Resoconto della rassegna “Stomaci” al Roland – Macchine e Animali, Milano

Resoconto della rassegna “Stomaci” al Roland – Macchine e Animali, Milano

Ott 13, 2012

28 – 29 e 30 settembre 2012. All’Assab1 di Milano, durante gli incontri di “Roland- Macchine e Animali”, per la rassegna “Stomaci”, ha fatto la propria apparizione Michele Mari, romanziere, timido, docente universitario, milanese, figlio di cotanto padre. È difficile vederlo presenziare a incontri letterari o sottoporlo ad interviste.

A tempestarlo di domande Giuseppe Antonelli, che Mari non ha risparmiato di velati rimproveri o che ha bellamente ignorato quando voleva dire la sua a tutti i costi. A confrontarsi con lui sul palco, Walter Siti.

Stomaci” è un appuntamento classico di “Roland”, durante il quale gli scrittori sono invitati a portare ciò che hanno nello stomaco, intendendo con questa definizione i reperti della loro ispirazione. Forse per questo Mari, compulsivo collezionista che trova disdicevole gettare gli oggetti, o quantomeno smarrirli (“E’ gravissimo quando le cose scompaiono. Dovremmo sapere come e quando ci liberiamo dei nostri oggetti”, ha avuto modo di dire), ha accettato di partecipare.

Mari ha portato all’Assab1 due doni ricevuti da altrettanti sconosciuti lettori: un sacchetto di iuta zeppo di cristalli di verderame e un omino Michelin (si chiama Bibendum, sottolinea). Ad essi si aggiunge una bottiglia di profumo colma di mozziconi di matite (usate durante i suoi studi universitari) e un’opera di suo padre, Enzo Mari, ovvero un parallelepipedo di melamina contenente legumi e biscotti.

Siti – che per contrario butta tutto e non conserva nulla – ha portato a Milano una sfera di lapislazzuli, un metro a fettuccia, una pagina de “I Fratelli Karamazov” e una foto scattata da Luigi Ghirri.
Siti ha spiegato di collezionare solo sfere e di provare una  pulsione erotica verso la sfera (ma solo se riflettente), da qui – a suo parere – la sua attrazione verso i culturisti. Secondo lo scrittore, “anche il mio stile era così: creava frasi in cui non è possibile entrare”.
Ciò si completa con il concetto del metro – portato non come oggetto  di memoria, ma per motivi culturali – che rappresenta il desiderio di avere tutto sotto controllo, di non allontanarsi mai troppo dalle cose. Siti a un certo punto della sua vita ha preso a misurare i culturisti, la qual cosa gli procurava, ha raccontato al pubblico nutrito,  un maggior piacere durante il rapporto sessuale.

Come ha spiegato, “il metro ti fa sempre misurare quanto sei distante dalle cose e io devo stare in vista della terraferma. Allo stesso modo, la lingua che uso quando scrivo non è del tutto letteraria, ma ancorata alla realtà”. Infine, Ghirri, con la foto del cortile davanti alla porta di casa sua in un inverno innevato del ‘91.

“Ghirri viene dalle mie stesse terre. Questa foto, bellissima e ricca di luci diverse, rappresenta un mondo in cui era facile fermarsi e incancrenire. Quando l’ho capito, ho deciso non sarei rimasto lì, me ne sarei andato”.

Mari invece è rimasto più legato alle sue opere e a ricordi biografici. Per chi lo ha letto ed amato, l’Omino Michelin, Bibendum, è un personaggio di “Tutto il ferro della Torre Eiffeil”, oltre che il nomignolo che l’autore aveva da bambino.

Dato che avevamo lo stesso nome, mi identificavo in lui e ne collezionavo immagini”.

Quello portato a Stomaci gli è stato donato da un anonimo lettore, così come i cristalli di verderame, legati a un altro suo romanzo, “Verderame”.

Sono oggetti resi a me tramite la lettura. Riceverli, mi ha trasmesso un senso di pacificazione. Ho constatato che la scrittura – tramite l’affabulazione – provoca ed evoca eventi”.
Invece, l’opera di suo padre e il vaso zeppo di resti di matite rappresentano storie autobiografiche che però fanno capire molto del legame morboso che Mari ha con gli oggetti e con il tempo.

Il padre di Mari racconta che il suo desiderio per un certo tempo fu realizzare il posacenere perfetto. Pensava continuamente a come doveva essere, quanti mozziconi avrebbe dovuto contenere, il peso, la forma, la maneggevolezza. Concluso il progetto,  l’architetto si è chiesto che senso avesse realizzare un oggetto per un vizio. Il giorno in cui arrivò il primo esemplare di posacenere Borneo, Enzo Mari smise improvvisamente di fumare.

La storia del padre, riportata dal figlio, molto rivela anche di Michele Mari.

Lo scrittore ha confessato di sapere che il suo esasperato collezionismo è anche un po’ mortuario. Il saperlo non glielo rende meno prezioso. Il parallelepipedo di melanina è stato definito “un oggetto sublime e struggente, un pezzo unico fatto da mio padre nel ’55, quando sono nato io”. Quei legumi, quei piselli, quei biscottini imprigionati nella melanina sono molto simili alle prime pappe di Michele. Saperlo rende tutto più magico.

Mio padre ha preso e decontestualizzato legumi e cereali e li ha trasformati in stilemi, in un abbraccio di morte con la melanina”.

“Quando noi viviamo qualcosa, la bruciamo”. Quindi, se vivi, non rimane traccia di ciò che hai trascorso. Si alternano momenti di vita a momenti di coscienza. Come sostennero in diversi momenti Pavese, Leopardi e Buzzati, se da piccolo avessi saputo ciò che ora so, avrei giocato di più, e con più gusto.

Ho sempre collezionato le cose in cui ho più investito affettivamente. Mi serve in seguito a trovare una conferma all’effettivo accadimento della cosa”. Nella bottiglia, i mozziconi confermano che lo studio del professor Mari è reificato.

“Io sono stato questa bottiglia e non sono un equivoco: questo è il mio lascito. Mi rendo conto che una bottiglia di profumo piena di resti di matita configura in modo luttuoso quella mia esperienza, ma così è. Quello sono io, quella è, kafkianamente, la mia eredità”.

Quindi Mari ha avuto un rigurgito, e scocciato ha aggiunto: “Pochi motti mi han fatto imbestialire come ‘Panta rei’, il fiume sciropposo che continua non mi è mai appartenuto”.

Lì Siti è intervenuto, raccontando di essere l’opposto: lui butta tutto e vuole sparire.

“Forse – ha detto a Mari – tagli gli ormeggi perché sei così ancorato alle cose. Io invece voglio togliermi le responsabilità di esserci stato. Mi aggiro però attorno ai luoghi, perché mi sento troppo poco esistente per potermene andare. Alla fine, colleziono sfere: una cosa che non mi riguarda affatto”.

 

Written by Silvia Tozzi

 

2 comments

  1. Sil /

    (melaMina, non melanina ;) )

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: