Retrospettiva sul cantautore Elliott Smith: sprofondare nell’oblio di una lama fredda e metallica

Di tanto in tanto nascono  delle persone che vale la pena seguire anche nell’oblio e nella dannazione. Dal mio punto di vista soltanto la consapevolezza derivata dalla sofferenza può portare un uomo ad esprimersi artisticamente in un certo modo.

Elliott Smith come pochi altri, incarna questo mondo delirante. La sua musica ed i suoi testi riescono a grattare via la parte superficiale e bigotta che sostiene la nostra società, fino a scuotere le interiora e il cuore del lettore/ascoltatore. Un defibrillatore d’angoscia realista e di empirico pessimismo.

Questa recensione non vuole valutare l’Elliott Smith musicista, ma piuttosto proverà a comprendere e spiegare il disagio e la malinconia che sta dietro la musica e i testi.

Steven Paul Smith, nacque il 6 agosto 1969 a Omaha , Nebraska. Sei mesi dopo la sua nascita i genitori divorziarono e lui e la madre si trasferirono a Dallas.

L’aria che si respirava nella famiglia materna, probabilmente fu la causa per cui Smith si avvicinò alla musica. I nonni materni erano appassionati musicisti, uno batterista jazz e la nonna cantante di standard s blues. Iniziò a suonare il pianoforte all’età di nove anni ed a suonare la chitarra elettrica all’età di quattordici, periodo in cui decise di trasferirsi a Portland dal Padre.

Buona parte dei problemi depressivi e di dipendenza che lo accompagnarono per il resto della sua vita, vanno proprio ricercati in questa sua decisione di allontanarsi da casa della madre. Ella dopo il divorzio dal marito ebbe una relazione con Charly Welch, che diventò patrigno di Smith. Infatti lo stesso Smith più tardi confessò di aver subito violenza e probabilmente anche abusi sessuali da parte del patrigno in giovane età.

Più o meno in questo periodo Smith iniziò a conoscere e a fare uso di droghe e alcool. Dopo il diploma Smith iniziò a farsi chiamare Elliott, sostenendo che “Steven” suonasse troppo libresco. Il biografo S.R. Shutt ipotizza che Smith fosse stato ispirato nella scelta del suo pseudonimo dalla strada dove viveva a Portland, “Elliott Avenue”.

Finito il liceo si iscrisse alla facoltà di Filosofia delle dottrine politiche, dove incontrerà Neil Gust. La loro amicizia insieme alla comune passione per la musica portò alla formazione degli Heatmiser,  primo vero approccio musicale di Smith. Dopo aver suonato in diversi concerti, riuscirono a dare alle stampe, Dead Air, il loro primo Lp.

L’anno seguente pubblicarono l’Ep Yellow No.5 e il loro secondo Lp Coop and Speeder. Dopo la pubblicazione del secondo album, nel gruppo iniziano ad esserci dei malumori, l’animo frustrato e malinconico di Smith, stride con con quello stile di rock “rumoroso” che i suoi compagni di band suonavano. A causa di questo suo malessere decise di intraprendere la carriera da solista.

Il suo primo album “Romane Candle” arriva alla pubblicazione grazie anche alla complicità della sua ragazza dell’epoca che spedì il materiale alla Cavity search records, che decise immediatamente di pubblicare. Romane Candle è un inno alla malinconia dove Smith da sfogo alla sua inquietudine, i testi parlano di sbronze, sentimenti di abbandono e di autodistruzione, che sembra trasparire come l’unico vero rimedio. In canzoni come Last Call e No name 1, traspare tutto il suo disagio d’infanzia, i testi sembrano riferirsi a personaggi e fatti vissuti sulla pelle, e assumono in certe parti del testo risvolti brutali e violenti, evidenti in testi come nella prima traccia “Romane Candle”.

Romane Candle

“He played himself / Didn’t need me to give him hell / He could be cool and cruel to you and me / Knew we’d put up with anything 
I want to hurt him / I want to give him pain / I’m a roman candle / My head is full of flames /I’m hallucinating / Hallucinating / I hear you cry / Your tears are cheap / Wet hot red swollen cheeks / Fall asleep / I want to hurt him / I want to give him pain / I’m a roman candle / My head is full of flames / I want to hurt him / I want to hurt him / I want to hurt him / I want to give him pain / And make him feel this pretty burn”


L’album riscuote successo soprattutto nell’ambiente underground e nel 1995 l’etichetta Kill Rock Stars lo contatta per pubblicare con loro un nuovo lavoro. È così che nasce il secondo Lp “Elliott Smith”, dallo stile sia musicale che sentimentale molto simile al primo. Anche in quest’album i temi trattati sono all’incirca i medesimi: tossicodipendenza ed alcool, analizzate soprattutto nel loro risvolto intimo e psicologico.

L’ultima traccia “ The Biggest Lie” è  un capolavoro assoluto, probabilmente apice della disperazione e depressione di Smith. Il testo rimane abbastanza ermetico ma la metafora con cui rivive la morte e la separazione, ricalca il caldo abbraccio del suicidio.

The Biggest Lie

“I’m waiting for the train / The subway that only goes one way / The stupid thing that will come to pull us apart  /And make everybody late / You spent everything you had / Wanted everything to stop that bad / And now I’m a crushed credit card registered to smith / Not the name that you call me with / You turned white like a saint / I’m tired of dancing on a pot of gold flake paint / Oh we’re so very precious, you and I / And everything that you do makes me want to die / Oh I just told the biggest lie / I just told the biggest lie / The biggest lie”


L’anno seguente il 1996 fu molto importante per Smith, decise di fare un ultimo album con gli Heatmiser, la Virgin Records incominciò ad interesarsi a lui e inizio una turbolenta relazione con  Joanna Bolme. Il loro amore fu particolarmente tormentato, tanto che Smith decise di trasferirsi a New York per un periodo proprio per allontanarsi da lei.

Dopo quasi un’anno e molte titubanze riusci’ a pubblicare Either/Or , un alternanza delle solite e sublimi liriche tristi e da musiche più allegre ma che nonostante tutto trasmettono comunque un fortissimo dolore interiore e generazionale, come se la tragedia fosse l’unica parte della vita degna di attenzione.

Sempre nel 1997 il regista Gus Van Sant inserisce alcuni suoi pezzi nel film “Good Will Hunting” e “Miss Misery” viene nominata all’oscar come migliore canzone originale. La sua esibizione alla notte degli oscar , timida, quasi impacciata , dentro uno smoking bianco che sembra la sua antitesi, rispecchia completamente l’animo di Smith, poco incline a tutta quella attenzione addosso.

Miss Misery

I’ll fake it through the day/ With some help from johnny walker red/ Send the poison rain down the drain/ To put bad thoughts in my head/ Your two tickets torn in half/ And a lot of nothing to do/ Do you miss me, miss misery/ Like you say you do?/ A man in the park/ Read the lines in my hand/ Told me I’m strong/ Hardly ever wrong I said man you mean/ You had plans for both of us/ That involved a trip out of town/To a place I’ve seen in a magazine/ That you left lying around/ I don’t have you with me but/ I keep a good attitude/ Do you miss me, miss misery/ Like you say you do?/ I know you’d rather see me gone/ Than to see me the way that I am/ But I am in the life anyway/ Next door the tv’s flashing/ Blue frames on the wall/ It’s a comedy of errors, you see/ It’s about taking a fall/ To vanish into oblivion / Is easy to do / And I try to be but you know me / I come back when you want me to // Do you miss me miss misery / Like you say you do?

 

Nonostante la sua carriera stesse prendendo una buona direzione, dal punto di vista personale le cose andavano sempre peggiorando. La depressione e il suo intricato stato psicologico lo portava spesso ad abusare di antidepressivi ma soprattutto di alcool.

Nell’estate del 1998 pubblica il suo quarto album “XO”, Smith decide di dare più colore alla propria musica, l’album sembra quasi un atto d’amore verso i Beatles, i testi e le tematiche sono sempre più forti , intime e psicologiche, “XO” sembra una montagna russa, le salite metafora di ricerca della felicità e le brusche discese metafora di sprofondamento nell’oblio della tristezza. Perla dell’album è sicuramente “Waltz # 2”,  dove sembra davvero cantare sotto la spinta emotiva delle esperienze giovanili.

Waltz # 2

First the mic then a half cigarette / Singing cathy’s clown / That’s the man that she’s married to now / That’s the girl that he takes around town / She appears composed, so she is, I suppose / Who can really tell? / She shows no emotion at all / Stares into space like a dead china doll / I’m never gonna know you now, but I’m gonna love you anyhow / Now she’s done and they’re calling someone / Such a familiar name / I’m so glad that my memories remote / ‘Cos I’m doing just fine hour to hour, note to note / Here it is the revenge to the tune / “You’re no good, / You’re no good you’re no good you’re no good” / Can’t you tell that it’s well understood / I’m never gonna know you now, but I’m gonna love you anyhow / I’m here today and expected to stay on and on and on / I’m tired / I’m tired / Looking out on the substitute scene / Still going strong / Xo, mom / It’s ok, it’s alright, nothing’s wrong / Tell Mr. Man with impossible plans to just leave me alone / In the place where i make no mistakes / In the place where i have what it takes / I’m never gonna know you now, but I’m gonna love you anyhow / I’m never gonna know you now, but I’m gonna love you anyhow / I’m never gonna know you now, but I’m gonna love you anyhow

 

Dopo la partecipazione agli oscar Smith è ormai un personaggio pubblico, artista da tournée mondiali, ma la sua fama incomincia ad irritarlo, e nel pubblicizzare il suo ultimo lavoro in vita “Figure 8”  , Smith decide di apparire molto meno rispetto ad “XO”, cercando forse la perduta solitudine di un tempo.

Figure 8 è un album dalle musiche ancora più stile Beatles, i testi rimangano struggenti e delicati, anche se sembrano avere perso un po’ della malinconia degli esordi. Rimane comunque un album bellissimo e riflessivo.

La storia di Elliott Smith è raccontata dalle sue canzoni, dalle canzoni lente e infelici degli esordi a quelle più Beatles della fine. La notorietà  lo sovraespose al mondo, un mondo troppo corrotto per una tale sensibilità, Smith ne accuserà il colpo e le sue dipendenze e il suo mal di vivere peggioreranno a vista d’occhio fino all’inevitabile.

Elliott Smith ha trovato la sua fine il 21 ottobre del 2003 a Los Angeles, con un gesto angosciante e disperato si è pugnalato al petto, una lama fredda e metallica a simboleggiare la strafottenza e il vile cinismo della nostra società che trafigge il suo cuore, recipiente della sua atipica ed elevata sensibilità e consapevolezza.

Mi sento di poter dire che Elliott Smith è stata uno dei pochi cantautori, artisti, (forse l’unico) a saper raccontare la propria rassegnazione e sofferenza in un modo così devastante. La sua musica, le sue parole e la sua voce mentre canta ti attanagliano le membra come se i nostri organi interni fossero invasi da metastasi di pura e scura sofferenza.

 

Written by Alessandro Todde

 

 

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