“Cantèdi” di Gianfranco Miro Gori – recensione di Ninnj Di Stefano Busà

“Cantèdi” di Gianfranco Miro Gori – recensione di Ninnj Di Stefano Busà

Apr 21, 2012

Questo smilzo libretto è quanto di più si possa desiderare di avere per non far perdere le tracce del dialetto in un labirintismo linguistico che va smarrendo le proprie radici, dentro un frammentarismo semantico che ne va annullando i valori, le tradizioni, i mestieri antichi, all’interno di un differenziale compositivo di urgenze che vanno smarrendo le proprie matrici.

Miro Gori da buon romagnolo DOC articola le sue figure, il suo dialetto in un folcrore paesistico che è la ragione della sua scrittura.

Il fine è quello di far emergere il vernacolo romagnolo, di non farlo prima svilire e poi tramontare in un dimenticatoio di abbandono e di inerzia, la qual cosa sempre precede o si fa “disattenta” di un linguismo smagato, (magari più evoluto) a favore del quale viene modificato e posto in disuso il dialetto.

Il disuso o l’accantonamento potrebbe provocare lo scontro tra criteri semantici e lessicali che sono appartenuti alle genti del luogo, alle loro tradizioni antiche, in una comunanza di usi comuni, gesti, mestieri che sono appartenuti agli avi, ai nostri padri, ne hanno costituito le radici, i significati, e i riferimenti storici, sociali e ambientali.

La caratteristica di questo libretto è quella di tener saldi i legami che uniscono i dialetti alle strutture compositive e armoniche del linguaggio parlato, necessarie, affinché non si disgiungano i legami e l’imminenza del postulato abbia una sua identità propria e la cantabilità ritmico-sonorica delle antiche ballate: gli idiomi, gli accenti, i caratteri delle “cantate” d’uso comune tra gli autoctoni e le forme linguistiche della lingua-madre.

Gianfranco Miro Gori in queste sue “Cantèdi” vuole unire e non disgiungere le componenti estetizzanti delle parole in uso, pur nell’evoluzione dell’oggi che si apre ad una varietà e insubordinazione ai vecchi criteri di una storicizzazione perseguita nel tempo.

L’intenzione del poeta Miro Gori è quella di presentare una scrittura che abbia una sua prospettica aderenza ai modi, ai tempi e alle rappresentazioni di rievocazioni antiche, entro margini di recuperi condivisibili, atti all’integrazione e non alla sottrazione della lingua.

Un’analisi di contenuti che qui, appare non in contrasto, ma accentuativa dei diritti che le spettano entro l’alveo delle tradizioni e delle quali accetta l’uso intrinseco della parola e le determinazioni oggettivali delle congiunture temporali, oltre che le mode. Se persistono i dialetti (sembra dire Miro Gori) non muoiono le istanze della storia locale, le capacità di adattarvisi e di completare le figure del pensiero e della poesia all’interno dell’interpretazione filologica intrinseca ai generi linguistici della poesia dialettale di oggi.

Written by Ninnj Di Stefano Busà

 

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