“Stabat Mater” di Antonella Presutti – recensione di Rita Pacilio

“Stabat Mater” di Antonella Presutti – recensione di Rita Pacilio

Ott 19, 2012

La vita non smette mai di riservare esperienze che spesso fanno perdere la capacità di interpretarle e trasformarle in testimonianze da condividere con tutto il mondo. Non può passare sotto silenzio l’oggettività disperata e dolente della morte di un figlio, né possiamo credere che il dolore di questo dramma non appartenga a tutti da un punto di vista umano.

Lo urla a gola strozzata Antonella Presutti nel suo lavoro letterario dal titolo Stabat Mater per i tipi della Edilet Edilazio Letteraria. Forte è il disagio che si rileva nei confronti della elaborazione del lutto che segnala il contenuto di una bellezza letteraria tesa alla ricerca plurilinguistica come gesto simbolico del rifiuto della morte violenta.

L’inquieta analisi del percorso intellettuale proposto dalla Presutti porta il lettore ad una visione polisemica delle figure semantiche utilizzate mantenendo una tensione costante verso l’universo turbato e scomposto del dolore.

L’operazione letteraria dell’Autrice si muove in prima persona entrando in diretto contatto con un avvenimento tragico, narrato in maniera empatica sopportando il fatalismo degli accadimenti in una costruzione logica frammentaria e a tratti incisiva e sconvolgente. Il dolore si mescola alla tensione della compassione (pathos) struggente che plasma il combattimento della parola analogica fino al rigore del proprio sentire la comunione impossibile dell’Altro.

La parola diventa necessario strumento terapeutico aggiungendo e sopprimendo, in modo altalenante, le espressioni che rimandano all’inconscio ferito e al perdono mai reso a Dio. Per questo motivo il lavoro della Presutti sembra essere regolato da leggi che sanno il combattimento della parola con se stessa e con quel silenzio doloroso a cui tutti facciamo riferimento se toccati in prima persona dalla sofferenza. La Madre addolorata stava ci spinge a meditare sulle madri dei dolori  e sui dolori delle madri.

Madri che generano figli come forma dilatata della propria autostima e della propria aspirazione, un vero e proprio prolungamento dell’ Io. Se si spezza, in modo violenta e prematura questa connessione, si sprigionano meccanismi psicologici di forte disorientamento (Catherine Bergeret- Amselek, psicoterapeuta) e di abbandono. Un figlio è spesso la nostra collocazione spazio/temporale nell’universo da noi abitato. La casa e il microcosmo raccontano la personalità, i conflitti, e la storia di chi la alberga.

Si apprendono molte cose di noi e della nostra personalità dal modo in cui la rappresentiamo: la casa è la più perfetta rappresentazione del sé, così come afferma Oliver Marc (Psicanalisi della casa, Red). I concetti chiave, non solo freudiani,  della scelta di riconoscersi e di essere riconosciuti  in un luogo vivente (la casa), come  una identità investita da un forte rifiuto della vita, ci fa riflettere sulla nostra costruzione della memoria e sull’energia di cui spesso è portatrice il nostro abitacolo (Umberto Galimberti).

L’antidoto alla morte è sempre l’amore, per se stessi e per le sfumature che, la contraddizione della vita, ci offre. Antonella Presutti parla di morte e di massacro, nelle sue forme mutevoli, che avviene in una casa, (metaforicamente può essere identificata come il ventre/utero di una madre), dove prende inizio la bellezza del creare e la distruzione consapevole della propria impotenza di fronte ad un atto suicida di un figlio, che non è mai atto vigliacco o superficiale, ma, semplicemente, è l’unica soluzione ad un conflitto imperfetto.

 

Written by Rita Pacilio

 

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