Resoconto della mostra “Pre-Raphaelites: Victoria Avant-Garde”, sino al 13 gennaio 2013, Londra

Resoconto della mostra “Pre-Raphaelites: Victoria Avant-Garde”, sino al 13 gennaio 2013, Londra

Gen 5, 2013

La mostra Pre-Raphaelites: Victorian Avant-Garde sarà aperta alla Tate Britain di Londra sino al 13 gennaio 2013.  Già dal titolo è evidente l’idea dei curatori che la confraternita dei Pre Raffaelliti sia il primo movimento artistico inglese radicale, ribelle, innovativo e sperimentale.

È la più grande mostra sui Pre Raffaelliti mai allestita dal 1984.

I quadri sono in gran parte già di proprietà della Tate, che però ha nell’esposizione stabile solo una sala dedicata alla confraternita, con opere quali la “Beata Beatrix” di Rossetti o l’ “Ophelia” di Millais sempre in mostra, e altre opere a rotazione.  Un’occasione quindi per vederli tutti. Altre opere sono in prestito, per lo più da Liverpool, Birmingham e Manchester.

Le sale della Tate sono divise per aree tematiche: in una prima stanza, sono esposti i ritratti che si sono fatti tra loro, per farci un’idea dei loro visi; quindi sono ricostruite le origini, passando per  il revival gotico e le prime opere del gruppo, firmate PRB. C’è poi la sala dedicata alla natura (rappresentata seguendo i dettami di Johan Russia): opere dalla precisione fotografica, dalle pregiate composizioni, che rivelano conoscenze in botanica, geologia, metrologia e astronomia.

Tra questi quadri, “Ariel” di Millanta rappresentato in modo tanto sognante da sembrar sotto effetto di LSD, tra una ventina di erbette differenti e rappresentato come un bizzarro ermafrodita,  “Il servo pastore” di Wilma Colmando Shunt, realizzato con tinte molto brillanti perché Shunt dipingeva su fondo bianco ancora umido, mischiando i colori su una tavolozza di porcellana, e “Meditazioni in convento” di Charles Allston Collins o – ovviamente –  “Ofelia” di Millais.

Altra sala è dedicata alla salvezza: emergono i temi più tradizionali che celebrano alcuni valori attraverso i tableau sociali (si veda “Work” di Ford Maddox Brown). Alcune opere, come  “Cristo nella casa di genitori” di Millais sono rivoluzionarie. Il quadro suscitò grandi polemiche anche da parte di Dickens che si lamentò della bruttezza di Maria, del fatto che la tela era troppo realistica, tanto da esser definita blasfema. L’opera è ambientata in un vero negozio di falegname, e la Sacra Famiglia è formata da gente comune: Gesù ha i capelli rossi e Giuseppe i piedi sporchi.

Si tratta poi della figura femminile, come si evidenza nella sala dedicata alla bellezza, preferibilmente se pallida e con grandi occhi. La donna dopo il 1860 diventa un tema centrale, più importante della verità, che sino ad allora era stato il più alto valore del gruppo. Nella sala si ammassano i ritratti di Fanny Cornforth e di Jane Morris (affiancati da alcune loro fotografie). Quindi si tratta, nelle due sale finali, di Paradiso e di mito, e ovviamente imperano William Morris e Edward Burne-Jones.

Vasto spazio è dato anche agli autori minori o che hanno lasciato meno quadri (come Elizabeth Siddal). I temi, accostati tra loro, sono approfonditi, siano essi mitici o mitologici, biblici (si vedano “Scapegoat” o “Light of the World”, di Holman Hunt), o legati alle opere letterarie, preferibilmente se di William Shakespeare o di Dante Alighieri, con una immagine costante: il mondo è mistico, anche quando non è religioso.

La mostra raccoglie circa 200 opere, comprese ovviamente quelle di Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt e Ford Madox Brown. Ci sono altre tele da non perdere, quali “Isabella” di John Everett Millais, che di norma è a Liverpool, ispirata a un poema di Keats, definita l’equivalente di un blockbuster di Hollywood nella pittura. Il tema di Isabella e del vaso di basilico (in cui lei mette la testa del suo amato) viene ripreso varie volte nel corso della mostra. “Isabella” ritrae attorno a un tavolo i personaggi della storia: la protagonista, il servo Lorenzo, i fratelli, molti dei quali (si veda quello che calcia il cane della sorella) rappresentati in maniera aggressiva. Il quadro è un capolavoro, ricco di simboli, molti dei quali fallici, ma Millais aveva solo 19 anni quando l’ha dipinto e forse non ne era pienamente cosciente.

C’è “Lady of Shalott” di Holman Hunt, che non si vedeva in Gran Bretagna dal Festival of Britain del 1951 (è al Wadsworth Atheneum in Connecticut, USA) e che è uno degli ultimi quadri del periodo Preraffaerllita. Vi è anche “Claudio e Isabella” di Hunt, “Valentino libera Silvia da Proteo” di Hunt (per cui ha posato anche la Siddal), “Il risveglio della coscienza” ancora di Hunt, “La morte di Chatterton” di Henry Wallis e ovviamente “La scala d’oro” di Burne-Jones.

Oltre a quadri, la mostra espone disegni, sculture, opere di design, arazzi, carte da parati, sedie e mobili.  Mancano però alcune opere quali “Addormentata” e “Sveglia” di Millais, “Il ritrovamento di Gesù nel tempio” di Hunt, “Ofelia” di Arthur Hughes, “La dama di Shalott” di Alfred Waterhouse, “Il lungo fidanzamento” di Arthur Huges.”Venus Verecordia” e “Sogno ad occhi aperti” di Rossetti.

Tutto sommato, la mostra è interessante e completa, perfetta per gli appassionati ma adatta anche a chi della confraternita non sa nulla. Purtroppo, la Tate è presa d’assalto e c’è da mettere in conto che di fronte ai quadri vi sarà continuamente una gran ressa.

 

Written by Silvia Tozzi

 

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