“Cara Mathilda”, libro di Susanna Tamaro – recensione di Fiorella Carcereri

“Cara Mathilda”, libro di Susanna Tamaro – recensione di Fiorella Carcereri

Nov 10, 2012

Susanna Tamaro è nata a Trieste nel 1957 e vive a Orvieto.

 

Esordisce nel 1989 con il romanzo “La testa fra le nuvole” cui seguono la raccolta di racconti “Per voce sola” nel 1994 e, nello stesso anno, lo straordinario successo mondiale ottenuto con “Va’ dove ti porta il cuore”, da cui è stato tratto l’omonimo film di Cristina Comencini. Nel 1997 pubblica “Anima Mundi”.

Cara Mathilda” è una raccolta di lettere e riflessioni pubblicate per un anno su “Famiglia Cristiana” e riunite successivamente in un libro uscito nel 2001 con Rizzoli.

Si tratta di una toccante raccolta di quarantotto lettere che l’autrice scrive settimanalmente, nell’arco di un anno, ad un’amica lontana, tornata a vivere nel suo paese d’origine dopo aver trascorso un lungo periodo in Italia.

Le lettere trattano temi fondamentali dell’esistenza. Anche in questo epistolario Susanna Tamaro riesce, come pochi sanno fare, a trasporre sulla carta  in modo semplice e diretto sentimenti, turbamenti e pensieri, così come sgorgano dal  cuore e dalla mente, e a lanciarli come dardi dritti al cuore del lettore.

Nelle prime lettere l’autrice esterna il suo amore per la natura e parla dell’armonia dell’universo, di un universo il cui equilibrio rischia di essere irrimediabilmente ferito a morte dall’egoismo e dall’ignoranza umana.  Inevitabilmente, poi, le lettere successive  lasciano sempre più trasparire  tutto lo sconcerto e l’impotenza che lei prova di fronte al male che l’uomo sta facendo al mondo e ai suoi simili.

La Tamaro affronta il tema della malcelata e profonda tristezza che pervade l’animo dei nostri contemporanei. “Cammino per le strade e osservo i volti, le espressioni della gente, osservo i loro corpi, i movimenti, gli sguardi bassi. E più li osservo e più mi chiedo: dove sono le persone? Più che esseri umani infatti vedo maschere: maschere di tristezza, maschere di risentimento, maschere di disperazione”.

Le lettere parlano di come la società moderna esorcizzi l’idea della morte elargendo sorrisi, come in un grande, unico fotogramma. “Sorridono di cosa? Sorridono per cosa? Non si sa, nessuno lo dice. Bisogna guardare bene, con attenzione, per accorgersi che non si tratta di un sorriso ma di un ghigno, la smorfia spaurita di chi si trova in un luogo e non ne sa la ragione”.

Ognuno di noi si è costruito un’immagine di sé che ha difficoltà ad abbandonare ed è “grazie a lei che restiamo ancorati a un simulacro di realtà”.

E molte persone, purtroppo, danno l’idea di essere una sorta di ”calco di gesso vuoto”. La spontaneità, la naturalezza, la fiducia nel prossimo sono concetti obsoleti e riprovevoli. Quello che conta oggi è apparire, e l’autrice si chiede: “Quanto nemici di se stessi bisogna essere per vivere la propria vita come pura rappresentazione?

E poi, ha davvero  un senso il perseguimento ostinato del successo, “luccicante carta  di caramella vuota”?

Non saranno invece la sofferenza ed il sacrificio l’unica salvezza, la via di fuga da questa specie di ipnosi collettiva? E l’autrice ci lascia con un compito arduo da svolgere, con una sfida.  “Non è forse questo che accade in molte esistenze? Il dolore è l’unico grimaldello in grado di far saltare la falsa quiete dell’apparenza. Il mio lavoro è questo, usare il grimaldello, far scoppiare ciò che non è vero, non correre qua e là a recitare una parte inventata da altri”.

 

Written by Fiorella Carcereri

 

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