Resoconto dei 25 anni del Bloom di Mezzago crocevia rock: “Sviluppi incontrollati”

Resoconto dei 25 anni del Bloom di Mezzago crocevia rock: “Sviluppi incontrollati”

Mag 14, 2012

Il libro sui 25 anni del Bloom di Mezzago, dal titolo “Sviluppi Incontrollati” (Vololibero Edizioni), che del Bloom è il motto, è stato presentato domenica dagli autori Aldo Castelli – carismatico fondatore del locale crocevia brianzolo ed estremamente carismatico – e Massimo Pirotta, il giornalista di “Buscadero” e “Mucchio Selvaggio”.

Con loro, alcuni degli artisti (sono una novantina in tutto, ma è difficile risalirlo, dato che il libro non ha un indice) che hanno contribuito all’opera, lasciando una testimonianza di cosa il Bloom (sì, il nome viene dall’”Ulisse” di James Joyce) fosse per loro. C’erano quindi Manuel Agnelli, Ermanno Giovanardi, Federico Dragogna, Rodrigo D’Erasmo (che appena arrivato stava appollaiato in braccio a Dragogna) e la giornalista Barbara Volpi. Nel libro  parlano Paul Simonon dei Clash, che ricorda che “sul palco” (del Bloom) “fa molto caldo” o Grant Hart, degli Husker Du, che spiega come il “Bloom è il miglior club di Mezzago”. Per i non lombardi: Mezzago è un comune di 3mila anime in Brianza, a 25 kilometri da Milano.

Queste citazioni per far capire che il libro non è celebrativo. La presentazione non è stata celebrativa. Il Bloom non è celebrativo. Insomma, il Bloom è poco più di un centro sociale. È piccolo, fa caldo, le seggioline del cinema al primo piano sono scomode (ma accoglienti) e io ricordo una proiezione durante la quale dal bagno proveniva una tremenda puzza di merda, e un’altra volta, pioveva, anche un po’ dentro. E se al piano di sotto si sta svolgendo uno dei numerosi corsi, stai sicuro che senti il rumore. Ma nonostante questo io faccio quasi un’ora di strada per andare al cinema al Bloom, e non solo perché è essai. Né perché costa poco. È bello sedere lì sulle scomode sedie rosse, vedere il film (con pausa tra primo e secondo tempo) e poi scendere e bere un caffè e un amaro al bar di sotto, ascoltare i dj set – sempre bellissimi e mai scontati – nell’atmosfera distesa del baretto semivuoto, qualche persona al calciobalilla, due chiacchiere con chi sta al bar, magari Andrea con il suo sorriso aperto e le mille storie, o Sam e le sue battute, oppure c’era Simone, ombroso, con il libro in mano, ma pronto a parlare dei Melvins.

Il clima è sempre accogliente, al Bloom, e coi sono tante cose da fare: corsi, pranzi, aperitivi, presentazioni, concerti, film, teatro, feste, la libreria, la pizzeria in estate.. io ho pure fatto una biciclettata.

Ognuno al Bloom ha visto il gruppo che gli piace di più.

Trent’anni quasi sono passati, e l’Italia è la stessa, solo, meno ricca. Io vengo al Bloom, con fasi alterne, dal 1992. Ero ancora minorenne, quando Luca e Leo decidevano di portarmici, era sempre una festa. Oggi spesso vengo sola, per un concerto, un film, o un caffè. Non sono più un animale sociale come un tempo.

Il Bloom è decisamente un posto di resistenza, non solo politica o ideologica.

Manuel ha spiegato, nel corso della presentazione, che lui al Bloom veniva anche tre volte la settimana. Che immagino da Corbetta sia abbastanza scazzante, dato che è a Nord Ovest di Milano. “Posti come questo danno la possibilità di non spegnerti. Io venivo qui, e non c’era la necessità di avere un impegno politico alle spalle per farlo. Abbiamo suonato qui giovedì sera” (per il secret concert con i Verdena) “in un concerto che ho sentito vero. Sono fortunato a tornare qui con la consapevolezza che ho ora, e poter fare un concerto vero”.

Ma nessun coro a cappella per il compleanno del Bloom, da parte di Agnelli.

Coro più che a cappella, sarebbe un coro alla cazzo, non istigarci”, ha risposto a chi glielo ha chiesto.

Giovanardi ha ricordato come, venendo al Bloom, i giovani si sentivano meno provinciali. Questo perché “i gruppi passavano di qui. Facevano Londra, Berlino, Mezzago. Qui, siamo cresciuti come persone e professionalmente”.

Io ci ho visto un mucchio di concerti, non solo quella volta che Chiara è svenuta durante un concerto dei Motorpsycho. Venivamo qui e tante volte neanche sapevo per cosa: ho visto african music, ho visto musica maori. Giapponesi che gorgheggiavano, free jazz newyorkese. Se mi rompevo le palle, c’era la libreria. Ho conosciuto Libanese durante un non meglio specificato concerto e limonavamo sotto il mixer. Ho sentito la calca mille volte. Con i Teatro degli Orrori, con i Ministri, con i Marta sui Tubi. E ho visto concerti che eravamo in tre. Man il Bloom li fa lo stesso, anche se siamo tre.

Fede dei Ministri ha parlato a lungo, ipnotizzando il pubblico. Lui è un’altra generazione, La mia un’altra ancora, rispetto alla sua o a quella di Agnelli. Io il grunge non l’ho vissuto, Fede manco lo ska e l’hardcore. Ma a ciascuno il Bloom ha lasciato qualcosa.

È venuto qui a 17 anni, la prima volta, per una prog venue sui Magma. Ognuno ricorda la gioventù che ha avuto. Fede parla dei camerini. Chiunque abbia meno di trent’anni e abbia suonato al Bloom parla dei camerini. Li definisce i migliori d’Italia. Che sono rock. Suonare al Bloom è rock, perché ci sono i sub sotto il palco, che danno goduria e sordità. Al Bloom l’audio non è buono. E’ cavernoso. Ma ci si viene perché qui è più bello. Fede ha dato alla Pausini la propria solidarietà perché ella mai potrà suonare al Bloom e non proverà mai queste sensazioni. Fede suonando qui – io c’ero, morivo di caldo tra il pubblico, era il quarto concerto dei Ministri che vedevo in una settimana – tentò lo stage diving.

Il mio cantante, spesso per tasso alcolemico elevato, fa stage diving per un lasso di tempo interminabile, e noi stiamo ore a tenere il pezzo senza basso. Quella volta mi sono buttato, ma il mio pubblico non è quello degli Obituary e la mia massa corporea è eccessiva: non mi hanno tenuto”.

Volpe ha ricordato il periodo hardcore della band, e quello grunge, gli Helmet, le Hole, i Melvins, non solo i Nirvana e i Dinosaur jr.

Ti sentivi al centro di un mondo che sembrava troppo lontano”.

D’Erasmo ha ricordato che la bellezza di suonare al Bloom è “avere la gente a cinque centimetri” e che al Bloom – un tempo Visconte di Mezzago, evidentemente le citazioni letterarie qui sono sempre piaciute – ti fanno sentire a casa tua.

Castelli ha ricordato che “il posto è bello quando lo fa la gente, il pubblico del Bloom è diverso. Lo gestisce una squadra agguerrita, sempre alla ricerca di cose nuove (ad esempio, Filippo Scotti ha portato i Nirvana)”.

Castelli ha ammesso che nel libro non c’è l’indice solo perché “ce lo siamo scordati, le cose succedono in questo modo abbastanza spesso al Bloom”.

Bloom è un nome scelto con “un torneo a eliminazione, conclusosi con un broglio elettorale” (l’alternativa era Babinsky, come Holger Babinsky) “Indicava una persona viva in un paese di morti, noi siamo in Brianza”. Ma poi Bloom servì anche a capire che la Brianza non era affatto un paese di morti. Certo, “Brugherio non è la California, ma tante associazioni dei paesi qua attorno, quando abbiamo aperto, si sono proposte e noi li lasciavamo esprimersi”. Mezzago, poi, è un comune anomalo, ricco di progetti di collaborazione e di cooperazione. Non è solo il paese degli asparagi comunisti: a palazzo Archinti suonarono i Pfm e il Banco. Il solco era tracciato e il paese li sosteneva.

“Venerdì eravamo in 3mila persone in un paese che ha 3mila persone. Un po’ eccessivo, abbiamo esagerato”, ha scherzato Castelli.

Il Bloom era un luogo di incontro. Nel primo flyer, tutte le perone del libro di Joyce si incontravano in strada.

Certo, il contro sono i bagni, dove io e Libanese dicevamo sempre volevamo fare sesso come in un film porno polacco. Sono sempre strapieni, per questo non ci abbiamo fatto sesso, quella sera. Come ha confermato Agnelli: “Ho imparato a pisciare nei bicchiere di plastica proprio perché i bagni erano difficilmente raggiungibili”.
Io ringrazio il Bloom, ho tanti ricordi sereni qui. Nottate che non finivano mai, in estate, la tranquillità di starsene seduti all’aperto, tranquilli. Frugare nella libreria e trovare magnificenza. Conoscere persone strambe. Le feste dell’ultimo dell’anno su e giù dal cinema, la notte di Natale con le videoistallazioni e lo spumante. Incontrare i musicisti che ascolti normalmente che fanno la coda al bar. Il caffè equosolidale, le ottime cioccolate, i bicchieri biodegradabili. Musica. Solo questo mese al Bloom suoneranno Lemonhead e Mudhoney.

Il Bloom ha il coraggio di passare il testimone alle generazioni successive, cosa che la Sinistra, e alcuni centri sociali occupati, non fanno. A decidere sono sempre gli stessi che li hanno occupati”, ha spiegato Fede. “A occuparsi della programmazione live è Villa, che ha la mia età. Lui è mio amico e si occupa della programmazione, e noi siamo il gruppo sul palco. E’ bellissimo vedere come con il tempo il Bloom è diventato nostro in un altro modo”.

Written by Silvia Tozzi

 

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