“La luce sugli oceani” di M.L. Stedman – recensione di Rebecca Mais

“La luce sugli oceani” di M.L. Stedman – recensione di Rebecca Mais

Giu 25, 2012

Quel grido, destinato a cambiare per sempre la loro vita, è il tenue vagito di una bambina, ritrovata a bordo di una barca naufragata sugli scogli, insieme al cadavere di uno sconosciuto. Per Isabel la bambina senza nome è il regalo più grande che l’oceano le abbia mai fatto. È la figlia che ha sempre voluto. E sarà sua. Nessuno lo verrà a sapere, basterà solo infrangere una piccola regola.

È stato il libro più desiderato dalle case editrice di tutto il mondo alla fiera del libro di Francoforte del 2011, osannato al Salone del libro di Torino 2012 e pubblicato in Italia nel mese di maggio dalla Garzanti. La luce sugli oceani (dopo vari racconti pubblicati in diverse antologie) è il primo romanzo di M.L. Stedman, scrittrice australiana, ora cittadina londinese.

Ma si tratta realmente di un romanzo degno di tante lodi?

Western Australia, anni ‘20, la prima guerra mondiale è terminata da qualche anno e Tom Sherbourne, giovane ex combattente al fronte occidentale, ha accettato un posto di lavoro come guardiano del faro di Janus Rock, piccolissima isola al largo della costa occidentale. Poco prima di imbarcarsi dalla cittadina di Point Partageuse incontra però Isabel Graysmark ed il loro è subito amore. Un amore così forte da indurre lei ad andare a vivere sull’isola con lui. La loro vita, inizialmente idilliaca, non sarà così semplice a causa della loro difficoltà ad avere quei tanto desiderati figli. Ma un giorno qualcosa accade: approda sull’isola una piccola barca con a bordo un uomo morto ed una bambina di pochi mesi ed Isabel, una volta tenuta tra le braccia quel fagottino, non può più farne a meno e decide di non separarsene. Lucy sarà la loro bambina e la loro salvezza. Ma fino a quando? E se qualcuno, la vera madre per esempio, pensasse ancora a quella bambina perduta e la rivolesse indietro?

La trama si dipana intorno al passato di Tom ed Isabel. Entrambi conservano esperienze negative legate alla guerra: il primo per averla combattuta in prima persona, la seconda per aver perso i suoi due unici fratelli sul campo. Ed è proprio questo uno dei pregi del romanzo, quello di rendere maggiormente noto un aspetto della guerra del quale non in tanti sono a conoscenza. È la storia di tutti quei ragazzi che dall’Australia vennero mandati in Europa a combattere e che spesso non tornarono più a casa e, quando questo avvenne, ricevettero medaglie d’onore che difficilmente furono in grado di cancellare gli orrori e i traumi della guerra.  Nonostante ciò, probabilmente l’autrice si dilunga fin troppo nella suddetta parte e potrebbe risultare piuttosto tediosa.

L’ambientazione in un luogo così isolato, un’isola deserta sufficientemente lontana dalla terra ferma perché nessun’altro possa intromettersi, ci permette di concentrare la nostra attenzione sui protagonisti che vivono lì. Tom, Isabel ed infine Lucy, è solo su di loro che, volenti o nolenti, ci troviamo a convogliare l’interesse.

L’isolamento fila il suo bozzolo misterioso, concentrando la mente su un unico luogo, un solo momento, un ritmo preciso: la luce del faro che gira. L’isola non conosce altre voci umane, altre orme. Al faro si può vivere qualsiasi storia che si voglia immaginare, e nessuno potrà dire che è falsa: né i gabbiani né i prismi né il vento.

E poi abbiamo il faro, fulcro dell’intera vicenda. Quel faro portatore dell’idea di libertà che illumina il mondo. E direttamente connesso al faro c’è la piccola Lucy, luce, reale protagonista del romanzo della quale non possiamo far a meno di affezionarci. Fu proprio il valore metaforico della luce a suggerire la fusione dell’allegoria con il faro. Il faro come salvezza, come simbolo di chiarezza e conoscenza.

Ed infine, ma non per importanza, vi è la questione etica: può essere giustificata l’azione di una donna che, spinta dall’amore materno e della disperazione, decide di privare la vera madre della propria bambina? Chi può ritenersi in grado di giudicare una simile circostanza?

La luce sugli oceani è un intenso romanzo che permette di riflettere sulla vita, sull’amore, sulla famiglia, su ciò che viene definito libero arbitrio. Con un finale commovente e non del tutto scontato, ma forse un po’ troppo rapido, manca però di quel qualcosa, di quella ulteriore profondità, che permetterebbe di classificare il libro della Stedman tra gli indimenticabili della letteratura. Ciò nonostante si tratta di una storia importante, che non mancherà di suscitare ovunque riflessioni e discussioni relativamente alle tematiche trattate.

È un lavoro duro e intenso. A differenza degli uomini dei rifornimenti, i guardiani dei fari non hanno un sindacato; nessuno sciopera per chiedere salari e condizioni migliori. Alla fine della giornata, Tom può essere esausto o indolenzito, preoccupato per una tempesta che si sta avvicinando velocemente o frustrato perché la grandine ha distrutto l’orticello. Ma se non ci pensa troppo a fondo, sa chi è e qual è il suo compito. Deve solo tenere accesa la lanterna. Nient’altro.

 

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