d’attesa; vi arrivavano impolverati, stanchi, silenziosi, tesi; bastava un rumore anche minimo per farli esplodere in risse, brevi e ferocissime: tutto ciò che stavano scoprendo non dava appagamento o, forse, fuori da lì erano più felici. Era il ritorno nell’appartamento/sala d’attesa a renderli così inquieti”.

Un giorno l’autrice, rientrata da scuola, scopre che, in sua assenza, persino il suo adorato cane è stato eliminato perché considerato “scomodo”.

Un padre spesso assente da casa il suo, fino alla totale scomparsa, amante dei piaceri, delle donne, della bella vita e che aveva sempre considerato il lavoro come un penoso onere, privando la famiglia anche del minimo necessario per una dignitosa sussistenza.
Una madre dura, rigida, a volte inconsciamente complice del padre, ma anche volubile e dall’animo impenetrabile. Una donna con dentro mille altre donne, una specie di bambola russa.

Una coppia in perenne conflitto che ha segnato in modo irreversibile lo sviluppo mentale della figlia minore, psicologicamente più fragile.
Tutti i pianti non fatti si addensarono intorno alla mia persona, creando una corazza inespugnabile. Quello spessore trasparente e glaciale mi permise di andare avanti. Nessun sentimento mi toccava più. Ero, volevo essere, soltanto un automa che ubbidiva agli ordini. Persino i lupi e le streghe, scocciati da tanta indifferenza, cominciarono a defilarsi”.

Una bimba terrorizzata dal buio delle sue notti bianche, popolate di mostri e fantasmi, che si addormenta solo alle prime luci dell’alba quando oramai è tempo di alzarsi per andare a scuola.
Il suo scarso rendimento scolastico, dovuto alla spossatezza e alla costante paura di essere redarguita o picchiata, induce le maestre a convocare la madre, prospettandole la possibilità che la figlia abbia serie difficoltà di apprendimento. La madre, irritata dai suoi pianti, per lei assolutamente immotivati, la sottopone persino a lunghi periodi di sedute psichiatriche.

Dopo aver lasciato Trieste, la città natale in cui  si era sempre sentita in qualche modo intrappolata ed estremamente infelice, l’autrice inizia altrove una vita autonoma di studio, lavoro e nuove amicizie. Ma la bambina e l’adolescente fragile e spaurita ha lasciato il posto ad una donna disincantata, con gli occhi ben aperti sulla realtà, ad una donna sul corpo della quale è cresciuta una spessa corazza e che continua a porsi, come aveva del resto sempre fatto fin da piccina, molte domande sul senso della vita.

La vita come possesso. La vita come cammino. Sono queste le due condizioni tra le quali, alla fine, ci troviamo a scegliere. Individuare un luogo, raggiungerlo e lì rimanere fermi, oppure andare avanti, sentire che nessun posto è veramente giusto; trovare un vestito della taglia giusta e tenerselo stretto. Con il tempo, però, cresciamo e il vestito rimane sempre lo stesso, si adatta alle mutate condizioni del nostro corpo: così, lentamente e inesorabilmente, si trasforma in corazza”.

Per l’autrice, questa corazza è stata però anche un antidoto contro le massicce dosi di veleno assorbite in giovane età. Ha imparato che, per sopravvivere al dolore, occorre non cadere nel sentimentalismo. Ha imparato che, per non perdere il proprio equilibrio mentale, non bisogna attaccarsi a nulla, desiderare nulla, attendersi nulla.

Il veleno mi è servito anche da antidoto nella mia vita, infatti, non ho mai accettato, né permesso che durassero, rapporti in cui intravedevo la cifra della manipolazione e della falsità. Questo, di certo, non mi ha reso le cose più facili perché manipolazione e falsità sono alla base della maggior parte dei rapporti umani. Il lungo training ascetico della mia infanzia e della mia giovinezza mi ha permesso di diventare una persona completamente libera dalle pastoie del sentimentalismo, una persona assetata di verità, incapace di accontentarsi delle piccole gratificazioni dell’ego, così care a chi non è in grado di affrontare l’apparente desolazione della nudità”. – “Ogni angelo è tremendo

 

Written by Fiorella Carcereri 

 

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