“Cloture de l’amour” di Pascal Rambert debutta in italiano, dal 30 ottobre al 15 novembre, Modena

“La fine di un amore

Una stanza vuota

La luce al neon, fredda, catatonica

Due persone, due corpi, che si fronteggiano da un lato all’altro della stanza

Un testo semplice ma efficace”

 

Cloture de l’amour opera francese di Pascal Rambert, con Audrey Bonnet e Stanislas Nordey sul palco, debutta al Festival di Avignone nel 2011 riscuotendo un notevole successo. Arriva a Modena per il Festival VIE nel maggio 2012 e diventa oggetto di traduzione italiana a cura di Bruna Filippi. Il lavoro tradotto sarà in scena dal 30 ottobre al 15 novembre 2012 a Modena presso il Teatro delle Passioni, a dare vita ai personaggi ci saranno Anna Della Rosa, Luca Lazzareschi.

Nell’attesa di vedere come sarà questa nuova versione italiana, qui sotto vi racconto com’è stata l’opera in lingua originale.

Un monologo-scontro, intenso, crudo, spietato da togliere il fiato. Le versioni contrastanti, le sensazioni differenti, di una coppia che mette fine alla propria storia d’amore. Parole che pesano, che diventano più taglienti di lame affilate.

Quante volte avremo voluto parlare così alla persona che ci ha ferito? Che ci ha deluso? Che ci ha buttato via? Quante volte avremo voluto, almeno una volta, avere la possibilità di un tempo illimitato e uno spazio da cui è impossibile scappare per gettarsi addosso tutta l’amarezza, la cattiveria, la delusione e quel poco di amore che è rimasto per chiudere, archiviare, spazzare ed eliminare ogni cosa che ci ha unito a quella persona?

A me personalmente è capitato, e più ascoltavo e guardavo questi due bravissimi attoriAudrey Bonnet e Stanislas Nordey, diretti da Pascal Rambert in Clotur de l’Amour, più mi sentivo partecipe e coinvolta, una volta ben rappresentata dall’uno e una volta dall’altro.

Due ore di spettacolo, due monologhi se vogliamo così dividerli, un ora per Stanilas e un ora per Audrey.

Prima tocca a lui.

Lei silenziosa, in piedi, immobile ascoltava tutto quello che lui le diceva, che le riversava. Parole violente, violenza quasi gratuita. Lei accumulava e soffriva, immobile,  si riempiva di dolore, di lacrime di incredulità.

Come si può parlare così ad una persona che si è amato?

Stanislas recitava con foga, più che con la voce, il suo corpo manifestava una tensione che le parole celavano, il suo corpo si contorceva e le frasi venivano in qualche modo portate a galla dai suoi gesti che tradivano un nervosismo latente.

Lei, Audrey, per la prima parte dello spettacolo rimane immobile. Il suo corpo minuto e i suoi capelli lunghi e dritti, facevano della sua figura la traduzione del suo silenzio rispettoso e paziente.

Quando è il suo turno, dalla sua bocca esce una voce sicura, ferma, che ben contrastava con i suoi occhi e la sua espressione piena di dolore.

Un corpo, quello di Audrey, che sapeva creare silenzio, pausa e riflessione, una voce che in alcuni momenti raggiungeva degli acuti per poi all’improvviso scivolare di nuovo nel silenzio.

Un argomento forte, quello portato in scena da Pascal Rambert, intenso e difficile. Perché quando si parla d’amore e soprattutto della fine di un amore, di una storia, non ci sono mai verità assolute e certezze innegabili.

La domanda principale è: chi amiamo quando amiamo?

Il regista però non da una risposta e si avvale di numerose possibilità.

Perché “la nostra immaginazione è limitata da quello che crediamo possibile”…

 

Written by Cristina Zanotto

 

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