“Storia di un guerriero lucano – Dal Numestrano al Murese”, libro di Galdino Zaccardo

Storia di un guerriero lucano. Dal Numestrano al Murese: titolo più aggressivo non avrebbe potuto rappresentare e spiegato il sentimento che spinge Galdino Zaccardo a raccontare il suo paese, Muro Lucano.

 

Così in un presente che vede Muro Lucano, insignita oggi al titolo di città, si ripercorrono i fasti del passato, o meglio, l’irrequietezza di un popolo, quello murano prima e murese dopo, che cerca di adattarsi come tutti, ai cambiamenti storici che hanno travolto e sconvolto l’Italia.

Muro, dopo pochi anni dalla fondazione, significava immergersi in una città dal forte potere religioso, tanto che la chiesa cambiava a piacere le sorti di un qualsiasi evento storico, politico e sociale” questo aspetto religioso fu fondamentale e spesso conflittuale nella crescita di un paese dell’Appennino lucano…

L’antipapa Clemente VII, siamo nel 1379, coinvolto nella storia di Muro più di quanto si potesse immaginare, diventa protagonista nelle scelte del popolo murano. In pieno scisma, che vedeva coinvolti i due papi contrapposti fra Roma ed Avignone, vide Antonio, vescovo di Muro, servire le parti del papa Clemente VII con l’accordo e la protezione di Ludovico D’Angiò.

Ma questa scelta non fu seguita dai murani, i quali dimostrarono la loro autonomia da un potere forte come quello che avevano in casa: i  D’Angiò. Scegliere infatti papa Urbano VI significava mettere in pericolo perfino l’economia del paese che aveva visto elevare Muro a residenza estiva di Giovanna D’Angiò…

Questo è solo un esempio della storia dei murani e dell’essere degni eredi del popolo guerriero lucano. Così, attraverso quattro passi nella storia, scopriamo la crescita di Muro nel 1854 come popolazione ed espansione dei fabbricati: non c’era solo il Borgo Pianello, che già nel Medioevo, la sua messa in opera aveva visto distinguere l’uomo murano per la sua tecnica edilizia molto avanzata, ora c’erano altri due quartieri, la descrizione dei luoghi, l’attenzione di Galdino nel raccontare aspetti di una vita semplice  riesce a portare il lettore a ripercorrere con l’immaginazione quelle strade, a sentire i rumori assordanti di una paese che nonostante la miseria teneva sempre il mento alto e dritta la schiena. 

Il testo così si articola in capitoli, come un vero libro di storia, con una differenza rispetto ad essi, caratteristica che infatti mi ha colpita particolarmente distinguendosi così da un qualsiasi altro libro di storia: il capitolo 29, “La vita fino alle 19.35 del 23/11/1980” rappresenta un anello di congiunzione fra il cittadino murano e quello murese.

Questa parte della storia per me è stata davvero interessante, immersa nella lettura ho rivissuto un qualcosa che ho ritrovato nei miei ricordi da bambina di 8 anni, il terremoto che il 23 novembre 1980, colpì Irpinia e Basilicata che causò 2.570 morti, 8.848 feriti e circa 300mila senzatetto, un evento drammatico, che ha sconvolto la vita di un popolo.

L’autore quindi anticipa, così, il capitolo: “La mia vita e quella del popolo murese si distinguono in due fasi: A) Ante terremoto 23/11/1980

B) Post terremoto 23/11/1980

Ripercorre quindi quale fosse la vita del paese o “Napolicchio” così era chiamata Muro. Nella parte ante terremoto, un episodio narrato mi ha fatta emozionare: l’eroe italiano, Pio La Torre il cui sangue e DNA sono un misto fra la testardaggine e capacità lucana (cit. autore), il cui merito fu proporre una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa a cui seguì la sua approvazione, la legge Rognoni-La Torre.

Così il siculo-murano Pio La Torre continua a vivere nella storia e come dice l’autore, tiene alto il nome di Muro. Io aggiungerei, non solo quello di Muro…

Quindi passa al periodo post-terremoto ed all’impegno profuso per la ricostruzione e qui devo dire ho letto una sorta di pessimismo: il cittadino murano diventa murese: nasce l’individualismo, spingere sgomitare, sopravanzare, con tutti i metodi possibili e immaginabili, diventò la nuova pratica del murese“Muro vive un presente pieno di utopia e fantasia. Non vede un futuro prossimo. Vive del suo glorioso passato”.

Credo sia chiara la differenza fra murano e murese: rappresenta, come lo stesso racconta nella sua prefazione, l’involuzione di un popolo, con il conseguente peggiorarsi delle qualità del guerriero. Nonostante, quindi, un aspetto finale critico della Muro di oggi, si comprende quanta dedizione e quanto impegno abbia messo Galdino in questo lavoro…Mi auguro che i giovani muresi e non solo loro, possano appassionarsi sempre alla storia dei propri luoghi di origine.

Come sempre vi auguro buona lettura.

 

Written by Barbara Filippone

 

 

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