Resoconto di “Psicosi delle 4 e 48”: Sarah Kane al Teatro Libero di Milano

Resoconto di “Psicosi delle 4 e 48”: Sarah Kane al Teatro Libero di Milano

Set 24, 2012

Psicosi delle 4 e 48”, così l’Einaudi ha tradotto “4.48 Psychosis” di Sarah Kane in scena al Teatro Libero di Milano per bocca e corpo di Elena Arvigo, è un atto unico che può risultare idiota o toccante a seconda di chi lo mette in scena. Duole dire che la rappresentazione di Arvigo lo fa passare per abbastanza stupido.

Forse, ma non sono un’attrice, si dovrebbe aver pensato seriamente al suicidio per poterlo mettere in scena. Ed Arvigo non ha mai considerato il suicidio, o, almeno, è ciò che pensavo io mentre lei era in scena e faceva tutte le cose stereotipate che una donna sofferente deve fare: si sporcava con la terra, camminava a piedi nudi, vorticava gli occhi, faceva la voce rotta, urlava all’improvviso, cadeva o si rannicchiava.

E che palle, pensavo io. Inoltre, l’attrice, prosperosa, recita seminuda.

Non si capisce il perché, come non si comprende perché il vestito le sia agganciato con delle corde. Si muove da animale in gabbia, in un modo che abbiamo visto mille volte fare a cento attori diversi; magari a professionisti con più carisma lo si può anche perdonare, di essere convenzionali, ma Arvigo di carisma ne ha poco, nonostante i magnifici occhi da cerbiatta.

Così pure la scenografia cosparsa di terra e frammenti di vetro è talmente prevedibile che la si poteva precognizzare già salendo le scale infinite che portano al Teatro Libero.

È un testo difficile, la Kane quando lo scrive vuole vivere, ma è scoraggiata, sa che non può vivere oltre. Non ha motivi per morire, solo considera che il suo corpo e la sua anima non funzionano più. Quindi già per questo l’immagine che si ha è stralunata. Oltretutto Kane ripete ossessivamente formule e espressioni, e fa a volte due parti: se stessa e lo psichiatra di cui è innamorata.

Dice frasi toccanti: “una coscienza antica abita dentro una buia sala da banchetti accanto al soffitto  di una mente  il cui pavimento si muove come diecimila scarafaggi quando entra un raggio di luce non appena tutti i pensieri riuniscono in un attimo di accordo un corpo che non espelle più nulla gli scarafaggi comprendono una verità che nessuno osa nominare”. Arvigo pronuncia questa parte a macchinetta, velocissima, come è scritta: senza punteggiatura. Distruggendola e impedendo al pubblico di coglierne la bellezza.

Altre parti sono sciocche, prevedibili: come quando si ripete frustare spremere colpire bruciare tremare sfiorare ondeggiare. Purtroppo, Arvigo articola la frase come una cantilena, anche qui svuotandola di senso.

Una parte del testo, che spiega perché Kane aveva scelto di farsi curare, è stata tagliata. Le lodi alla rappresentazione che ho letto sono tutte al testo, come se fosse stata l’attrice a scriverlo, e si sorvola su come esso viene rappresentato.

L’esperimento ambizioso di portare in scena 4.48 non è in questo caso riuscito, tanto che – quando lo spettacolo finisce e il personaggio si suicida – il pubblico non capisce che è finito e quando Arvigo rientra in sala per prendersi gli applausi, deve restare lì immobile un paio di minuti, ad aspettare che gli spettatori capiscano che ha terminato.

 

Written by Silvia Tozzi

 

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