Resoconto del “Gods of Metal 2012”, 21 giugno prima giornata, Milano

Resoconto del “Gods of Metal 2012”, 21 giugno prima giornata, Milano

Giu 29, 2012

È giovedì 21 giugno, temperature tropicali si abbattono su tutta l’Italia, ma c’è un punto in particolare dove la temperatura è alta, molto alta, è il polo fieristico di Rho, alle porte di Milano, dove ad incendiare l’aria non sono soltanto il sole che picchia duro e l’asfalto bollente…

È la prima delle quattro date del Gods Of Metal, il più importante festival hard&heavy della nostra penisola e già dalle prime ore del mattino branchi di persone si aggirano intorno ai cancelli della fiera, armate dell’immancabile abbigliamento da concerto che prevede magliette dei gruppi più disparati, tatuaggi bene in vista, bandane qui e là, borchie e per i più coraggiosi indumenti di pelle e stivali neri.

Come da copione alle 10 i cancelli si aprono e i primi spettatori fanno il loro ingresso, pronti ad affrontare una giornata che tra l’alta temperatura e i decibel ancora più elevati si preannuncia sfiancante, ma si sa, il metallaro è duro a desistere quando si tratta di stare sotto un palco, e allora sotto con la musica!

Ad aprire le danze ci sono due band italiane alla loro prima presenza al Gods, i Clairvoyants prima – band comasca giunta nel 2012 al secondo album ufficiale dopo il debutto datato 2009 e che spara nelle orecchie una bella mezz’ora di heavy metal secco e senza fronzoli portandosi a casa il primo applauso di questo Gods – e gli Arthemis poi, nella loro ennesima formazione che ormai dei membri originali conta soltanto Andrea Martongelli, ma tant’è, lo spettacolo è divertente e potente, proprio come ci si aspetta da una band della loro portata, mezz’ora di elettricità, capelli al vento negli headbagging e appluasi scroscianti quando Fabio Dessi – voce del gruppo dal 2009 – ringrazia il pubblico e dice “Noi siamo Italiani, voi siete Italiani, è un onore stare su questo palco”.

È ora di passare alle band straniere e i watt si alzano subito con la terza esibizione della giornata, quella degli Holyhell. La prima band con voce femminile del Gods 2012 subisce l’impatto del solleone che alle 12.30 – orario di inizio – picchia forte e rende l’asfalto rovente, ma Maria Breon e compagni non si fanno scoraggiare e mettono in piedi un bello spettacolo, con una scaletta che pesca brani dal primo album omonimo e dal successivo “Visible Darkness” in prossima uscita, una tecnica impeccabile e un sound che seppur non molto originale affascina sempre nel suo mix di linee melodiche classiche, svisate elettriche e ritmi esplosivi da doppio pedale sulla grancassa. 40 minuti coinvolgenti che la band decide di concludere con una cover davvero ben eseguita di “Holy diver” del compianto Ronnie James Dio, immancabili e sacrosante le corna alzate e gli applausi del pubblico tutto…

Dopo il symphonic metal degli Holyhell, branca tra le più melodiche e meno fracassone della metalsfera, l’orario e il meteo sono da canicola, l’asfalto tende alla temperatura di fusione e più che su un piazzale pare di camminare sui carboni ardenti, ambientazione azzeccata per la discesa negli inferi del più violento death metal.

I Cannibal Corpse fanno il loro ingresso e la folla degli amanti del genere si accalca trepidante contro le transenne in barba alla temperatura lavica, Paul Mazurkiewicz batte i primi colpi a doppio pedale, George Fisher attacca col suo growl gutturale e il piatto è servito, carne al sangue, obviously…. Quel che segue sono 45 minuti di un suono massiccio ed impetuoso, ritmi serrati, urla terrificanti, teste roteanti sopra il palco e pogo spinto sotto, musica per stomaci forti e gomiti alti, ma il metal è anche questo….

Siamo al giro di boa della giornata, sul palco salgono gli Unisonic, formazione tedesca che nonostante la brevissima età (si sono formati nel 2009) ha già alle spalle un EP ed un album – entrambi datati 2012 – decisamente interessanti e una fama più che invidiabile, dettata in buona parte dal super combo formato dal cantante e dal primo chitarrista, al secolo Michael Kiske e Kai Hansen, sì, proprio loro che hanno trascinato gli Helloween verso il successo planetario.

Sono loro il primo vero evento atteso della giornata, e non si risparmiano consumandosi sul palco come ai vecchi tempi, in una parola, spaccano! E il pubblico apprezza, bene così! E’ poi la volta degli Adrenaline Mob, supergruppo formato da Russel Allen dei Symphony X, Paolo DiLeo, Rich Ward (Stuck Mojo) e il grande Mike Portnoy, storico batterista ormai ex Dream Theater dal 2010. Watt alti quindi, e tanta, tanta carica, un’ora e dieci minuti di esibizione che corrono via veloci ai ritmi serrati dettati dal batterista di Long Beach e accompagnati dalla voce senza cedimenti di Allen, una performance esplosiva, complimenti!

È pomeriggio inoltrato ormai, sono le 6 e il sole accenna i primi passi della sua parabola discendente, la temperatura è ancora alta, ma una folata di vento nordico si abbatte sugli astanti, una tormenta pesta e devastante che prende i nomi di Amon Amarth e Children of Bodom, due pilastri del metal scandinavo, svedesi i primi e finlandesi i secondi, entrambi in giro per il mondo dai primi anni ’90 a portare il verbo del metal di stampo vichingo, entrambi pronti a scuotere il pubblico con repertori ricchi di superclassici, e così per ben tre ore (salvo il tempo di pausa tra i due set) la folla viene sbattuta a destra e a manca dalla più spietata delle tempeste nordiche, fatta di riff fulminanti, ritmi serratissimi e volume ai limiti della sordità.

Alle bordate che arrivano dal palco il pubblico risponde cantando, pogando duro sotto il palco e alzando le ormai abusatissime corna in segno di approvazione. Una sicurezza di questa come di altre edizioni del Gods Of Metal, sia gli Amon Amarth del vichingo Johan Hegg con le loro rivisitazioni in salsa metal delle leggende della tradizione mitologica norrena, sia i Children of Bodom, con un Alexi Laiho in forma strepitosa a cantare i testi molto più terrificanti della band di Espoo, gli applausi scrosciano altisonanti dalla folla che man mano diventa una platea immensa. I Children of Bodom sono costretti a tagliare alcuni brani e concludere anticipatamente l’esibizione, con il disappunto più che evidente di Alexi che rovescia tutta la rabbia nella conclusiva “Are you dead yet”, per il delirio degli spettatori.

I finlandesi se ne vanno così tra gli applausi e l’attesa si fa febbrile, perchè all’appello mancano soltanto loro, gli headliner della prima data al ritorno sulle scene italiche dopo ben 10 anni dall’ultima volta, i Manowar, i re del metal, come loro stessi si definiscono, la sintesi di un intero genere, quel power metal fatto di suoni alti ma puliti, svisate di chitarra limpide, tecnica sopraffina e una voce – quella di Eric Adams – capace di scrostare i muri con un do di petto.

Sono loro le star indiscusse della giornata e le bandiere, le magliette, e qualsiasi altro oggetto con la scritta manowar che per tutto il giorno si erano viste in ogni angolo della fiera ora sono a ridosso del palco, le bandiere sventolano, le braccia si alzano e le mani sinistre impugnano i polsi destri nel saluto distintivo della band di Auburn, tutto è pronto, le luci si spengono e lo spettacolo comincia! Si apre con il destro-sinistro violentissimo di “Manowar” e “Gates Of Valhalla”, il muscolosissimo Eric Adams domina la scena con la sua verve, i suoi pompatissimi muscoli e la sua voce potente oggi a quasi 60 anni come agli inizi, e il visibilio della folla non si fa aspettare, mani alzate al cielo, bandiere che sventolano e voci che cantano all’unisono i testi a base di spade, acciaio, tempeste e battaglie da vincere.

Tutto questo sono i Manowar, semplici forse, a volte scontati, ma veri, potenti, sinceri e inossidabili, non mollano un colpo e il pubblico con loro, si prosegue e dopo una strepitosa “Kill With Power” arriva “Sign of the hammer” a far saltare e agitare la folla festante. “Fighting The World”, “Kings Of Metal” e “Metal Warriors” sono una terzina infernale, una bomba atomica che i manowar detonano per ribadire che l’heavy metal è cosa loro, e che i Metallica se ne stiano zitti e a cuccia!

A seguire arriva la grandissima “Brothers of metal”, da cantare tutta a scquarciagola coi pugni alzati, poi Joey DeMaio prende il microfono e lancia una sfida: “I Manowar per questo pezzo hanno bisogno di un’altra chitarra, chi di voi è in grado di suonare alla Manowar?

Tra le mani alzate ne viene scelta una, quella di un ragazzo di Brescia che viene accompagnato sul palco per suonare con Joey e soci, ma prima una birra! Da bere “All’italiana”, dice Joey, tutta d’un fiato e via! da dietro le quinte giunge una chitarra per il nuovo arrivato e sotto con la musica! “The Gods Made Heavy Metal” è il pezzo scelto, e il ragazzo se la cava, tanto che la band gli regala la chitarra, non prima di averla autografata ovviamente. Finito il siparietto si riattacca con “Sons Of Odin”, “Hand Of Doom” e “King Of Kings”, altro delirio e altri applausi per il quartetto statunitense.

Adesso però persino Donnie Hamzik, che finora aveva picchiato tamburi e piatti come un forsennato, smette di suonare, è il momento di DeMaio, che con il suo basso Rickenbacker e le sue dita a velocità supersonica compie un salto indietro di 113 anni eseguendo “The Flight of the Bumble-bee”, il Volo del Calabrone, terzo episodio de “La favola dello zar Saltan” di Rimskij-Korsakov, anno 1899. L’applauso della gente arriva puntuale ma non è ancora tempo di riattaccare, ora Joey ha qualcosa da dire, prende il microfono e incomincia un discorso sui “bastardi” che vogliono il male del metal, sulle battaglie da combattere ogni giorno ma che “ci rendono ancora più forti”, un monologo lungo in un italiano che seppur goffo gli rende onore per aver fatto più che imparare il solito “grazie Milano, grazie Italia”, e che si conclude con un momento commovente, quello in cui il bassista chiede a tutti i fratelli del metallo presenti un minuto di silenzio per suo padre, morto di recente, e l’amico Scott Columbus, deceduto poco più di un anno fa, e qualche lacrima là in mezzo ha rigato i volti dei metallari più duri….

Ma ora si riprende! Tutti pronti per i botti finali! “Hail And Kill” crea l’atmosfera, “Warriors Of The World United” fa cantare tutti, nessuno escluso, e “Thunder In The Sky” e “The Power” sferrano cazzotti elettrici che più potenti non si può, e prima di chiudere con l’immancabile ed esagerata “Black Wind, Fire and Steel” arriva un momento atteso e tremendamente intenso, le luci calano basse su Eric Adams, e una musica leggera e inconfondibile fa da base alla sua voce quasi da tenore, è il tripudio definitivo, con migliaia di metallari a braccia alzate ad accompagnare, sulle note di “Nessun dorma”, Eric che sull’acuto finale più famoso della lirica tocca vette vocali dove l’aria è rarefatta e pochi arrivano. Splendido, semplicemente splendido….

I Manowar salutano e ringraziano, promettendo che non passeranno ancora 10 anni prima del loro prossimo passaggio in Italia, e il pubblico applaude soddisfatto, sicuro che uno, due o dieci anni non importa, lo spettacolo sarà ancora grande, esplosivo e memorabile come questa sera, il metal non muore mai, e i Manowar ne sono la prova….

 

Written by Emanuele Bertola

Photo by Emanuele Bertola

 

Per leggere il resoconto della seconda giornata del Gods of Metal (22 giugno) clicca QUI.

 

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