“Divisions”, debutto discografico dei Sincope – recensione di Emanuele Bertola

“Divisions”, debutto discografico dei Sincope – recensione di Emanuele Bertola

Lug 26, 2012

C’è una dimensione più profonda nella musica, una dimensione che la lega in maniera diretta a immagini e ricordi, qualcosa che trasforma la musica più di ogni altra arte in un veicolo diretto per i viaggi dell’anima, dell’immaginazione e dell’intimità. E c’è una corrente musicale che ha fatto di questa ricchezza evocativa la propria arma più potente: la corrente della musica Ambient e di tutti i suoi analogici e digitali derivati, dal drone allo shoegaze, dal dream-pop al post-rock di stampo sognante.

Una musica che affascina grazie a immagini che come per magia si fanno limpide tra echi e riverberi nella mente dell’ascoltatore, immagini di luoghi mai visti, sensazioni stranianti e paesaggi infiniti diseganti lungo i solchi di un vinile che prendono vita una volta chiusi gli occhi e appoggiata la puntina del giradischi.

È una musica da viaggi solitari in notturna, ma anche e soprattutto una musica da film, tremendamente da film, perfetta per scene malinconiche o finali sospesi a mezz’aria, tanto significativa in sè stessa da non aver bisogno d’altro per creare il giusto scenario. In questo senso si può dire che per un album ambient il miglior complimento possibile sia “cinematografico”, ed è proprio questo l’effetto di “Divisions“, debutto discografico dei Sincope, duo pisano formato da Dario Balinzo e Matteo Puoti. Una musica “senza cuore” dicono loro, eppure già dalla copertina dell’album traspare una malinconica espressività, un’immagine semplice ed allo stesso tempo così significativa: un ramo d’arbusto in primo piano, piegato forse dal freddo o forse dal vento – chi lo sa? – e oltre l’arbusto uno scenario desolato, un prato immerso in un grigiume sfocato e una montagna che lascia tutto in ombra.

Tutto c’è in questa immagine tranne la sensazione di cinismo, e così nella musica, elettronica e per questo sintetica, ma ciononostante visionaria ed efficace. C’è una vena ambient di vecchia data dietro le note delle sette perle che compongono l’album, ma non solo, Dario e Matteo mescolano sapientemente l’impronta alla Brian Eno con il dream pop più sognante, in bilico tra Bjork e Sigur Ros, e – ciliegina sulla torta – campionano e fanno risuonare qui e là frasi prese in prestito dal genio di Antonioni, un dettaglio che attribuisce ai brani un legame con il cinema se possibile ancora più stretto e che completa lo scenario immaginifico che le note soffuse e gli effetti elettronici costruiscono secondo dopo secondo, quasi fosse un’immensa scenografia in cui venire inconsciamente proiettati.

Basta premere play e chiudere gli occhi, e senza nemmeno rendersene conto la sfumata intro di “Night buildings” trasporta l’ascoltatore in quel prato desolato, accanto ad un arbusto pendente con il sole che resta nascosto dietro le montagne lontane, quasi non volesse disturbare la quiete della rugiada mattutina, una voce di donna risuona da qualche angolo, sono le accorate parole pronunciate da Jeanne Moreau ne “La notte”, ma poco importa da quale film arrivi l’eco, è l’intensità che lascia il segno, parole che arrivano dritte dall’anima e che risuonano, galleggiano nell’atmosfera eterea di questa landa; non abbandonarsi ad esse è impossibile, la mente è pervasa e il cuore è cullato da sonorità che ad ogni passo regalano spunti di colori nuovi in mezzo al grigiore, folate di vento fresco che accarezzano la pelle e attimi di una spensieratezza quasi innaturale.

Si passa per “Backwash” e il ritmo pare alzarsi per un istante, d’un tratto da sdraiati sull’erba ci si ritrova a correre verso uno scintillìo lontano, ed ecco che alla fine della corsa giunge “Fiction”, una carezza lunga più di 5 minuti, una valanga di sensazioni ed emozioni palpabili che come uno sciame di farfalle colorate avvolge e meraviglia ancora una volta.

“Close moving” è la sintesi del sogno, dell’inconscio che si rivela, è un lago comparso dal nulla in cui specchiarsi e affondare le mani, finchè dal sottosuolo arriva “Colorless” a smuovere la pacatezza e ad inserire un nuovo tassello allo scenario, un tassello con erba più alta e aria più tersa, sembra sia giunta la fine del sogno, ed “Eclipse” risuona forte e caotica a darne la conferma, ma ecco che prima che gli occhi si riaprano l’ipnotica rumorosità soffusa di “Circular” regala l’ultima splendida corsa a piedi nudi, si torna dove si era partiti, e l’arbusto grigio ora sembra più verde, la rugiada si scioglie e da dietro i monti il sole fa capolino, illumina lo sguardo e la malinconia respirata finora lascia spazio a un sorriso beato.

Il film finisce sfumando assieme alle ultime note di “Circular”, e una sensazione di pienezza pervade la mente, gli occhi si riaprono e…

È stato davvero solo un sogno? Forse sì, forse no, ma la voglia di premere nuovamente play e sfiorare ancora con le dita quell’arbusto, di sentire le parole di Jeanne Moreau riecheggiare e farsi nuovamente cullare è incredibilmente forte. Fortuna che si doveva trattare di “musica senza cuore”….

Written by Emanuele Bertola

 

http://youtu.be/FoLtE-QwN44

 

Tracklist

1. Night buildings

2. Backwash

3. Fiction

4. Close moving

5. Colorless

6. Eclipse

7. Circular

 

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