“Mare Dentro”, film di Alejandro Amenàbar – recensione di Galakordi

“Mare Dentro”, film di Alejandro Amenàbar – recensione di Galakordi

Giu 1, 2012

Ramon Sampedro è un ultracinquantenne tetraplegico che vive da quasi 30 anni in un letto a causa di un incidente. Le sue gambine sono deformi, le sue braccia e le sue mani sono immobilizzate in una posizione innaturale ed egli non può muovere niente del suo corpo a parte il collo e parlare. Parlare per 125 minuti.

Javier Bardem è un bravo attore, con la testa grande, e capace di espressioni e virtuosismi attoriali veramente degni di nota. Personalmente l’ho apprezzato molto per la sua prestazione nellottimo “Non E’ Un Paese Per Vecchi” dei fratelli Coen e anche qui a modo suo non scherza. Javier Bardem è insomma uno bravo. Ma è anche uno che può essere troppo Javier Bardem, e troppo Javier Bardem in mano a un regista senza il senso della misura, fondamentalmente privo di personalità e assolutamente incapace di tenere a freno le voci fuori campo può trasformarsi in una bomba a orologeria pronta a scoppiare dentro un container riempito di escrementi liquidi, schegge di vetro e pentaclorofenolo.

Ramon desidera di morire e lo desidera ormai da anni. Una vita costretta in un letto contro la propria volontà e i propri desideri non è vera vita, poiché non può essere vissuta. Il messaggio è chiaro e papale e più che condivisibile. Una vita da immobilizzati non può essere chiamata vita, nonostante la fantasia, nonostante i sogni e nonostante i nonostante. Ramon sta male quindi, ma ha una voce troppo da sano e tempi di reazione al dialogo degni di un libro stampato per poter interpretare un tetraplegico come si deve. In “Mare Dentro” ce ne sono due, di tetraplegici, (più un terzo, l’avvocatessa). E quindi abbiamo anche un prete tetraplegico che lo va a trovare per farlo desistere dal desiderare di morire, solo che entrambi sembrano godere di ottima salute e alla fine risultano prontissimi, agilissimi e stanno quasi meglio degli altri. Una cosa non da poco, anche se tuttavia questo è veramente il meno. Poiché a conti fatti la scena del prete è forse una delle poche in cui il film riesce debolmente a risalire dalla risacca in cui sin dalle primissime battute era andato letteralmente e volutamente a inabissarsi.

Un meta-percorso filmico dell’incidente di Ramon, che si spezza l’osso del collo sul fondale sabbioso dopo un tuffo sovrapensiero, riproposta però paro paro nelle sembianze di una struttura filmica-esoscheletro che va anch’essa, volutamente come il protagonista, a tuffarsi su un basso fondale sabbioso? Francamente non saprei, ma sono poco propenso a credere che Amenabar possa avere avuto così tanto coraggio e così tanta lucidità da compiere una manovra così coraggiosa e particolare, e aver confezionato al tempo stesso un prodotto tanto mediocre e tanto povero di stile e contenuti.

Ma non perdiamoci in poco fruttuose disquisizioni sugli intenti di un regista (categoria professionale paracula in grado di inventarsi di sana pianta e a posteriori i motivi delle proprie scelte, e trasformare la merda in oro) e torniamo a noi. Ramon vive con la sua famiglia (il vecchio padre rincoglionito, in realtà soltanto silenzioso, che è il miglior personaggio della storia [e non a caso sarà proprio lui a pronunciare la miglior battuta della miglior scena del film [lo stupendo: “Esiste solo una cosa peggiore di un figlio che muore. Un figlio che vuole morire”], il nipote zuccone, il fratello maggiore ignorante, la cognata, e tre o quattro personaggi turnanti tra cui due fiamme: l’avvocato Julia e la sempliciotta Rosa), in un modesto casolare di campagna immerso nel verde e nell’affetto di tutti coloro che lo conoscono.

Della trama non c’è molto da spoilerare. È un film sull’eutanasia, ed è quindi logico aspettarsi come andrà a finire. Ben più leggitimo è invece aspettarsi “come” (o “il modo in cui”) un film di questo tipo potrà essere sviluppato in tutti i suoi nodi cruciali, in tutti i suoi significati, in tutti i suoi scopi e in tutti i suoi messaggi non facili e mai banali, e certamente da non banalizzare (né semplicizzando, né sovraccaricando di significato cose semplici e che tali devono restare).

Tagliamo quindi la testa al toro e diciamo sin da subito che il film è una cagata abissale. Voce fuori campo a quintali, inquadrature e montaggio al limite della didascalia, uno sviluppo della fabula che sembra procedere parallelamente e su una dimensione separata rispetto a ciò che muove i personaggi e alle loro azioni (si vedano gli incipit alla scena della lettura delle poesie di Ramon da parte di Julia, il finale frettoloso [anche se in realtà nel film ci sarebbero almeno tre o quattro finali effettivi, ma intavolare una discussione di questo tipo in questa sede richiederebbe molta elasticità mentale, una certa voglia di perdere tempo e una buona dose di sense of humor], la caratterizzazione approssimativa e ai limiti del bozzetto di certi personaggi, nonché il loro sviluppo in relazione agli eventi del micro e del macrocosmo Maredentriano [penso in questo caso al duo Julia / Rosa e all’improbabile triangolo Julia / Rosa / Ramon, con tanto di “cazziatone” e scenata di gelosia da parte dell’avvocato).

Insomma le cose accadono perché così dovevano accadere, la sceneggiatura (che pare scritta da un ragazzino di quattordici anni al primo anno di liceo classico) è sotto tutti i punti di vista un’oppressione, tanto che i personaggi risultano a tutti gli effetti staccati dagli eventi che essi stessi (più nolentemente che volentemente) attraversano, e fanno accadere ma limitandosi ad accarezzare la superficie delle cose. Tocchiamo dei bei momenti nel film, questo è innegabile, ma ci si limita a poche e rarissime frazioni di secondo, e tutto è comunque rovinato dalle ingerenze di una voce fuori campo francamente ingombrante (sconsiglio caldamente, tra le altre cose, la visione dell’orrendo finale), da qualche battuta malmessa, da qualche comportamento assolutamente inspiegabile non tanto perché poco significativo o poco credibile, ma perché sostanzialmente e oggettivamente gratuito, tale da risultare alla fine come appiccicato a un grottesco sfondo di cartone.

Film troppo pomposo, troppo pompato e troppo premiato (Gran Premio della Giuria e Coppa Volpi a Javier Bardem per la migliore interpretazione maschile alla 61esima mostra internazionale del Cinema di Venezia 2004; Golden Globe 2005 come Miglior Film Straniero; Oscar come Miglior Film Straniero; candidatura all’Oscar per il miglior make-up; David di Donatello 2005 come Miglior Film dell?Unione Europea).

Breve pausa. Francamente, e lo dico con la massima sincerità, trovo tutto ciò fin troppo avvilente. Giacché l’idea che una persona, magari appassionata, magari alla ricerca di una storia toccante e “che faccia riflettere” (specie su un tema tanto importante quale quello della libertà di poter scegliere della propria sorte), possa lasciarsi abbindolare da un filmetto raffazzonato e insufficiente come “Mare Dentro”, arrivando magari a perdersi, sullo stesso tema, il ben più sobrio e sostanzioso “Le Invasioni Barbariche” di Denys Arcand, mi mette davvero una gran tristezza.

Written by Galakordi

Fonte:

http://www.debaser.it/recensionidb/ID_22546/Alejandro_Amen_c3_a1bar_Mare_Dentro.htm

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