Intervista di Carina Spurio ad Andrea Palazzese ed al suo “Vasco per me”

Intervista di Carina Spurio ad Andrea Palazzese ed al suo “Vasco per me”

Nov 27, 2012

Andrea Palazzese vive a Roseto degli Abruzzi. Si definisce testardo e carismatico, comico e ironico. Ama correre e praticare sport. Ma l’attività nella quale si diletta con maggiore intensità è quella di far chiasso con gli amici. Ha molti difetti e pochi pregi. Non si prende quasi mai sul serio: quando lo fa ha un motivo! Non ama le camicie stirate bene.

Viaggia molto, soprattutto col cervello… ha una pagina fb “Vasco per meCassandra Edizioni, 2011, che poi è l’omonimo titolo del libro che ha pubblicato lo scorso anno; lì, ci informa, scrive molti dei suoi pensieri!

Il racconto di Andrea Palazzese dal titolo “E sono già andato via”, ha partecipato al Festival delle Letterature dell’Adriatico di Pescara.

E sono già andato via
Non sono mai nello stesso posto. Non sono mai nella stessa idea. Non sono più quello di ieri, ma in fondo sono sempre lo stesso.
Non ho una vetrina di parole, ma il tatto e un palmo pronto a toccarti. Io ho il nulla. Ma il nulla è tutto.
Tempeste e nuvole dalle finestre, macigni e sassi pesanti come gropponi e grovigli. Un assolo violento di solitudine e corde tagliate male.
Via, via come il vento, un’ autostrada veloce.
Mi piace andarmene, lasciare tutto dietro, come quando la macchina lascia dietro sé i lampioni. Mi piace andare via ed in silenzio andarmene da me.
Mi piace andare in un dove o forse un altrove e portare con me un occhiale da sole. Io e il destino beffardo. Ma so che dentro un destino non ho. Neppure un limite.
Sono l’autore, il mattatore di questa calda pelle. Strappo la carne delle parole senza troppi fronzoli. Sono un rock’n’roll di parole pesate.
E così spesso vado via come questa volta.
Sono andato via così. Senza lasciare traccia. Ho bruciato anche alcuni ricordi e mi sono maledetto.
Sulla strada le luci opache dei lampioni che giocano ad ombra col mio volto. Una chitarra distorta. Una bestia da tenere ferma. Io, zingaro di illusioni, con lo sguardo sul corpo di una donna. Una femmina che vuol essere toccata. E che questa notte mi ami.
Sono il contrario. Sono il contrario di tutto. Sono perfino il contrario di me stesso. Mai uguale. Mai pari. In bilico.
Vado contro-corrente. Non amo le abitudini. Mi annoiano.
Sono in fuga. Sempre. Entro,un caffè e poi…
sto scappando e…
mi fotterete,ma non del tutto. Non l’anima.
Sono il delirio, la follia, il piacere.
Non ho un dio. Credo solo in me stesso.
Sono la rabbia della notte, l’estremo, la follia.
Sono diverso dal giorno prima. Ma in fondo sempre lo stesso. E con qualche risata in più.
E sono già andato via.

 

C.S.: “Non sono mai nello stesso posto. Non sono mai nella stessa idea. Non sono più quello di ieri, ma in fondo sono sempre lo stesso. Non ho una vetrina di parole, ma il tatto e un palmo pronto a toccarti. Io ho il nulla. Ma il nulla è tutto.” Sembra un dialogo crudele con diversi “io”. “Mai uguale. Mai pari. In bilico.” per ricollegarmi alle tue parole. “Forse un niente che è tutto.” Come direbbe Eugenio Montale …

Andrea Palazzese: Sì, un niente che è tutto, ma anche un tutto che è niente … una verità crudele. È come se fuggissi da chi mi vuole sempre uguale. Fuggo dagli stessi posti, dalle stesse emozioni, dal conservatorismo, dalle abitudini. Non mi piacciono le catalogazioni: mi imprigionano perché sono un libertario, un avventuriero. Non mi piace definirmi perché mi limiterebbe. Non sono una persona sola. Per dirla alla Pirandello, “Uno, nessuno, centomila”. In fondo siamo fatti da tanti aggettivi come da tante cellule. È una protesta, una ribellione contro i poteri forti che ci vogliono tutti omologati e che pretendono da noi giovani di doverci accontentare. Ecco, io non voglio accontentarmi. Ho usato un linguaggio diretto, senza girarci troppo intorno: potrei dire che ho usato un linguaggio rock. Praticamente nudo e crudo. Mancano solo le chitarre. È quello che viene fuori dallo stomaco.

 

C.S.: Per te la scrittura è passione oppure libertà?

Andrea Palazzese: È un atto istintivo, spontaneo e naturale. Viene così dal nulla ed è come se nascesse dall’inconscio. Godo nel momento in cui mi frulla un pensiero o una provocazione come quando guardo una donna. Sono praticamente eccitato. È uno sfogo e nel momento in cui ho liberato la ‘bestia’ mi sono scaricato. È come se scaricassi una parte della tensione emozionale accumulata, ma l’adrenalina rimane per ore o per giorni. Non so dirti cosa sia, ma è libertà e passione nello stesso tempo. A volte lo faccio per necessità come quando corro, altrimenti non saprei dove e come liberare tutta la carica elettrica. È una guerra continua con i diversi ‘io’.

 

C.S.: Scrivi di giorno o di notte, su carta o al computer?

Andrea Palazzese: Non scrivo sempre, ma quando capita lo faccio su qualsiasi cosa e in qualsiasi momento. Basta anche uno scontrino. Di solito i pensieri più duri e crudi, che mi sembrano stupefacenti, vengono quando corro o sono in macchina, o ascoltando una canzone. Non c’è un perché; non esiste neppure il tempo. E poi scrivo senza rispettare troppe regole: mi prendo tutte le licenze che voglio. Spesso è una rabbia, una immaginazione, un istinto o qualche delusione. Altre volte è un gioco ironico e provocazione. È un giubbotto di pelle che indosso quando ho freddo o una camicia stirata male.

 

C.S.: Qual è l’autore che ti ispira di più?

Andrea Palazzese: Ce ne sono molti. Dai lirici greci a Tasso, per arrivare a Leopardi, Montale. Ci sono anche i poeti maledetti e poi Bukowski, ma anche le bands americane. Ma mi ispira un film, la vista di una donna, un testo rock, l’espressione di un volto. Insomma non ho limiti. Ecco Vasco mi ispira moltissimo; ci capiamo benissimo perché siamo sulla stessa lunghezza d’onda: per me è l’incant(a)utore di serpenti, un provocatore di coscienze. La provocazione artistica è una delle forme che amo di più, perché il tuo cervello resta acceso anche davanti ai telegiornali che ti spiattellano nuove verità. Mi piace quello che scrive e canta e mi piace come lo fa senza mezze misure. Ci vado dentro fino in fondo, fino a sprofondare. I suoi testi mi devono penetrare fino a far male ed è una goduria estrema.

 

C.S.: … e il tuo libro preferito?

Andrea Palazzese: Devo dire che tra quelli che ho letto tutti ti lasciano qualcosa, quindi non c’è un preferito. Anche una canzone è un libro: la differenza è che una canzone riesce a dirti in quattro o cinque minuti quello che un libro ti dice in cento pagine. Però sono due forme di comunicazione diverse, entrambe capaci di svegliati ed emozionarti.

 

C.S.: Vasco, o meglio le sue canzoni sono state oggetto della tua tesi di laurea da cui nasce il libro …

Andrea Palazzese: Ricordo ancora l’espressione del mio professore di letteratura. Quella volta a lezione si era parlato di comunicazione e mi ero detto: . Gli ho proposto l’argomento e ha capito che non scherzavo. Volevo e voglio allargare gli orizzonti culturali. La canzone d’autore è Arte, come il cinema. Attraverso un testo si può ricostruire un’epoca e le emozioni che si vivono; si può conoscere la realtà così com’è senza strumentalizzazioni. Così ho trattato il ribellismo, la protesta, il potere, la noia e la donna. Penso che sia una cosa del tutto innovativa. Da “Vita spericolata”, inno alla vita vissuta pienamente (altro che drogata!!) a “C’è chi dice no”, fino a “Gli Spari sopra”. E tanto altro ancora. Si tratta di una analisi dei testi inseriti nel contesto sociale e culturale in cui sono nati. C’è sempre qualcuno che mi dice che non ce n’era bisogno o che mi guarda di traverso, ma io vado per la mia strada e quando arriverà la domenica avrò almeno la soddisfazione di essere stato un’ eccezione.

 

C.S.: Cosa stai scrivendo in questo periodo?

Andrea Palazzese: Nulla in particolare. Ogni tanto butto giù qualche idea. L’ultima è un commento al Manifesto futurista della nuova umanità. È l’uomo nuovo che ha preso coscienza di esistere in questa vita e si rivolge alla più grande illusione di sempre: la presenza di una intelligenza divina. Così l’uomo ringrazia questa bella illusione dicendo che è stato difficile abituarsi ad una vita sola e senza te e si rende conto che ormai la vita è sua ed è lastricata di problemi. È l’uomo il vero responsabile di se stesso e non c’è nessun dio. La vita è un miracolo di per sé per il fatto che ogni giorno si rinnova. Questo non vuol dire che la vita non abbia valore, anzi in questo senso ne acquista di più. Pensa che così l’uomo è responsabile di ciò che compie, sia delle cose belle, sia delle guerre. Se faccio un errore sono io a farlo e non è la volontà divina. Siamo passati dai segnali di fumo ad Internet, dal carro a quattro ruote all’automobile e purtroppo dalla conquista dei diritti civili alla messa in discussione di questi. Il diavolo non esiste: secondo me è solo la parte più oscura di noi che tendiamo a sopprimere perché ci fa paura e che qualcuno ha usato per incutere timore e strumentalizzato per aumentare il potere. La donna crea per davvero: è lei che porta per nove mesi una nuova vita. Altro che dio e i suoi sette giorni.

 

C.S.: Per caso hai qualche sogno in tasca, o sei già andato via?

Andrea Palazzese: Ne ho molti, forse troppi. Faccio parte di quelli che hanno grandi passioni e illusioni. Ogni tanto ho bisogno di andar via, di cambiare abitudini. I sogni hanno un costo alto che la classe dirigente ci sta uccidendo, ma noi non ci svendiamo e siamo duri a morire. Potrei anche risponderti così, quando si credeva ancora nell’utopia della fantasia al potere: “sì! Stupendo…mi viene il vomito, è più forte di me, non lo so se sto qui o se ritorno… se ritorno, se ritorno tra poco…tra poco….tra poco.” Insomma noi scappiamo fuori di qui.

 

C.S.: Che rapporto hai con Roseto?

Andrea Palazzese: È la mia città, dove sono nato e cresciuto. È un rapporto viscerale. Quando ci sei vorresti andar via e quando sei via vorresti ritornare. Ecco, in questo senso non sono mai pari. Poi c’è il mare: quando è calmo mi rilassa, quando è mosso mi da una grande energia. Devo dire però che d’inverno non c’è molto da fare e mi sale proprio voglia di andare in qualche altro posto. La strofa finale di una canzone intitolata Dimentichiamoci questa città fa così: “dimentichiamoci questa città / con i suoi guai /dimentichiamocela…..dai /dai che prendiamo il volo /dai che viviamo in un attimo solo /dai che facciamo l’amore /per delle ore yeah!!! .”

 

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