Resoconto del concerto di Patti Smith, Villa Arconati

Resoconto del concerto di Patti Smith, Villa Arconati

Lug 27, 2012

È lunedì 23 luglio 2012, siamo in quel di Bollate, per la precisione nella frazione di Castellazzo, una lunga fila di macchine si muove a passo d’uomo in direzione della “Piccola Versailles”, ovvero Villa Arconati, splendido esempio di barocchetto lombardo che da diversi anni ospita artisti di calibro internazionale in uno dei festival più interessanti del periodo estivo milanese.

La villa è in fase di ristrutturazione, e le impalcature rovinerebbero quella che solitamente è una meravigliosa cornice per le esibizioni live, per questo e per motivi di sicurezza gli organizzatori hanno scelto di spostare il palco in un prato a lato della villa, location decisamente meno affascinante ma tant’è, in fondo questa sera la cornice è l’ultimo dei pensieri….

Finora sul palco del festival si sono esibiti Paolo Conte, gli Afterhours, Ludovico Einaudi, Erykah Badu, Pink Martini, Rodrigo Y Gabriela & C.U.B.A., e sono stati allestiti due omaggi teatrali a Hugo Pratt e Giorgio Gaber; un programma già fin qui molto più che interessante, ma è stasera che si toccherà l’apice, perché il nome in scaletta è di quelli altisonanti che fanno soggezione, quello della donna rock per eccellenza, lei è Patti Smith, e non serve aggiungere niente altro… L’atmosfera pre-concerto è delle più rilassate, come spesso accade il pubblico è lo specchio dell’artista, non siamo allo stadio, e di fronte al palco non c’è una massa esaltata, ma piuttosto una folta platea di appassionati, niente calca all’ingresso né spintoni nelle prime file, tutti, nessuno escluso, sono lì per ascoltare le canzoni di Patti e i suoi messaggi, e stare un metro più avanti o uno più indietro non è certo un problema.

Minuto dopo minuto il pubblico aumenta, ci sono veterani dei concerti, padri che portano i propri figli ad imparare cosa sia il rock e persone di ogni età, c’è chi cercando in rete si è già fatto un’idea della scaletta e chi invece ha accuratamente evitato di conoscere dettagli in anticipo per non rovinarsi la sorpresa, c’è chi racconta aneddoti di vecchi concerti e chi, ascoltandoli, si fa prendere dall’invidia; il tempo passa velocemente e il sole ormai cala all’orizzonte, manca poco e l’attesa si fa febbrile, poi, poco prima delle 10, le luci si spengono, le teste del pubblico si alzano cercando uno spiraglio da cui scorgere l’ingresso in scena, entra la band, acclamata dalla folla, ed ora tutto è davvero pronto, Patti calca le assi del palco e il delirio già esplode, lei saluta, sorride e si avvicina al microfono, jeans, capelli sciolti e giacca nera d’ordinanza, accenna un “ciao” e poi si parte.

Lo start è affidato all’uno-due nostalgico di “Redondo Beach” e “Dancing barefoot”, dagli anni ’70 direttamente nelle orecchie del mondo del 2012 senza perdere una sola briciola di intensità, con Patti che si porta a casa fin da subito gli applausi del pubblico e dietro di lei Tony Shanahan, Jack Petruzzelli e l’immenso Lenny Kaye a fare un lavoro coi fiocchi. Sembra che ci sia qualche problemino nei settaggi (anche se da sotto il palco proprio non si direbbe), ma nel giro di qualche canzone tutto è risolto e Patti e soci possono dedicarsi completamente al pubblico. A seguire l’intro datata arrivano alcuni brani di “Banga”, l’ultimo lavoro in studio della sacerdotessa: “April fool” e “Fuji-san” sono l’ennesima conferma di un talento che non accenna a perdere colpi e che nonostante l’età non certo da teenager la signora Smith ha ancora parecchio da dire e da insegnare a molta gente.

Si prosegue con “This is the girl”, dedicata a Amy Winehouse e alla sua voce meravigliosa che lasciava questo mondo esattamente un anno fa, la folla apprezza e applaude, e da qui in avanti sarà una serata fatta di grande musica e grandi messaggi di speranza e libertà, uno su tutti quello dedicato a Gino Strada e alla sua e nostra Emergency, un patrimonio di umanità che – Patti ce lo ricorda – ci deve rendere orgogliosi; ma anche di momenti spensierati, con la cantante che durante le pause e gli intermezzi parlati ride a qualche urlo che arriva dal pubblico, interrompe un discorso per seguire una farfalla in volo e con gesti semplici come questi abbatte con un soffio qualunque linea di demarcazione tra band e pubblico, qualunque piedistallo viene gettato via dalla naturalezza e dalla disarmante semplicità con cui questa donna regala emozioni intensissime e fa sentire a proprio agio tutti i presenti.

Sembra di stare ad una festicciola tra amici, con la più talentuosa che si esibisce quasi per scherzo, e invece di fronte agli occhi degli astanti c’è una pietra miliare del lungo sentiero del rock, è incredibile come riesca a restare sempre fuori dagli schemi, a fregarsene delle mode, di regole predefinite e di qualsiasi altra cosa che non le venga naturale, Patti è limpida, senza un briciolo di superbia, e si consuma sul palco, dà il tutto per tutto in ogni secondo, anche se forse qualche cedimento (soltanto fisico) c’è, ma il pubblico non può che restare estasiato dalla passione e dall’intensità dello show.

Il concerto è un’alternanza splendida di brani nuovi e pezzi datati, classiconi e perle neonate che alzano il ritmo minuto dopo minuto: se la partenza è stata delle più soft, con l’avanzare del tempo le linee armoniose si sporcheranno di polvere, sudore ed elettricità, si passa per “Banga”, “Ghost Dance”, “Nine”, una strepitosa “Beneath the Southern cross”, “Distant fingers”, l’atomico medley firmato Lenny Kaye che rovescia sulla platea la carica di “Night time”, “(We aint’ got) Nothin’ yet”, “Born to lose” e “Pushin’ too hard”, e poi ancora “We three”, una “Pissing in a river” superlativa, seguita dall’immancabile dedica di Patti al marito morto ormai quasi 20 anni fa, e il pezzo non può che essere “Because the night”; le emozioni sono un fiume in piena che travolge la folla intera, Patti canta con tutta la passione che ha in corpo e il risultato è di dimensioni titaniche.

C’è anche spazio per un accenno parlato delle parole di “People have the power” nel bel mezzo dell’esecuzione di “Peaceable kingdom”, e per una “Gloria” in versione quasi punk tanta è la potenza che Patti e la sua band ci mettono. Lo spettacolo è delizioso, carico di elettricità e allo stesso tempo ricco delle emozioni più profonde, tanto appagante che sembra essere passato un minuto solo dall’inizio quando Patti saluta ed esce di scena tra gli applausi festanti. I soliti frettolosi si avviano all’uscita (perchè mai c’è sempre qualcuno che vuole scappare via prima resta un mistero), e così si perdono la regina della serata che torna per regalare altre emozioni, altre vibrazioni e un’altra valanga di watt!

Per l’occasione Patti torna sul palco con una Fender nera a tracolla, carica come nessuno si sarebbe aspettato, due colpi delle bacchette della batteria e parte il primo bis. Il pezzo scelto è “Banga”, e forse il pubblico si aspettava qualche classicone, perchè i bis si fanno con i classici, e invece Patti esce nuovamente dagli schemi, spara a cannone la title track del suo nuovo lavoro, in un’apoteosi elettrica che ci si aspetterebbe da Ozzy Osbourne; inutile dirlo, sotto il palco è un delirio di gente festante, si salta, si urla e alla fine si applaude la ragazza di 66 anni che si sta scatenando sul palco distorcendo la sua chitarra più che può.

La standing ovation scatta istantaneamente sull’ultima nota di “Banga”, ma ancora non è finita, la musica ha preso possesso di Patti che si lancia in una devastante esecuzione di “Rock’n’roll nigger”, di una durata lunghissima (quasi 15 minuti) e suonata a un ritmo tanto forsennato da far impallidire i metallari più duri. Lei intanto sfrutta tutte la sua energia e non manca di lanciare l’ultimo grande messaggio, “We are the people, sometimes we shine, sometimes we suck, but every time, every fuckin’ night, we are free!“, una frase che resterà nella mente degli spettatori per sempre e che anticipa un sacrificio di chitarra degno di Jimi Hendrix: Patti lancia l’ultimo acuto con la sua Stratocaster, poi la prende in mano, senza fermare la vibrazione, la alza, afferra le corde e – quasi volesse liberarle da una prigione di note definite – le strappa di forza tra l’applauso delirante del pubblico che ormai sente di aver assistito a qualcosa di più che un semplice concerto…

Ora è davvero tutto finito, Patti ringrazia sentitamente e saluta, con gli applausi che proseguono anche dopo l’uscita di scena. La gente si avvia verso l’uscita, e nelle orecchie risuonano forti le canzoni di un’esibizione incredibile, ricca di sentimento e di passione, canzoni che difficilmente se ne andranno dalla memoria e dal cuore di chi c’era. La storia e l’essenza stessa del rock sono passate da Bollate questa sera, condensate nel corpo e nel cuore di una sacerdotessa in giacca nera. Le vie del rock sono infinite….

 

Written by Emanuele Bertola

Photo by Emanuele Bertola

 

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