“Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi – recensione di Rebecca Mais

“Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi – recensione di Rebecca Mais

Lug 20, 2012

“Mi sento una cosa  strana dentro, la sensazione di stare – nonostante tutto – nel posto giusto. […] Perché ogni persona ha il suo posto, che non è per forza dove sei nato o dove vivono amici e familiari, ma è semplicemente quel posto dove ti senti apposto.”

Ultima pubblicazione dello scrittore toscano, “Morte dei Marmi” (Edizioni Laterza, Collana Contromano, aprile 2012) è tra i libri italiani più venduti di quest’inizio d’estate.

Irriverente, audace, graffiante, si tratta di uno spaccato di vita della cittadina di Forte dei Marmi, nella quale la vita scorre normalmente in inverno ma in estate si trasforma e diviene  una Las Vegas a cielo aperto con tanto di super lussuosi hotel e boutique all’ultima moda.  La Forte dei Marmi della storica Capannina, vista nei film e divenuta famosa con i vari film dei fratelli Vanzina e nella quale un po’ tutti hanno desiderato trascorre le loro estati. Ma cosa sappiamo realmente di questo luogo, se non ciò che ci riportano vecchi film e riviste scandalistiche in modo distorto?

Un tempo, prima che giungessero i russi, le cose erano diverse e solo chi ci ha vissuto, e ancora ci vive, come Fabio Genovesi, può raccontare cos’è accaduto. Ed è proprio ciò che fa nel suo libro, lungo le centoquaranta pagine che scorrono come un  batter d’ali, e quando si arriva alla fine si vorrebbe andare ancora avanti e continuare ad ascoltare i racconti di Fabio, forse non tutti reali ma senza dubbio veritieri.

Bene si adattano le parole della celebre canzone di Celentano che così recita:  “Questa è la storia
di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck, in una casa, fuori città, gente tranquilla, che lavorava. Là dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo al verde ormai, dove sarà?”

E Fabio è come quel ragazzo che si pone interrogativi sulla situazione attuale del suo paese, ma, al contrario di Celentano, Fabio la sua casetta non l’ha abbandonata e ricorda, seppure con nostalgia ed un velo di tristezza, la sua infanzia e la sua adolescenza felici.

Ugualmente amarezza e delusione fanno da protagonisti, e se nella prima parte ci ritroviamo a ridere per le descrizioni dei bizzarri personaggi di Forte dei Marmi, subito dopo siamo costretti a riflettere sulla drammaticità della realtà descritta. E a colpirci dritti al cuore è la semplicità di Fabio al quale in fondo basta poco per sentirsi felice e ritrovare la serenità. E’ sufficiente per lui tornare nella sua Forte dei Marmi, vedere il suo mare ed il suo pontile. Quel pontile come luogo sempiterno, mai mutato e filo conduttore della vita dei fortemarmini da generazioni.

Un libro scritto senza presunzione alcuna  ma con l’intento e la voglia di riportare i fatti nudi e crudi e Fabio lo fa con una rara maestria, con uno stile diretto, divertendo il lettore e commuovendolo al tempo stesso. E se nei suoi precedenti romanzi (“Esche Vive” e “Versilia Rock City”) ci ritrovavamo ad amare in modo viscerale i diversi personaggi, qui ci troviamo inesorabilmente ad affezionarci allo stesso Fabio, unico vero protagonista di questa sua brillante autobiografia.

“Ma per noi è normale, siamo nati in mezzo agli estremi, stretti tra il mare e le vette a duemilametri, in un paese che d’estate è Disneyland e per il resto dell’anno somiglia alla Transilvania.”

 

Photo by Rebecca Mais

 

 

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