Resoconto della presentazione de “Incrocio di sguardi”, novità di Ascanio Celestini ed Alessio Lega

Resoconto della presentazione de “Incrocio di sguardi”, novità di Ascanio Celestini ed Alessio Lega

Mag 21, 2012

MILANO – Venerdì 18 maggio nel Chiostro del Teatro grassi di Milano, Ascanio Celestini ha presentato il libro che ha scritto con l’amico Alessio Lega dal titolo “Incrocio di sguardi”, edito da Elèuthera.

Celestini ha fatto outing, e ora dice chiaramente ciò che si era già intuito: è anarchico.

“Gli anarchici sono una minoranza, come i monarchici, che pero sono più potenti”; ha scherzato.

Il libro “nasce come conversazione al Pigneto. Si intitola Incroci di Sguardi perché l’intervista è sempre un incrocio di sguardi, una conversazione”. Celestini ha riflettuto sull’importanza della relazione e del relazionarsi, e svelato che lui stesso, quando intervista qualcuno per apprendere una storia da mettere in scena, tante volte dà più peso a come l’interlocutore si esprime, a cosa comunica, piuttosto che all’informazione che trasmette. Le relazioni sono fondamentali nel teatro, “dove si pensa soprattutto alle relazioni tra i personaggi, più che ai caratteri stessi”.

Nel suo discorso a ruota libera, Celestini ha rievocato sua nonna, che nella sua famiglia era quella che raccontava le storie. “Per lo più le piacevano quelle di streghe, che erano narrate in cucina, luogo di donne, tra un mestiere e l’altro, magari quando si lavavano i piatti, tra lei, sua sorella e mia madre. Sua sorella partecipava, raccontando parti della storia, mia madre le conosceva tutte e anche conoscere è partecipare. Io ero lì ad ascoltare perché i bambini non c’hanno sesso, come gli angeli”. Celestini ha notato come le storie di sua notta, riproposte da sua madre anni dopo, presentassero dei cambiamenti, alcuni dei quali imputabili a errori di interpretazione fatte dalla madre, cui l’attore stesso aveva assistito. Anche fare errori e cambiare le storie è parte di una relazione.

Di questo e di tanto altro parla “questo libro che veniamo oggi a propagandare a voi”.

Un libro interessante, buffo, acuto, che fa emergere piccolezze (Celestini beve il caffè senza zucchero) e questioni importanti (come Celestini crea storie e personaggi) e che si legge d’un fiato. Se si vuole. Anche se ogni concettto avrebbe bisogno di una riflessione, per essere capito appieno nel suo messaggio di vita.

Durante la presentazione, Celestini ha anche parlato molto dello spettacolo “Pro Patria”, con cui è in scena al Grassi. In particolare, ha fatto luce sulla sua posizione riguardo le Brigate Rosse.
La prima fase della lotta armata vedeva la partecipazione di ex partigiani e presentava istanze risorgimentali, ad esempio, le BR inizialmente volevano chiamarsi Brigata Pisacane“.

Ha anche trattato in modo più esteso di quanto fa in “Pro Patria” il tema dei morti in carcere: Uva, Mastrogiovanni, Cucchi, e di come a lottare perché si scopra la verità sono molto spesso le donne.

“Forse per tradizione ancestrale, di donna come custode del focolare e quindi dei morti. Purtroppo probabilmente è anche perché la donna è considerata più debole, quindi ha un potere mediatico più forte, ed è anche più difficile essere crudeli con lei. Dire al padre di Cucchi: Tuo figlio era un tossico è più facile che dirlo a sua sorella Ilaria”. Celestini ha raccontato che “sulla pagina Facebook che porta il mio nome” si parlava di un governo ideale, in cui si proponeva che Ilaria Cucchi, o in ogni caso qualcuno di coloro i quali ha avuto un familiare che ha incontrato una divisa e non è più tornato a casa dovrebbe essere ministro della giustizia. A tal proposito è apparso un commento che diceva “Sì, ma Cucchi era un tossico”.

“Manco lo avesse scritto Giovanardi! Cioè, dato che era un tossico, poteva essere ammazzato”.

In realtà Celestini odia ancor più che l’acredine verso chi si disprezza, la crudezza di dire “è un tossico”, “è un animale”, l’atteggiamento finto carino e gentile di chi parla degli anziani in casa di riposo come “i nonnini” o dei malati psichiatrici in casa di cura come “i mattarellli”.

“Non lo capisco chi dice: i miei mattarelli. Come se fosse una bella cosa. E’ solo un altro modo di metterli in una condizione di subalternità”.

Allo steso modo, non ama mettere inscena attori non professionisti, soprattutto se affetti da handicap. Sembra che dici: Guarda ‘sti poveretti, je diamo ‘na possibilità. E poi lo spettacolo diventa il loro essere zoppi o comunque il loro handicap. E’ una cosa amorale”.

Gli piace però ciò che è controcorrente, che sfida il mercato.

“Quasi tutte le canzoni parlano di amore, amore finito, amore non ricambiato. E io mi chiedo: ma osa qualcosa di più. Scrivi della tua città, scrivi del caffè la mattina, di qualcosa di diverso, non necessariamente impegnato, ma che sia diverso. Mi ricordo quando ho sentito per la prima volta ‘sta canzone di Ramazzotti che iniziava con ‘Nato ai bordi di periferia, dove i tram non vanno avanti più’ e mi sono detto: una canzone che parla d’altro che parla delle nostre borgate! E invece no, ‘eccisei adesso tu, zaaac’. Io invece penso sia bello parlare di cose meno comune, magari adottando il punto di vista che ti è opposto. Penso a quando in Lotta di Classe ho esordito con io odio i froci, facendo parlare il razzista. Per fortuna il pubblico ha sempre capito, e non mi hanno tirato dietro le cose. Invece di un programma come Le Cose che non Ho, ho avuto ribrezzo. Cioè, è ovvio che non sono contrario ai contenuti. Nessuno è contrario ai contenuti. È orrendo pensare ai bambini ammazzati, io ci sto male, penso a mi fijo, ma il modo in cui la cosa è stata presentata era disgustoso. Allora io preferisco affrontare cose su cui non si è tutti d’accordo, sentirmi dire dove ho sbagliato e discutere di quello, piuttosto di essere circondato da chi mi dice bravo ed è dalla mia parte qualunque cosa io faccia e dica”.

Written by Silvia Tozzi

 

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