Vincitori e finalisti della gara poetica “Toccare il cielo”

Vincitori e finalisti della gara poetica “Toccare il cielo”

Nov 13, 2012

Si è conclusa il 5 novembre 2012 la gara poetica “Toccare il cielo” promossa dalla web-magazine “OublietteMagazine” e dell’autore Carmelo Cossa. Una partecipazione altissima come per ogni nostro concorso e cogliamo l’occasione per ringraziare i nostri lettori per l’importante presenza.

I numeri di “Toccare il cielo”: 230 partecipanti, 32 finalisti, 6 vincitori.

La giuria della gara “Toccare il cielo” (Alessia Mocci, Rebecca Mais, Nino Fazio, Giuseppe Giulio, Fiorella Carcereri, Luca Gamberini, Luca Allegrini) ha decretato i 6 vincitori delle copie del libro messo in palio.

Tutte le poesie ed i racconti partecipanti possono essere lette QUI.

 

Finalisti sezione A (poesia):

Sebastiano Impalà  con “Parole”

Mauro Bompadre con “Lasciami almeno una favola”

Saul Ferrara   con “Tanka”

Maria Teresa Crespini  con “L’altro altrove”

Elio con “Ciao Papà”

Corrado Borrelli con “Il coraggio di vivere”

Maria D’Amato con “Mi piaceva sentire la mia risata nella notte con te”

Maria Romanetti   con “Non mandarmi via”

Cesare Granati con “Immagine immobile”

Giambattista Ganzerli  con “Il Poeta”

Rosi Guerino con “La ragazza e il cane”

Antonella Taravella   con “Resta come una conserva – la voce”

Davide Rocco Colacrai con “E vide la sua luce un angelo”

Moreno Centa con “Follia di ricordi”

Maria Pina Santoro con “Campi”

Emanuela Di Caprio con “Vorrei”

Finalisti sezione B (racconto breve):

Raffaello Corti con “Il colore dei sogni”

Lella Pintus con “Verrà la morte”

Anna Giordano con “La rosa nel giardino”

Monica Binachetti con “La bicicletta”

Tania Scavolini con “Il richiamo del mare”

Emma Pirozzi con “Storia di Pino Solimene seduto su un albero”

Maria Mattana con “Il vestito rosso”

Anna Maria Caboni con “L’anima delle cose”

Lisanna Bertacchini con “Piccolo mondo”

Elena Condemi con “L’oceano e la porta”

Tiziana Tius con “Cherì”

Tiziana Scuderi con “L’albero paffuto”

Christian Gusmeroli con “La seconda vita”

Luca Craia con “Peppe e il socialismo”

Laura Capanni con “Nebbia”

Daniela Giorgini con “Leila”

 

Vincitori sezione A (poesia) 

Sebastiano Impalà

Parole

Mute,
le parole si rifugiano
nelle tane dell’orgoglio.
Hanno piedi di piombo
e ali pesanti
le signore della vita.
Con veli scuri
popolano le stanze,
origliano sotto gli angoli delle porte,
si nutrono di affannati sospiri.
Culture sovrapposte
le spingono ad uscire
ma limiti senza ordine
ostruiscono la via.
Hanno vita breve
come gli entusiasmi…
sono d’aria
e come venti malsani
uccidono popoli interi.
L’antitodo, il silenzio.

 

Maria D’Amato

“Mi piaceva sentire la mia risata nella notte con te”

Mi piaceva sentire la mia risata nella notte con te.
Mi piaceva tenere per me i diversi timbri di voce,
che nascondevano dolore,
che liberavano gioia,
che dipingevano il silenzio di un vuoto allegro.
Mi piaceva la forma delle labbra che assumevi
quando mi avvicinavo a te,
preda e padrona sedotta,
impigliata tra le gabbie di un respiro mai interrotto.
Mi piaceva il verso delle fossette,
lune di carne in mezzo al viso,
roseo confine oltre il baratro,
cuscino di fiori appena colti.
Mi piacevano le risate dopo l’amore,
e anche prima di colpire la tua anima.
Mi piaceva il silenzio nelle mani
e il calore con cui stringevi le dita.
In un buio amico,
in sorrisi mai spenti,
in cicatrici mai chiuse… c’eri tu !
Mi piaceva ancora che sorridevi,
un crepuscolo sul mare calmo…

 

Mauro Bompadre

“Lasciami ancora una favola.”

Lasciami ancora una favola
che sappia portarmi lontano,
appesa ad un ramo di follia,
così che possa perdermi
in una fantasia d’amore.

Lasciami ancora una notte
di sudore e nostalgie,
dove possa incontrarti
nei sogni che tu squarci
come un faro nell’oscurità.

Lasciami ancora una speranza,
un’ultima occasione,
di dipingere orizzonti
colorati da nuovi sorrisi
che possano ancora somigliarti.

 

Vincitori sezione B (racconto breve)

Raffaello Corti

“Il colore dei sogni”  Omaggio al Maestro Giorgio Morandi

Di fronte a me una pagina bianca, è un assoluto, potrebbe contenere il tutto e il nulla. Traspare dal suo candore la nuda forza del tempo, l’opprimente peso dei ricordi. Mi osserva, e dal suo silenzio giungono urla che mi costringono ad impugnare la penna, affinché su di essa si crei quel contrasto cromatico di pensieri che mette in risalto nere tracce di vita su bianco sfondo di speranza.
Socchiudo gli occhi, e cerco di penetrare quel candore come un artista di fronte alla sua tela.
D’improvviso un tintinnio di vetri mi risveglia dal mio torpore, mentre un pennello dalla punta intrisa di bianco, si avvicina minaccioso al mio viso.
Dopo il primo attimo di smarrimento, compresi di essere dentro un quadro, di fronte a me la figura di Giorgio Morandi che, con cura, sistema i suoi vasetti e le sue bottiglie per riportarne la fragile anima di vetro sulla grezza tela.
Mi sento uno spirito perso tra le ombre leggere del colore e le sapienti mani del Maestro. Non posso restare, devo fuggire, uscire, spingermi oltre il perimetro mentale dell’Artista e della sua opera. Attendo che il Maestro si riposi un attimo mentre l’olio asciuga. Lui è qui di fronte a me, immobile, assorto, perso nei suoi colorati pensieri, nelle sue forme che ancora devono nascere e giacciono silenti tra le sue mani.
Ne approfitto, esco dall’ombra della bottiglietta esagonale, a Lui tanto cara, e mi avventuro sul piano immaginario, dove sospese vivono le sue creature. È un attimo, perdo l’equilibrio e comincio a scivolare lentamente verso il bordo inferiore della cornice, mentre le mie dita lasciano graffi di colore indefinito.
Ormai in preda al panico, urlo e mi agito, macchiando la tela, ma quando ormai avevo perso le speranze, ecco un tocco delicato di pennello seguito da un leggero brontolio del Maestro, che mi vede come una goccia che cola.
Sono così catapultato dal fondo bianco della base, verso l’area superiore dell’opera, e mi ritrovo il corpo avvolto da un delicato colore avorio. Bella sensazione, peccato che soffra di vertigini, devo trovare il modo di ritornare sui vasetti, o almeno tentare di posarmi su quella scatolina ocra che mi piace molto, ma che vista da quassù sembra così lontana.
Decido di affrontare le mie paure, e inizio la discesa aggrappandomi a campiture sporgenti di colore. È un viaggio metafisico, passo dopo passo su sdrucciolevoli azzurri, bianchi opachi, grigie ombre che tracciano profili come luce radente di primo mattino, ed eccomi infine di nuovo sul tavolo tra le adorate figure del Maestro.
Devo pensare, cerco quindi un luogo in cui sedere e riposarmi, ecco, mi appoggerò a quella slanciata e bianca bottiglia che fa da contrappunto al vaso blu dello sfondo. Mi raggomitolo in cerca di quiete, mentre sento i passi del Maestro che si allontana. L’odore della pittura a olio, la confusione mentale, lo stress, tutto contribuisce a farmi scivolare in un sonno leggero. Sento le membra del corpo rilassarsi e la mia schiena abbandonarsi al sostegno della bianca bottiglia; d’un tratto il Caos !! Il mio peso, seppure infinitesimale come un tocco di colore, è sufficiente a rovesciare la bottiglia, che con effetto domino trascina con sé ogni cosa.
È un delirio: cocci di colore sparsi su tutta la tela, macchie bianche, blu, ocra, si fondono in un disordine primordiale trattenuto solo dai bordi della cornice. Inizio a sbraitare: “ Ma cosa hai fatto … come hai potuto essere così imbecille?”. Non mi do pace e cerco di raccogliere e raggruppare quanto più possibile, prima che il Maestro ritorni. Ma è un lavoro inutile, brandelli di colore si appiccicano alle mani, ormai l’opera altro non è che una informe massa di astratti colori, una poesia straziata, un cielo senza più azzurro. Vorrei morire !!
Mi aggrappo al collo affusolato della bottiglia bianca e, come naufrago rassegnato alla morte, mi lascio trasportare su quel mare di colori assenti, in balia di quelle ombre delicate che più non sono, se non la tragica raffigurazione della mia disperazione.
Il mattino mi colse di sorpresa, un raggio di sole dalle persiane socchiuse sul giardino, tagliò la tela come una lama calda illuminando ciò che restava di quel mare morto.
Sento dei passi, il Maestro apre la porta dello studio, il viso sereno e disteso in un leggero sorriso, sino a quando, giunto di fronte al quadro, rimane inorridito, bloccato, una statua di sale senza più parole.
Io nascosto dietro i cocci bianchi della bottiglia lo osservavo, vorrei urlare le mie scuse, ma le mie mani che battono violentemente sulla tela, non producono alcun suono.
Morandi esamina i suoi modelli, allineati e trasparenti come nuvole di primavera. Senza scomporsi, con una piccola lacrima che gli solca il viso, prende i pennelli, la sua tavolozza e ricomincia di nuovo, coprendo il suo dolore sulla tela con un bianco manto di colore, primitiva forma di sudario.
E dal quel fondo nuovo, comincia a ridare vita al suo sogno e alle sue meravigliose visioni.
Il telefono squilla violento e inopportuno, mi risveglio di soprassalto e apro gli occhi, di fronte a me la pagina bianca mi sorride, già sa che la storia è compiuta e attende con garbo che il mio tratto nero scivoli dolce sul candore dei nostri sogni.

 

Emma Pirozzi

“Storia di Pino Solimene seduto su un albero”

Erano passati trenta giorni e Pino se ne stava seduto sull’albero maestro del giardino del suo casale. Ormai in paese la voce si era diffusa e se ne stavano tutti lì, assorti in una specie di meditazione. Dal medico allo spazzino, dall’ingegnere all’infermiera, tutti, uomini e donne e bambini, si chiedevano cosa ci facesse Pino lì sopra. A nulla erano valse le esortazioni di amici e conoscenti; se ne stava lì, dritto con la schiena e lo sguardo fisso sull’orizzonte. Qualcuno diceva che fosse diventato matto, qualcun altro che fosse disperato, altri ancora erano convinti che quello fosse uno dei suoi soliti scherzi o dei suoi rari ma incisivi gesti eclatanti. Alla fine l’ipotesi più accreditata divenne chissà come quella della possessione demoniaca.
Don Giulio Quercia, il parroco della chiesa del Sacro Cuore di Gesù, convinse i pompieri a dargli una scala, di quelle lunghe e larghe e sicure che si usano quando a tutti i costi si vuole salvare qualcuno. Il prete salì fino al ramo massiccio su cui Pino se ne stava appollaiato e gli disse:
“In nome di Dio padre Onnipotente e del suo santo Spirito e del suo figlio Gesù Cristo io ti ordino Satana di abbandonare il corpo del nostro figliolo, Pino Solimene.”
Niente. L’uomo non si scompose minimamente. Don Giulio pensò che quella fosse proprio opera del demonio e allora cominciò con le sue strane litanie in latino e poi prese a spruzzargli addosso acqua santa.
“E va bene – disse a un certo punto Pino – che avete messo la scala per gli incendi mi potrebbe pure passare, ma l’acqua no, che di notte scende l’umidità e mi viene la bronchite”
“Grazie a Dio – gridò Don Giulio a quelli di sotto – Pino è guarito!”
La folla si fece il segno della croce e man mano cominciò a diradarsi, pensando che sarebbe stato meglio se Pino, almeno scendendo dall’albero per tornare a casa, fosse stato lasciato in pace e salvato dal pubblico imbarazzo. Ma Pino non si mosse, si voltò con aria indispettita verso il prete e disse:
“Ho scoperto delle cose tremende riguardo al male padre. Mi ci sono messo a pensare per una notte intera, circa un mese fa: è stata una notte insonne.”
“Dimmi figliolo, raccontami tutto, liberati da questa maledizione…”
“Pensano tutti che il male sia come un boomerang, io sentivo dire che il male torna sempre indietro. E sarà stato per questo che ho cercato di essere buono. E credo più o meno di esserci riuscito. Ma poi ho fatto quella scoperta e mi sono reso conto di essere stato buono inutilmente. Perché vede padre, il male è più come l’IVA, una semplice partita di giro, che sta sempre in circolo, è di tutti e di nessuno…e non finisce mai. Il fatto è che qualcuno un bel giorno fa del male a qualcun altro; e può essere uno qualunque, non è questo che conta. Ciò che conta è che poi si diventa tutti complici, perché il male deve girare. Certo è che quelli toccati dal male poi prendono a darne un poco a destra e un poco a manca, per liberarsene in qualche modo o per farsi giustizia o per sentirsi meno soli, nel ricevere il male. Così accade che arriva il turno di ognuno, uno alla volta, un poco per tutti. La gente non sta attenta, non fa una selezione morale quando passa la palla, la passa e basta. Perciò, io credo, non dovremmo accanirci nell’essere buoni, dovremmo piuttosto stare attenti a non farci fare del male. Oppure possiamo continuare con questa idea stupida di essere buoni e tenercelo tutto per noi, il male.”
A quel punto si voltò di nuovo verso l’orizzonte e ridivenne assente…Don Giulio deglutì per non piangere.
“Figliolo, tu non puoi stare qui per sempre. Le cose si aggiustano prima o poi.”
“No padre, non è vero. Le cose rotte dal male gratuito non si aggiustano più e diventano infette. Ma io sono stupido, non sono mai stato furbo, non so essere disonesto e soprattutto ho capito che diventando tutto quello che non sono asseconderei questo strano gioco che mi rende una pedina, un pezzo di un disegno strambo, una fase di un gioco al massacro. E allora me ne resterò qui, con tutto il mio male, per non farlo più circolare. Voglio ritirare la patente, a questo male, tenermelo qui nello stomaco finché non mi batterà più il cuore. Me ne starò qui perché non voglio più che mi si chieda come sto, non voglio più che mi si faccia una carezza sapendo di non poter riparare a un bel niente; me ne starò qui perché se c’è qualcuno che ha il diritto di fare del male a Pino Solimene , quello è Pino Solimene.”
Don Giulio Quercia scese dall’albero maestro su cui se ne stava l’uomo che non era riuscito a salvare; se ne andò senza sorriso e senza parole.
Raccontò a tutti la storia del male, ma nessuno la capì e tutti pensarono che il demonio l’avesse avuta vinta. Mai più anima viva, nemmeno amici e conoscenti, s’accostò al sentiero che portava al casale e di Pino più niente si seppe. Qualcuno pensa addirittura che non sia mai esistito.
Perché il male si tiene a mente mentre il bene si dimentica in fretta.

 

Christian Gusmeroli

“La seconda vita”

Renzo Solo era un uomo che aveva da poco superato il mezzo secolo di vita. Ha vissuto in totale solitudine, dopo la morte dei genitori, fino alla data di cinque anni fa quando per strada trovò un cucciolo di fox terrier abbandonato evidentemente da qualche bipede senza cuore. Il cucciolo venne battezzato Teo e d’allora i due vivono una vita intensa di coppia. Renzo che aveva sempre avuto una malinconia e vuota esistenza si sentiva finalmente amato. Ogni volta che rincasava dopo il lavoro non veniva più accolto da un pesante silenzio ma da un essere a quattro zampe scodinzolante ed esultante. A Teo spettava l’onere di ascoltare i racconti del suo padrone che spaziavano dalla giornata lavorativa alla sua biografia post nascita. La sera condividevano un piccolissimo letto ad una piazza e Renzo leggeva favole al suo piccolo amico e gli rimboccava pure le coperte. La presenza del cane al suo fianco nelle passeggiate gli permetteva di fare nuove conoscenze anche con la razza umana, soprattutto del gentil sesso cosa che a lui era mancata negli anni precedenti dove creava un muro di silenzi tra lui ed il resto del mondo.
Tutto sembrava andare per il verso giusto ma un giorno Renzo uscì un attimo lasciando la porta socchiusa. Quando rientrò in casa scoprì con orrore che Teo era sparito. Teo era sgattaiolato fuori, vittima del suo istinto animale, ma la sua fuga era durata poco poiché andò a sbattere contro un Porcari P50 rossa che a tutta velocità lo scaraventò in un dirupo.
Renzo appena realizzato che il suo piccolo quadrupede era scappato si precipito subito in strada alla sua ricerca. Passò tutta la giornata chiedendo a chiunque incontrasse se avessero visto un Fox Terrier a pelo ruvido di 5 anni con un collare giallo al collo. Proseguì ininterrottamente le ricerche fino a notte inoltrata. E per giorni, giorni. Per due settimane si concentrò solo alla ricerca di Teo, non andò al lavoro e per questo fu licenziato. Dopo tre settimane dalla scomparsa del cane Renzo era rassegnato, non dormiva di notte e si sentiva perso. Mentre pensava al vuoto che ormai si stava impossessando di lui, attraversò la strada. Una frenata, un tonfo ed un corpo steso a terra. Un uomo scese dalla sua Porcari rossa ed esclamò “Mio Dio, un’altra volta. Ma volete proprio ammaccarmi la carrozzeria”.
Renzo sentì un dolore all’altezza delle gambe poi tutto si fece nero. Ad un tratto i colori tornarono ad offrirsi agli occhi di Solo e la prima cosa che vide fu il suo amico Teo che gli correva incontro attraverso quello che era un immenso prato verde. Scodinzolando lo raggiunse e gli saltò in grembo. Un uomo con una lunga barba bianca, che aveva visto la commovente scena, li raggiunse.
“Benvenuto in Paradiso. Purtroppo i posti sono tutti occupati. C’è la crisi economica in Terra, siamo in alta stagione. Qui la gente ci viene spingendo. Non era sulla lista quindi se non ha obiezioni la rimanderemmo sulla terra”,
“E Teo?”
“Per lui c’è posto. Ormai è qui da un bel po’. Se vuole può scegliere. O lei o lui”.
“Voglio che sia lui a tornare indietro”.
San Pietro sorpreso esclamò “Ma è impazzito? Lei tornando sulla terra ha ancora una vita lunga, Teo al massimo ha ancora dieci anni da vivere”.
“Teo ha saputo riempire di senso la mia vita vuota. Sa quanta altra gente c’è che come me è sola e non ha nessuno con cui confidarsi? Come Teo ha salvato me, può fare lo stesso con qualcun altro. Rimanda indietro lui”.
San Pietro cominciò a lasciar sgorgare lacrime e subito un temporale colpì tutto il globo terrestre. Tutto si fece nuovamente buio.
Renzo aprì gli occhi, sopra di lui un cielo nuvoloso ed una pioggia violenta che batteva sul viso. Il dolore alle gambe stava via via scemando. Sentiva il viso umido ma non erano le gocce piovane. Quando riuscì a mettere a fuoco la causa di quell’umidità si trovo di fronte il muso di Teo che lo leccava. Se lo prese in grembo e, mentre il conducente della Porcari li superò inveendo contro di loro, tornarono verso casa loro dove per altri anni avrebbero reso a vicenda meravigliosi i loro giorni.

 

I vincitori saranno contattati via email per l’invio del premio.

 

4 comments

  1. Complimenti a tutti i partecipanti, finalisti e vincitori! Anche questa volta ci siamo divertiti a leggere poesie e racconti.

  2. Complimenti ai vincitori, ho apprezzato racconti e poesie!
    Tiziana

  3. fiorella carcereri /

    E’ stato un bellissimo concorso, come del resto tutti i concorsi indetti da Oubliette, e mi sento onorata di far parte della giuria.
    Vorrei ringraziare tutti i partecipanti ed esprimere il mio apprezzamento per l’elevato livello qualitativo della maggior parte delle opere sottoposte. Bravi :-)

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