“Hofmann’s Kaleidoscope”: la band sarda My Brand Is Grass si racconta

 Esce a fine novembre la più eccitante, avventurosa ed oscura compilation che sta girando in tutta Europa: “Hofmann’s Kaleidoscope”.

 

Hofmann’s Kaleidoscope” è un viaggio nelle torbide paludi dell’acid rock italiano. Un trip senza ritorno che ha lo scopo di riportare alla luce gemme dimenticate della scena underground tricolore e nuovi eroi del rock visionario e dilatato.

Da nomi storici come No Strange, Perizona Experiment, Trip Hill ed Insider ad alfieri del suono graffiante e drogato quali Clark Nova, Anuseye, My Brand Is Grass, Otehi e ZiZ, passando per le misteriose emanazioni psicotrope sepolte da polvere e cenere di Enormous, Motopolkablacksamba ed Epstein Superflu.

Noi di Oubliette Magazine abbiamo chiedo ad un componente della band, Ivan Fonnesu, di raccontarci gli esordi di My Brand Is Grass. Buona lettura!

My brand is grass rappresenta la morte di una concezione musicale ormai relegata al passato. L’ultimo soffio vitale di una giovinezza affidata all’immaginazione ed alla fantasia, finita sul nascere perché inadeguata ai tempi moderni. Tutto inizia con un sogno.

 Il sogno di una generazione di ragazzi rapiti dall’amore orgasmico per la musica. Tutto era misterioso e inafferrabile all’epoca. Gli eroi della musica erano dei giganti inaccessibili, appartenenti ad un passato mitico e fuori da ogni coordinata. La strenua ricerca di materiali nuovi da custodire e scambiare in supporti ormai obsoleti rappresentava un vero e proprio cardine per la vita di ognuno di noi.

Tesori da condividere ma anche da preservare gelosamente. Ogni nuova scoperta ci trascinava, però, inesorabilmente e progressivamente, al di fuori di questo scrigno di delicato cristallo. Era l’epoca degli amplificatori a transistor, delle chitarre da 100.000 lire, delle salette ricavate in stanze contigue a vicini sempre nervosi ed insofferenti.

Chitarre scordate, accordi ripetitivi. Nessuna tecnica, nessuno studio. Solo la voglia di dare sfogo ad un mondo interiore che le famiglie, la società e la scuola sempre ci avrebbero voluto tenere nascosto. Abbiamo continuato così sino alla fine, suonando in una saletta umida e buia, costantemente in pericolo di crollo e pronta ad allagarsi ogni volta che pioveva.

 Abbiamo avuto esperienze diverse, ci siamo incontrati varie volte, in amicizia, portando impresso nella nostra immagine il sigillo di un amore per una dimensione che ormai stava diventando uno stile di vita. Tutto questo morì inesorabilmente, dopo aver fatto i primi passi nel mondo dei complessi paesani. Una storia di povertà di mezzi e di cultura musicale, condita con tanto amore, passione gioviale e inconsapevolezza. Questo amore non è mai morto. Questa passione si è trascinata avanti fino a tempi recenti.

I tempi cambiarono in fretta, le illusioni fecero spazio alla dura realtà di un mondo dove il lavoro e la frustrazione devono prendere spazio ai sogni da bambino. Assistemmo a concerti di alcuni dei gruppi che ci fecero sognare da piccoli. Erano vecchi e stanchi. Erano persone normali. Non erano di certo gli eroi che noi avevamo impressi nella memoria. Poi arrivò internet e l’era digitale. Le informazioni si scambiavano troppo velocemente per noi. Nuove generazioni prendevano le redini del sogno della musica. Nuove tecniche, nuove mode , nuove icone e nuove immagini scalzavano i nostri deboli desideri, affossati dal peso di nuove ed imprevedibili responsabilità.

Ci siamo uniti come sempre abbiamo fatto: per “suonare” qualcosa insieme ed uscire dalla monotonia della vita così come si fa l’amore. Nicola è stato sempre accondiscendente. Un perfetto bassista che, come da tradizione, che riusciva a mettere del suo su linee melodiche quasi sempre incardinate ed ingessate dalla mia limitata vena compositiva. Lele era più estroverso ma senza tanta motivazione ed energia. Io facevo da collante e cercavo di portare avanti il progetto per come lo avevo in testa. Nessuno ha mai proposto un riff o una melodia su cui costruire un brano. Tutti i 13 pezzi che ripetevamo nelle 2 ore settimanali di prove nascevano da idee da me proposte. Solo in seguito venivano condite dall’apporto di Lele e Nicola.

In quell’epoca tentavo disperatamente di uscire da una concezione musicale basata sull’improvvisazione e sullo strenuo utilizzo delle scale pentatoniche di matrice blues rock. Nicola era più impostato e con una cultura musicale più canonica, grazie anche all’eredità artistica paterna, ex basso di un famoso gruppo storico locale. Lele era più votato all’indie ed al noise, ma gli erano familiari anche i canonici 4/4 delle intavolature rock che facevano da base ad ogni nostro pezzo. Mancino come me, introverso di carattere ma con una vena batteristica di tutto rispetto.

Forse con gli anni aveva perso di fantasia, ma per questo nuovo progetto andava benissimo. Sfruttammo anche noi le nuove tecnologie. Grazie ai moderni PC, ai programmi di registrazione caserecci e ad internet abbiamo prodotto i nostri demo, i nostri video, le nostre registrazioni live. Abbiamo suonato per locali (pochi), festival (pochissimi), con un nome che ridicolizzava noi e tutta la scena musicale italiana ma filo anglofona.

Per le nostre esibizioni ci siamo fatti anche pagare e, a volte, abbiamo barattato la nostra musica con birre e pizzette. Inaspettatamente le nostra musica ha trovato ammiratori tra le vecchie e le nuove generazioni. Si parla di complimenti e applausi sporadici, fatti a persone che non si sono mai prese sul serio e che non hanno investito nulla per portare avanti seriamente un progetto musicale. Siamo fieri anche di questo. Sono stato contattato da un ragazzo. Non ho mai capito bene chi fosse e chi rappresentasse. Sinceramente non mi è mai interessato capirlo.

Mi ha chiesto di inviargli alcuni demo. Così ho fatto. Mi ha detto che stava scegliendo dei brani per comporre una compilation da allegare ad un magazine e che questa compilation sarebbe stata distribuita in tutta Europa. Siamo stati inclusi con uno dei pezzi più semplici e banali del nostro repertorio.

Un pezzo che affonda le sue radici in quell’epoca mitica che era la nostra delicata giovinezza. Tutto è finito, tutto è stato consegnato alla piccola storia che ci ha accolto. Noi siamo contenti. È il suggello di un esperienza unica ed irripetibile per la nostra banale esistenza vissuta con tutte le paure e l’umiltà del caso.

Siamo i My Brand is grass: non rompeteci le palle!

 

 

 

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