“Lo straniero”, romanzo di Albert Camus – recensione di Nino Fazio

“Lo straniero”, romanzo di Albert Camus – recensione di Nino Fazio

Set 6, 2012

Un pugno allo stomaco, un grimaldello che si agita inesorabile tra le lamiere divelte del conformismo, che in misura variabile ci accompagna quotidianamente. “Lo straniero” è un j’accuse rivolto alla società con i suoi meccanismi settari di inclusione e quindi, inevitabilmente, di esclusione. Può un uomo tirarsi fuori dalle convenzioni che una società pone a suo stesso fondamento e vivere serenamente?

Quando nel 1942 viene pubblicato Lo straniero, Camus ha intenzione di descrivere la révolte solitaire dell’uomo, nudo di fronte all’assurdità della vita.

Il protagonista è Meursault, impiegato di Algeri che si trascina con malcelata indolenza sul sentiero della vita, lasciandosi portare dagli eventi, che spesso lo travolgono.

La scrittura è consona alla personalità del protagonista, franta e lapidaria al pari dei giudizi obiettivi che continuamente egli dà, come se guardasse dall’esterno se stesso e la sua vita. Ma nei momenti topici dell’intreccio la scrittura diventa classicheggiante e si apre ad un lirismo che ricorda quello dei saggi solari.

Il romanzo è costruito in maniera simmetrica e le due parti hanno come spartiacque l’omicidio accidentale di un Arabo sulla spiaggia di Algeri: Meursault – in balìa degli eventi e del sole accecante – preme senza una ragione plausibile il grilletto. L’assenza di significato, l’absurde, è infatti il filo conduttore di tutto il romanzo.

Nella prima parte il protagonista si guarda vivere, conducendo un’esistenza dominata dalla contingenza degli eventi, mai necessari, e dal rifiuto di scegliere. Una vita equivale ad un’altra, infatti, se tutto è orientato alla morte.

L’eroe camusiano sarà vittima del suo rifiuto di recitare la commedia sociale, di adeguarsi alla finzione di una vita in cui l’uomo sia artefice del proprio destino e tutto sia necessario.

Camus allude in maniera molto chiara al gioco delle parti che la società assegna ai suoi membri, a comportamenti precostituiti e convenzionali che è rassicurante ognuno tenga. Ma Meursault ha deciso di rifiutare i doveri del suo essere sociale per conservare i diritti di quello naturale.

È un uomo assurdo nel vero senso del termine: ha fatto esperienza della dissonanza tra l’uomo, mortale, e il mondo, imperituro, e ha deciso di vivere assumendo questo assurdo come orizzonte.

Il processo diventa l’occasione per un’analisi minuziosa degli avvenimenti narrati nella prima parte, con il pubblico ministero alla ricerca di un senso, di un’unità di intenti che faccia da filo conduttore. Meursault rifiuta di mentire a se stesso e agli altri, non cercando alibi per il suo gesto, né giustificazioni convenzionali per la sua vita dominata dal caso.

Il fatto che non abbia pianto alla morte della madre, anzitempo rinchiusa in un ospizio, diventa così per l’accusa la prova lampante del suo animo da criminale: «Si», ha gridato a pieni polmoni, «accuso quest’uomo di aver seppellito sua madre con cuore di criminale»”.

Albert Camus

Il protagonista sin dall’inizio è molto sensibile agli elementi naturali, ai quali si abbandona spesso. Ma se nella prima parte è come se avesse commesso il delitto in compartecipazione col sole accecante che lo sfinisce, nella seconda sono gli elementi naturali a svolgere un’azione catartica e armonizzante. È  il cielo stellato intravisto dalla finestra della cella che lo aiuta ad accettare il mondo assurdo, la sua vita e la morte imminente, arrivando persino (alla maniera dell’eterno ritorno di Nietzsche) a voler rivivere integralmente quella stessa vita senza nulla cambiarle:

“Devo aver dormito perché mi sono svegliato con delle stelle sul viso. Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quell’estate assopita entrava in me come una marea. […] mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella  grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.”

È con l’accettazione di quello che metafisicamente come linguisticamente è un ossimoro, quella dolce indifferenza del mondo, che si chiude l’atto di accusa, il primo, di Albert Camus verso la società, sintetizzato dall’amara riflessione che l’autore affida al suo taccuino: “La società ha  bisogno di persone che piangono al funerale della loro madre […]”.

 

Written by Nino Fazio

 

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