“La Peste”, romanzo di Albert Camus – recensione di Nino Fazio

“La Peste”, romanzo di Albert Camus – recensione di Nino Fazio

Giu 30, 2012

Nel 1947, quando le ferite del secondo conflitto mondiale sono ancora aperte, Albert Camus scrive “La Peste”, un’amara riflessione sul valore della vita e della morte e sulle dinamiche psicologiche che ogni singolo individuo sviluppa di fronte al pericolo dell’annientamento.

Il romanzo è una metafora di tutte le forme di male che popolano il mondo e in particolare della tragedia della seconda guerra mondiale e del nazismo, all’epoca chiamato la Peste brune, con il chiaro intento di qualificarlo come una malattia contagiosa e portatrice di morte.

Il dottor Bernard Rieux è il personaggio centrale del romanzo, colui il quale lotterà giorno dopo giorno contro la peste, mosso da un’esigenza etica ben precisa: la rivolta contro la presenza del male nel mondo.

Privo dell’assistenza di Dio, reo di un’indifferenza assordante, Rieux organizza una squadra di volontari, mosso più dalla voglia di opporre una dignitosa resistenza che dalla convinzione di poter sconfiggere il male.

Teatro degli avvenimenti è Orano, sonnolenta cittadina della costa algerina, che viene improvvisamente sconvolta da una sospetta invasione di topi che, nella disperata ricerca di aria, muoiono soffocati per le strade.

Il flagello è accompagnato passo passo dalle forze della natura che si scatenano, alternandosi, quasi a voler fare di Orano una città maledetta sullo stile di quelle dell’Antico Testamento. L’epidemia, infatti, prende avvio in Primavera e, in un climax ascendente, raggiunge il suo apice in Estate, per esaurirsi con la fine dell’Inverno.

Il racconto è condotto sotto forma di diario da un narratore che, almeno nella fase iniziale, sta nell’ombra e utilizza la sua esperienza diretta e un certo numero di testimonianze per render conto dei tragici fatti.

La natura, qui come in tutta l’opera camusiana, svolge una funzione catartica: quasi alla fine del flagello Rieux – insieme a Tarrou, un volontario divenuto suo amico – si concede una pausa bagnandosi nelle acque del mare; i due, purificandosi dal lerciume – soprattutto spirituale – che il triste spettacolo della peste aveva portato tra la gente di Orano, riescono a trarre dal mare nuova linfa per ritornare in trincea.

Il capolavoro di Albert Camus appartiene al ciclo della rivolta che segue il ciclo dell’assurdo, rappresentato per la narrativa da “Lo Straniero”. La rivolta che nasce dalla presa di coscienza dell’assurdità dell’esistenza umana – dovuta in gran parte alla presenza della morte – da révolte solitaire si trasforma qui in révolte solidaire, perché a volte si prova vergogna nell’essere felici da soli.

L’uomo si affianca così a Dio cercando di correggere una creazione che, per crudeltà e inintelligibilità, non lo soddisfa.

 “Capisco”, mormorò Paneloux. “È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire”.

Rieux si alzò di scatto; guardava Paneloux con tutta la forza e la passione di cui era capace, e scuoteva la testa.

“No, Padre”, disse, “io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”.

I travagli che si consumano a ritmo serrato sotto il cielo di Orano condensano le passioni e le miserie umane: speculatori che si arricchiscono nelle disgrazie, dormienti che si rifiutano di aprire gli occhi e uomini che – lungi dall’essere eroi – si battono caparbiamente contro il male per conservare almeno la speranza di una rinascita.

La rinascita dell’umanità non cancellerà però i travagli e le brutture passate; è una tregua momentanea che poggia sulla voglia di vivere di ogni singolo uomo e ha bisogno di essere continuamente ribadita. Perché “il bacillo della peste non muore né scompare mai”.

 

Written by Nino Fazio

 

2 comments

  1. virginio /

    La Peste è un capolavoro assoluto, uno dei più potenti libri che io abbia mai letto. Molte pagine hanno la capacità di evocare pagine insuperabili della peste manzoniana. Ciò detto considero questa ripetutissima storia che La Peste sia una metafora della seconda guerra mondiale e del razzismo una stupidaggine assoluta, una banalizzazione insopportabile. La Peste è il racconto capolavoro di una città avvolta dalla peste.Punto.Ogni metafora è una stupida forzatura. Lasciate che le opere letterarie dicano ciò che loro vogliono dire, non ciò che voi volete che dicano.

  2. Nino Fazio /

    Si legga i diari di Camus: ci troverà tutte le note, gli appunti e le riflessioni sulle opere che stava realizzando, con tanto di data. Camus era contro tutti i regimi, al punto da abbandonare il partito comunista, mettendosi contro Sartre e un certo mondo della cultura che gli gravitava attorno. Se la Peste è la metafora della seconda guerra mondiale – e carte alla mano lo è – si deve al fatto che Camus l’ha vissuta e ha combattuto contro di essa. Poi, anche Il nome della rosa può essere visto solo come un giallo o la Commedia di Dante letta non allegoricamente. Basta volerlo (ed è legittimo farlo)

    Saluti

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