Ascanio Celestini presenta “Pro Patria” al BookCity di Milano

Ascanio Celestini presenta “Pro Patria” al BookCity di Milano

Dic 3, 2012

Ascanio Celestini, attore e scrittore, ha colto l’occasione del BookCity di Milano (dal 15 al 18 novembre 2012) per presentare al Teatro Franco Parenti il suo ultimo lavoro, “Pro Patria” che prende il nome dal suo monologo, in cui è un carcerato che parla con Giuseppe Mazzini.

Proprio a proposito della scelta di dare la sua voce a un carcerato, Celestini nel pomeriggio si è recato preso il terzo braccio (“quello bello”) del carcere di San Vittore a parlare con alcuni carcerati.

La prigione, anche per Celestini, è il cuore dello Stato.

Il carcere svolge un ruolo di sostituto del welfare, perché il 70 percento dei detenuti sono tossici o stranieri”, ha detto, provocatorio. In Italia c’è una media di 146,3 detenuti ogni 100 posti, e restano chiusi in cella 20 ore al giorno, facendo alto consumo di droghe per soddisfare la situazione in cui si trovano. “In alcuni posti, i detenuti dispongono di meno di un metroquadro per persona, tanto che scendono dal letto a turno”, ha sottolineato Celestini, ricordando come il presidente Napolitano abbia recentemente paragonato la pena detentiva a tortura.

Se gli chiedi che vogliono, non chiedono più spazio, un metroquadro al giorno va bene, ma non per 22 ore al giorno”.

Con i detenuti, Celestini ha parlato della fabbrica come alienazione del lavoro, raccontando loro dell’operaio Piaggio che non solo non sa cosa sia fatto prima o dopo di lui al pezzo su cui lavora, ma ignora dove sia l’immediato reparto successivo al suo. Per Celestini, la fabbrica rappresenta l’istituzione più forte dell’individuo, sconosciuta e labirintica.

Poi ha parlato di scuola, che per l’attore romano – notoriamente anarchico – è l’esemplificazione somma della gerarchia.

I detenuti volevano andare a scuola per fare il corso di meccanico, e io ho chiesto loro Cosa fareste voi per diventare meccanici, se foste fuori? Loro mi hanno detto: andremmo in officina. Bene, allora chiedete che in carcere apra un’officina, non chiedete il corso!Il corso, la scuola, rende subalterni: sei visto come un contenitore vuoto”.

L’insegnante non è uguale agli altri, agli alunni, perché può dire chi è più bravo. Il bambino non può giudicare l’insegnante, per cui una relazione è impossibile”.

La libertà non è nella limitazione ma nella relazione che è propria della differenza.

Dalla riflessione sul carcere, Celestini, arrivato sul palco con un tascapane e una giacca a vento turchese, è passato a trattare di ciò di cui il libro parla: i terroristi che hanno liberato Roma ai tempi di Mazzini, la fuga di Pio IX che si rifugiò da Re Bomba (Ferdinando II), i personaggi bizzarri che impazzavano nella non ancora capitale, giovanissimi, quali Anita Garibaldi, Mameli, Manara, Morosini, Dandolo.

Sono i giovasi a spingere al cambiamento (come anche i partigiani) ed alla fine Celestini lascia intendere che questi ragazzi spinti ai margini della società vanno ascoltati ed aiutati, anche se non c’è nulla di poetico in quel che l’attore dice.

Chi se ne frega di essere la nuova classe dirigente e aver la faccia di Montezemolo, ma che schifo! Io vorrei potessimo dire: voi sarete cittadini e ciò che vi piacerà essere. Oggi la storia è concentrata su poche figure, mentre alcune parti del pianeta non esistono più” (L’URSS, la Mongolia).

 

Written by Silvia Tozzi

 

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