“Il nipote di Monsignore” di Maria Rocco – recensione di Elena Varriale

“Il nipote di Monsignore” di Maria Rocco – recensione di Elena Varriale

Apr 9, 2012

Tra sacro e profano il vizio si fa virtù

Ambientato negli anni cinquanta, in  un paesino lucano del Sud Italia,  il bel libro “Il nipote di Monsignore” di Maria Rocco edito da 0011 Edizioni racconta l’amore profondo ma contrastato di due ragazzi: Lola ed Alberto. Ad ostacolare il loro amore sono la tradizione e le consuetudini di un piccolo e chiuso ambiente sociale dove i destini sono già stabiliti per nascita.

Il loro è infatti un amore impossibile perché figli di due famiglie diverse per rango e per destino. Alberto è il nipote del Monsignore e perciò destinato ad un matrimonio con una famiglia del suo stesso rango, mentre la bella ed appassionata Lola è figlia di una famiglia senza ruolo sociale e prospettive. Un universo sociale che non prevede mobilità, che si arrocca sulle sue tradizioni ed in esse trova ed afferma la continuità delle sue origini.

L’incipit del romanzo è il ritorno al paese, dopo anni di emigrazione, di Giovanni, lo sfortunato marito di Lola: “Esattamente cinquant’anni erano passati dall’ ultima volta che Giovanni aveva percorso, in senso contrario, quella strada; tanti, troppi ricordi, faticosamente tenuti a bada per troppo tempo, stavano riemergendo e straripavano dall’animo in tumulto.”

Comune a molte storie del Sud, anche Giovanni dopo aver sposato Lola ed aver avuto con lei una bambina, ha dovuto lasciare la sua terra e la sua famiglia in cerca di lavoro e di fortuna in America. Normali storie di emigrazione e di distacco di un’Italia post-bellica. E’ il 1952 ed il racconto comincia con la Processione della “maestosa” Madonna Nera: “portata a spalle da una ventina di uomini forzuti, si muoveva velocemente lungo il sentiero aspro che, dal paese, portava verso la montagna, sulla cui cima una chiesetta, ossequiando un’antichissima tradizione, ospitava la Madonna dalla prima domenica di maggio fino alla prima domenica di settembre, quando, con una grande festa, la statua sarebbe stata riportata in paese.”

Ma sacro e profano, nelle terre del Sud Italia, convivono da sempre: nella comunità dove tutti tendono a salvaguardare apparenze e valori tramandati, Monsignore ama ricambiato Annina e Lola sposata con Giovanni aspetta un figlio dal suo vero ed unico amore: Alberto! Lo scandalo è insopportabile per l’Italia di allora che non conosceva il divorzio e dove  l’adulterio femminile era considerato un reato. Figurarsi, in un piccolo paese dove tutti conoscono tutti e non esistono segreti.

L’autrice con uno stile convincente e ricco di particolari ci racconta, in fondo, come eravamo. Il suo è uno sguardo antropologico e culturale sulle piccole tradizioni popolari che si evolvono senza mai sparire completamente dal tessuto sociale. E sono proprio le donne del paese, le più accanite sostenitrici della salvaguardia delle tradizioni: Vincenzina è la donna che mormora, racconta, condanna e consiglia. Il suo giudizio è temuto perché è sentenza di paese: “di bocca in bocca, di casa in casa:

«Quella sfrontata uno come Giovanni non se lo meritava proprio…»; «Tiene sempre il pensiero al nipote di Monsignore…»; «La colpa è del padre che non l’addrizza…»; «La colpa è della madre che l’ha cresciuta come una principessa…». Ognuno, dopo aver riferito il pettegolezzo, ben infiocchettato con un’aggiunta personale, chiosava con: «Mi raccomando, non dire niente a nessuno.»

E’ l’ipocrisia, dunque, a tenere insieme la comunità e l’amore, quello vero, non può essere vissuto, non ha legittimità, va solo cancellato, sepolto e dimenticato. Ci sono gerarchie ed ordini sociali che non si possono mettere in discussione, ma l’autrice ci dice che, in fondo, come sosteneva La Rochefoucauld, se è vero che l’ipocrisia tiene insieme tradizioni è anche “un omaggio che il vizio rende alla virtù”.

Fonte:  “Liberiamo il cratere“, movimento culturale napoletano

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