Intervista di Pietro De Bonis a Giuseppe Triarico ed al suo “La Malamara”

Intervista di Pietro De Bonis a Giuseppe Triarico ed al suo “La Malamara”

Set 28, 2012

Giuseppe Triarico è nato nel 1977 a Noci, in provincia di Bari ma è cresciuto a San Donaci (BR). Architetto, vive lì dove è nato, ma si divide per lavoro tra il Salento e le sue terre natìe.

Ama i film di Fellini e quelli con Marlon Brando. Suona la batteria in una cover band di amici. Spesso accusato di affabulazione illecita dalla moglie, la prima persona a cui è dedicato il romanzo “La Malamara” edito da Lupo Editore, di cui parleremo oggi.

“Con la MalaMara non si sapeva mai come comportarsi. Bisognava giocarsela con un pugnale tra i denti e un mazzo di rose nelle mani. C’era mica altro da fare… La MalaMara era una sorta di bubbone purulento, peste gialla contratta dalla mente. Un cobra rettoriano, un pensiero strisciante, cazzinculo invadente, minestrone energetico di insoddisfazioni, vittorie schiaccianti, ansie, partite giocate male, frustrazioni, gol al 94’, magic moments e sorbetti al catrame”.

 

 

P.D.B.: Un romanzo “la Malamara” molto duro Giuseppe, ma allo stesso tempo commovente? Ce ne vuoi parlare?

Giuseppe Triarico: La MalaMara è nata un po’ come uno sfogo dovuto al periodo che stavo vivendo al tempo in cui ho iniziato a  scriverla. Tempo di bilanci e di scelte di vita che non potevano aspettare di essere prese. In realtà non doveva nemmeno essere un romanzo da pubblicare, ma semplicemente un modo per fissare su un foglio esperienze e sensazioni provate a quei tempi. Un po’ come Forrest Gump che inizia a correre senza sapere nemmeno il perché per poi ritrovarsi con migliaia di chilometri nelle gambe e una serie di adepti corridori che lo seguono per l’America. Duro e commovente, dici? La MalaMara narra della storia d’amore tra un gruppo di ragazzi e la loro stessa amicizia. Un’amicizia totalizzante, assoluta, che i protagonisti tentano di salvare a tutti i costi, nonostante l’età, il tempo che passa e i rapporti che cambiano. Ovviamente falliranno miseramente. Forse per questo è venuto fuori duro e commovente insieme. Perché l’ho scritto tuffandomi nella nostalgia che, parafrasando il romanzo: “è la cosa più bella del mondo, ma anche la più puttana. Ti riporta con il ricordo a momenti fantastici, ma contemporaneamente ti prende a schiaffi e ti fa capire che è tutto passato. La nostalgia ti uccide col sorriso. È come mangiare un bignè col ripieno di aglio”.

 

P.D.B.: Una storia ambientata a Lecce, casa tua, perché questa scelta?

Giuseppe Triarico: Uno scrive sempre di quello che conosce e che ha vissuto. E’ una storia, quella de La MalaMara, che si può benissimo ambientare in una qualunque città di provincia. Di certo Lecce è un po’ un simbolo del messaggio che il romanzo vuole lanciare: proprio come Lecce è una città riccamente barocca ma costruita in pietra locale, calcarea e perennemente consumata dal tempo, così i protagonisti che la vivono credono alla loro sempiterna amicizia e non si accorgono che proprio questa grande passione li sta distruggendo, portandoli ad un finale drammatico ed inatteso.

 

P.D.B.: A quale fascia di persone ritieni destinato questo libro? Giovani, ma non solo vero?

Giuseppe Triarico: Certo che no. Ho scritto il romanzo quando avevo 26 anni, quindi la testa e il gergo sono quelli dell’epoca. Ma ho avuto buoni riscontri anche da persone appartenenti a generazioni precedenti. Il Mal di vivere, l’inquietudine, o la MalaMara, come la chiamo nel romanzo, è una brutta bestia che non risparmia nessuno.

 

P.D.B.: Che ruolo ha la musica nella tua scrittura?

Giuseppe Triarico: Ne La MalaMara la musica ha un ruolo importante perché scandisce le sensazioni dei protagonisti. Ogni pezzo citato nel romanzo è destinato a meglio rendere lo stato d’animo della scena che si sta descrivendo. “E a proposito di musica, ti ricordi quanta ne ascoltavamo? Tanta musica, troppa musica. Musica sbagliata. Alla fine, tutte quelle canzoni ci hanno riempito le orecchie tanto da non farci ascoltare quello che ci dicevamo l’un l’altro”, dice uno dei protagonisti alla fine del romanzo. La musica quindi ha anche in questo caso, una funzione deviante e palliativa di quelle che sono le vere priorità di una vita degna di essere vissuta.

 

P.D.B.: Scrivi anche poesie Giuseppe?

Giuseppe Triarico: No. La poesia è per animi nobili che descrivono ciò che vedono con parole altre. Un’arte sopraffina. Io mi ritengo un affabulatore di pessima specie, di quelli a cui dare una pacca sulla spalla. Mi piace raccontare storie prendendo spunto da fatti che mi sono realmente accaduti (è il caso de La MalaMara), non riesco a farne a meno. A volte mi racconto qualcosa allo specchio, mentre mi faccio la barba. Credo molto nel potere delle storie raccontate. Al di là degli stili, della tecnica di scrittura, al di là di ogni cifra linguistica, c’è l’a storia. Hemingway ha fatto la sua fortuna parlando di toreri e di pescatori caraibici. Grandi storie e linguaggio schietto. Uno che aveva capito tutto, il vecchio Ernie.

 

P.D.B.: È previsto un sequel del tuo “La Malamara”? Svelaci qualcosa!

Giuseppe Triarico: Per ora, no. Qualche lettore è rimasto talmente male per l’epilogo del romanzo, che non ci penso proprio a cambiare nuovamente le carte in tavola. E poi credo poco nei sequel. Invece, due giovani registi di cui presto sentirete molto parlare, mi hanno contattato per propormi di scrivere insieme a loro una trasposizione cinematografica del romanzo. Dopo alcuni mesi di lavoro entusiasmante la sceneggiatura è quasi pronta. Vedremo di farne un film. Vi terrò informati.

 

P.D.B.: Dove possiamo trovare il tuo romanzo? Hai in vista presentazioni?

Giuseppe Triarico: Il romanzo si può ordinare direttamente dal sito della Lupo Editore, www.lupoeditore.com

 

“Quando un’intervista vista l’ora è appena finita, una nuova intervista è appena iniziata. Un’intervista per amare, per sognare, per vivere…”

Written by Pietro De Bonis, in Marzullo

https://www.facebook.com/pietrodebonisautore

 

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