“Zero Dark Thirty”, film candidato all’Oscar di Kathryn Bigelow, dal 10 gennaio al cinema

“Zero Dark Thirty”, film candidato all’Oscar di Kathryn Bigelow, dal 10 gennaio al cinema

Gen 7, 2013

Zero Dark Thirty” (termine che si usa per riferirsi ad un orario ignoto quando c’è buio) è un film lento, lunghissimo, a tesi e con personaggi monodimensionali che è candidato all’Oscar e che uscirà in Italia il 10 gennaio 2013.

 

Il punto di vista che lo spettatore deve adottare è quello di Maya, chiamata sempre (a tratti, si raggiungono i vertici del femminismo – sarcasm ON) “la ragazza”, che entra nella CIA e che troverà il rifugio di Osama Bin Laden. Ci viene detto che è una dura, ma a inizio film sta in un angolo a guardare orripilata il suo partner, Dan, torturare prigionieri di guerra. Poi, improvvisamente e senza ragione apparente, avviene la metamorfosi: quando un detenuto le chiederà comprensione (“Il tuo partner è cattivo”) gli risponderà: “È una tua scelta”.

Da lì il film non cerca neanche più di presentare punti di vista diversi: Maya adotta la tecnica della tortura (ma è una donna, così fa umiliare e malmenare i suoi prigionieri da altri uomini), ed inizia a fare la prepotente con i vertici della CIA quando scopre (in realtà lo scoprono il suo partner – torturando – ed una assistente – cercando negli archivi- ma il merito va inspiegabilmente a Maya) che il galoppino di Bin Laden vive in un compound in Pakistan, a Lahore.

Insomma, è una dura perché scrive con faccia arrabbiata su un vetro il numero di giorni che stanno passando senza una decisione ad intervenire da che il compound è stato trovato e perché si riferisce a se stessa come “the motherfucker” parlando a un ministro. L’ho detto, è un film a tesi.

La pellicola non è di condanna: la tortura, che la CIA utilizzava, è servita per trovare Bin Laden. Senza, non sarebbe mai stato stanato (ed ucciso senza un processo: i marines entrano nel compound e fanno fuori tutti i maschi. Colpiscono per ammazzare: quando gli uomini sono a terra sparano loro in testa e li terminano. Colpiscono anche a una donna – “fucking wife”, la chiamano – che viene lasciata per terra a morire dissanguata sotto lo sguardo dei suoi figli).

Il fine giustifica i mezzi.

“Zero Dark Thirty” mostra la tortura in modo crudo, in particolare il waterboarding (asciugamano sulla faccia, su cui si versa una caraffa d’acqua), ma non la condanna mai. Cerca di aprire una discussione a riguardo, quando Maya e la sua amica che crede di poter corrompere gli iracheni – Jannifer –  vedono Barak Obama in televisione dichiarare che la tortura non viene usata dagli Stati Uniti. (AhAh).

Ma poi di fatto questa discussione non avviene mai.

Lo spettatore vede che la tortura è dolorosa ed umiliante (e si vede solo qualcosa, neanche così atroce, come il già citato waterboarding, il chiudere il prigioniero in scatole, l’appenderlo, il lasciarlo nudo) e anche che la tortura fa trovare e uccidere Bin Laden.

Questo – ci viene detto – è ciò che andava fatto.

Questo è il modo in cui si è potuto farlo.

In Italia in molti pensavano, e dopo l’uscita del film saranno parecchi di più, che Osama Bin Laden non dovesse essere ucciso, ma arrestato e processato, per cui credo sarà piuttosto dura che nel nostro paese passi la teoria di “Zero Dark Thirty”.

In realtà si parla solo di tortura, quando si discute del film di Kathryn Bigelow.

Un altro messaggio ambiguo è che tutti questi attentati e queste morti (in realtà solo l’amica di Maya, Jessica, quella che voleva corrompere il nemico, e che era tra l’altro parecchio antipatica e supponente, muore) rafforzano Maya e la sua volontà di ammazzare Bin Laden (insomma, il capo di al Qaida è morto per volontà di vendetta di una ragazza?), quando a nessuno importa più nulla, neanche al Governo.

Non si parla mai di prenderlo, ma di ucciderlo, e il continuare a ripeterlo normalizza l’informazione. Si arriva a pensare che sia ovvio e pacifico che uno Stato uccida i suoi nemici invece di processarli.

La musica è usata in modo epico, esagerato ed irritante, i personaggi non dubitano mai, le inquadrature dall’alto indicano una volontà divina nello sviluppo della vicenda.

La scelta stilisticamente più strana e ridicola è quella di scegliere inquadrature a finte luci a raggi infrarossi durante l’irruzione nel compound. Non solo è un effetto videogioco, alla “Call of Duty”, che sdrammatizza e ridicolizza la missione, ma non è neppure usato in maniera continua. Infatti sembra che la regista cambi idea quando ricomincia a usare la luce normale, ma poi torna agli infrarossi, quindi si ravvede, e va avanti così per una ventina di isterici minuti. Si dovrebbe essere fedeli alle proprie scelte stilistiche, e portarle in fondo.

A far ridere anche la soggettiva dei militari che entrano nel compound cercando i vari uomini che vivono nella casa. Li chiamano per nome (in un film di due ore e e mezzo non si è trovato il tempo di spiegarci come li abbiano scoperti) e li ammazzano. L’ultimo uomo è Bin Laden. Il militare entra e dalla soggettiva sussurra premuroso “Osssssama?”. Grasse risate dal pubblico. Per la Bigelow credo quello fosse un momento di tensione. Ahimé.

Quando la carneficina è finita, restano solo i bambini, una decina, sul letto, ammassati, a piangere, e c’è il militare che cerca di farsi dire da una bimba che ha perso tutto il nome dell’uomo con la testa spappolata a terra (per sapere se era Osama, ma per intanto lo si è ucciso).

Alla fine “Zero Dark Thirty” è solo la storia di un’ossessione, quella della protagonista, che non è affatto  una donna forte, ma una femmina che ha deciso di fare il maschio per affermarsi. È casta, sola e musona, è fredda, usa ossessivamente il turpiloquio, diventando una specie di caricatura di Terminator, ma senza speranza: fino al termine del film è e resta “la ragazza”. Insomma, una donna forte per la Bigelow è solo un uomo travestito.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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