Boy di “Roald Dahl” – recensione di Rebecca Mais

Boy di “Roald Dahl” – recensione di Rebecca Mais

Set 25, 2012

Ero felice, veramente felice. Cominciavo a capire com’era semplice la vita quando si seguono abitudini regolari a ore fisse e si hanno uno stipendio fisso e pochissime occasioni di pensare in maniera originale. La vita di uno scrittore è un vero inferno, confrontata a quella di un uomo d’affari.

Vissuto dal 1916 al 1990, Roald Dahl condusse un’esistenza movimentata ed avventurosa. Nato a Llandaff, in Galles, da genitori norvegesi, perse in tenera età il padre ma ebbe la fortuna di crescere con una madre coraggiosa che lo educò nel migliore dei modi e fece in modo che ricevesse un’ottima istruzione inglese, così come il defunto marito desiderava.

Questo e tanti altri fatti vengono narrati in “Boy”, Gl’Istrici Salani, 1997, una sorta di autobiografia, sebbene l’autore non amasse che venisse definita in questo modo, che principia dall’infanzia per giungere fino ai vent’anni di età.

Dahl ripercorre la sua vita evidenziando quelle che furono le sue esperienze scolastiche, non sempre meritevoli di memoria, la vita in casa con la sua numerosa famiglia e le sempre tanto attese vacanze estive in Norvegia, patria d’origine. Fu sempre un bravo bambino, talvolta un po’ ingenuo ma sempre pronto a divertirsi con i suoi compagni di scuola.

Ci vengono così narrate le sue marachelle, che gli procurarono spiacevoli conseguenze, e facciamo conoscenza con i personaggi bizzarri che abitarono la sua fanciullezza, come la disgustosa e cattiva signorina Pratchett, padrona di un negozio di deliziose caramelle, i terribili direttori delle scuole che frequentò e il futuro marito, grande fumatore di pipa, della decrepita sorellastra. Roald non si tirava mai indietro quando c’erano da escogitare divertenti scherzetti ma si dovette anche scontrare con la realtà di certe situazioni poco piacevoli.

In particolare accentua più volte il discorso sul comportamento che ai suoi tempi erano soliti adottare i direttori delle scuole e i ragazzi più grandi nei gradi più alti d’istruzione, così da ricreare un clima di terrore, in particolar modo nei collegi privati inglesi. In tanti, certamente sarebbe errato generalizzare, non disdegnavano le punizioni corporali, talora piuttosto severe,  nei confronti degli alunni e in alcune occasioni lui stesso ne fu protagonista.

Durante tutti i miei studi mi ha sempre sconvolto il fatto che agli insegnanti e agli alunni più grandi venisse accordato il privilegio di ferire, a volte gravemente, i ragazzini più piccoli. Non potevo farci l’abitudine. Non mi ci sarei abituato mai.”

Fortunatamente si trattò di episodi sporadici e di numero maggiore furono le occasioni in cui Dahl visse felice e appagato grazie alla sua abilità nello studio e nello sport e all’affetto della sua famiglia. E ricorda con piacere il fatto che, periodicamente, durante gli anni trascorsi in collegio, ricevesse, così come altri studenti, un pacco recapitato dalla Grande Fabbrica di Cioccolato di Cadbury, con il piacevole compito di testare e dare dei voti a squisite tavolette di cioccolato.

Abbiamo così tra le pagine di “Boy”, uno spaccato storico dell’Inghilterra e della Norvegia degli anni ’30, ’40. E possiamo facilmente ricostruire la genesi di tanti dei libri di Roald Dahl giungendo alla conclusione che quasi niente di ciò che ritroviamo in essi è stato inventato ma semplicemente rielaborato prendendo spunto dalle esperienze di vita vissuta. Capiamo dopo aver letto queste pagine perché sia stato così cattivo nel descrivere la terribile direttrice di “Matilda”, da dove siano scaturite l’idea del “GGG” e de “La fabbrica di cioccolato”. Un libro che fa sorridere, di tanto in tanto triste, ma sorprendentemente reale e scritto con lo stile creativo ed originale che da sempre lo contraddistingue. E corredato da foto d’epoca ed illustrazioni del grande Quentin Blake che rendono la lettura più gradevole e dilettevole.

Adoravamo questa parte del viaggio. Il valoroso battellino , con la sua unica alta ciminiera, avanzava nelle acque calme del fiordo per procedere tranquillo lungo le coste, attraccando più o meno ogni ora a piccoli imbarcaderi di legno dove piccoli gruppetti di paesani o di villeggianti erano in attesa di amici o pacchi o lettere. A meno che non abbiate l’esperienza di un viaggio così nei fiordi di Oslo in una bella giornata estiva, non potete immaginare cosa sia. E’ impossibile descrivere la sensazione di assoluta pace e bellezza che vi invade.”

 

 

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