La nuova letteratura inglese: una inedita scrittura britannica per l’Africa raccontata da Leila Aboulela

La nuova letteratura inglese: una inedita scrittura britannica per l’Africa raccontata da Leila Aboulela

Set 22, 2012

Le nuove idee letterarie che oggi arricchiscono la scrittura britannica e che continuano a seguire il percorso delineato dagli autori coloniali e post coloniali, presi in analisi da studiosi e critici letterari, sono sempre più numerose e ricche di inedite sfumature non solo letterarie ma anche sociologiche; antropiche e soprattutto sono un accento alle nuove ed attuali azione umanitarie, e quindi cooperative, in terra d’Africa.

Leila Aboulela nata nel 1964 nella città del Cairo, ma cresciuta a Khartoum, è la prima ad aprire questo nuovo capitolo della letteratura come immagine, consapevolezza e soprattutto identità iniziato da due autori separati dal tempo ma non dalla forza comunicatrice legata ad una sola forma di scrittura, quella britannica.

La scrittrice di origine egiziana laureata in Economia e Commercio presso l’università di Khartoum, trasferitasi subito dopo in Gran Bretagna per ottenere un master in Statistica presso la London School of Economics. Ha lavorato per diversi anni come ricercatrice ed è proprio durante questo periodo che Leila Aboulela scopre il suo talento per la scrittura.

Autrice di diversi racconti pubblicati in numerose antologie britanniche, uno dei suoi più celebri racconti dal titolo The Museum ha vinto il Premio Caine per la scrittura africana nel 2000.

La sua ultima raccolta di racconti dal titolo Coloured lights è stato pubblicato nel 2001, è anche autrice di importanti romanzi molto acclamati dalla critica letteraria britannica e mondiale, tra questi Minaret pubblicato nel 2005, che narra la storia di Najwa, una donna sudanese e aristocratica costretta all’esilio, in Gran Bretagna, ed infine Lyrics Alley pubblicato proprio recentemente, ambientato nel Sudan degli anni cinquanta e ispirato alla vita di suo zio, poeta e cantautore.

BBC Radio Quattro ha trasmesso proprio qualche anno fa un adattamento a sue due imponenti opere The Translator e una drammatizzazione de The Museum. Un autrice che per la prima volta si serve anche della radio per trasmettere ai propri lettori i valori e le preoccupazioni che circondano la terra africana attuale, attraverso la realizzazione di programmi adatti ai temi affrontati nei suo racconti e romanzi come The Mystic Life nel 2003 ed infine The Lion of Chechnya nel 2005.

In soli pochi anni dalla scoperta di questa immensa passione per la scrittura, Leila Aboulela è riuscita a creare e quindi a concretizzare una certa notorietà nel campo della scrittura britannica contemporanea, vincendo non solo diversi premi letterari ma ricevendo anche il plauso dei più grandi scrittori post coloniali e africani del mondo contemporaneo, tra questi proprio Ben Okri. Egli stesso applaudisce con grande stima la rabbia e la moderazione tranquilla che caratterizza la prosa della scrittrice, soprattutto evidente nelle sue prime tre opere pubblicate dal 1999 al 2005, ossia: The Translator; Coloured Lights e Minaret.

L’autrice nelle sue più variopinte descrizioni soprattutto in The Translator riesce ad entrare direttamente nella mente dei lettori, affrontando temi ancora oggi assai delicati come la conversione, la comprensione, sulla meditazione linguistica e su i suoi limiti di traduzione. È significativo che nel suo romanzo Minaret l’autrice apre la sequenza di questo romanzo con una sequenza di parole non tradotte: Bim allahi, Ar- Rahman, Ar- Rahin.

Le esperienze di contingenza e di incertezza ma anche di sano ottimismo verso un modo che sempre più si apre alla realtà africana, riscoprendo valori ed emozioni in grado di ricostruire un occidente migliore, sono una delle caratteristiche che secondo James Procter aiutano a comprendere e a spiegare il suo immediato successo nell’ambiente letterario contemporaneo britannico e africano, e a capire una sua personale realizzazione come scrittrice di racconti, in cui riduzione, e brevità diventano positive. Le storie che compongono Coloured Lights mettono in luce questi valori descritti come se fossero dei poster colorati e vestiti, proprio come ha scritto James Procter in suo saggio, pubblicato nel 2009.

Questi colori convergono nella mente dei lettori come dei brevi viaggi spirituali e soprattutto umani, che ricordano molto lo stile affrontato da Ben Okri, in quanto in entrambi i casi si mescolano realtà e immaginazione, sogno e verità. Inoltre la scrittrice ama anche molto soffermarsi come dimostra anche Coetzee, sulle differenze tra lingue, in particolare sulla parola Homesick che l’autrice definisce semplicemente un bene privo di valore morale, essendo che questa parola in arabo non esiste.

I suoi romanzi si occupano di questioni di incomprensione culturale e di traduzione errata, spesso risultate discussioni a doppio taglio per le recenti azioni umanitarie in Africa, inoltre l’autrice attraverso la stesura di Coloured Lights si sofferma anche su questione prettamente linguistiche legate all’uso di parole e di immagini per raccontare un mondo non capace di tradurre l’umiltà degli africani. Recentemente la scrittrice Leila Aboulela ha lasciato al British Council Literature una profonda e ineguagliabile dichiarazione sulla sua profonda e infinta passione per la scrittura britannica, e per la sua profonda forza comunicatrice, che ha portato questa scrittrice a diventare seguace del pensiero, e dell’agire letterario degli scrittori coloniali vittoriani e post coloniali. Un esposizione che dopo averla letta, proietterà la mente del lettore verso due pilastri letterari: Ben Okri e  Henry Rider Haggard

Quando scrivo provo sollievo e soddisfazione, perché ciò che occupa la mia mente, ciò che mi affascina e mi disturba proviene dalla storia. Voglio mostrare, come la mia personalità sia identica al mio continente, al mio popolo, lo stato d’animo e le emozioni sono di una persona che continua a ad avere fede nell’operato umanitario. Sono interessata ad andare in profondità, non solo guardando il musulmano e l’africano come identità politica o culturale, ma arrivando al nocciolo di un qualcosa che trascende dalla razza; classe e nazionalità, ma senza negandoli. Scrivo narrativa per riflettere la logica islamica e quella africana. Tuttavia i miei personaggi non sono perfetti, non sono dei modelli di ruolo, essi sono imperfetti come gli uomini di questa epoca, che cercano ancora oggi di praticare una fede o di dare un senso alla propria vita”.

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