Intervista di Alessia Mocci allo scrittore ligure Pierluigi Casalino

Intervista di Alessia Mocci allo scrittore ligure Pierluigi Casalino

Apr 2, 2012

Il Dopo Marinetti premia il futurismo arabo e magico di Pierluigi Casalino
-lo scrittore ligure segnalato in
Futurismo per la Nuova Umanità di Roberto Guerra 

Un libro singolare, appena edito dalla prestigiosa Armando di Roma, sul futurismo del poeta e futurologo Roberto Guerra (di Ferrara), “Futurismo per la Nuova Umanità”. Dopo Marinetti, arte società tecnologia, lo segnala persino nella bibliografia.

È lo scrittore ligure di Imperia, altrettanto singolare (recentemente anche ai microfoni di Radio 24/Il Sole 24 Ore), Pierluigi Casalino, già noto per il lavoro semi-biografico “Il Tempo e la Memoria” (Ennepilibri), dedicato al padre Michele Casalino – figura storica particolare durante la seconda guerra mondiale- e costanti interventi sulla stampa  almeno regionale (ma non solo). Soprattutto, Casalino è infatti figura eclettica e dalla scrittura tematica quasi imprevedibile. Ricognizione storica, appunto, ma anche sull’Islam, le avanguardie artistiche e il futurismo. Guerra lo evidenzia come ala arabo futurista…o futurismo magico del nuovo futurismo dal ferrarese promosso nel libro in questione. E per il particolare contributo di Casalino, tra i suoi diversi lavori sul futurismo, ovvero l’Uomo Futurista e il sogno del futuro (Futurist Editions/LLF-Laboratorio Letteratura Futurista  dell’ AIT-  Associazione Italiana Transumanisti, Milano).

L’ho intervistato tra un viaggio e l’altro (Casalino spesso in Maghreb o altri Paesi Arabi per le sue ricerche…). Buona lettura!

 

A.M.: Partiamo da “Il tempo della memoria”, che, credo sia stato il suo primo libro significativo. So che sulla storia contenuta in quelle pagine ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Radio 24 de Il Sole 24 Ore. Che cosa rappresenta questo libro per lei?

Pierluigi Casalino: Il tempo della memoria” costituisce un punto di riferimento nella mia vita, sia perché recupera la memoria di mio padre, ma al tempo stesso ripropone argomenti, quelli degli affari internazionali e non solo storici o geopolitici, di cui mi sono occupato in gioventù. La testimonianza di mio padre, Casalino Michele, va, quindi, oltre il dato contingente del periodo 1943-1945, come descritto nell’originale diario da cui ho tratto il testo definitivo. Gli eventi conclusivi della seconda guerra mondiale, ma anche quelli che la precedono e ancor più quelli che la seguono, rientrano in numerose riflessioni che ho ritenuto mio dovere riportare su Google e non solo sul mio blog, ovviamente. Tra le ragioni alla base degli avvenimenti successivi al grande conflitto e in particolare quelle incentrate sul confronto serrato tra Est ed Ovest, fino al superamento dell’ordine di Yalta negli anni 1989-1991, ci sono elementi che travalicano l’aspetto ideologico (e tenga conto che le ideologie sono sempre vesti che vanno più o meno di moda a seconda degli umori del momento: guardi il caso della Cina che, a seguito delle riforme di Deng Xiaoping, è diventato un Paese di capitalismo dirigista, che è tornato a pensare con le antiche categorie confuciane, come ho avuto modo di sottolineare in altri miei articoli sulla storia della Cina di questi ultimi decenni). Da “Il tempo della memoria” ho tratto una grande lezione: quella di giudicare i popoli e le loro istituzioni, tenendo sempre conto dei fondamentali delle rispettive società e civiltà. Un approccio che va sempre privilegiato per capire le nazioni e il loro divenire. Circostanza alla quale non si sottrae il mondo arabo e quello islamico non arabo, dove le differenze etniche e culturali sono così grandi da suscitare dubbi sulla presunta dell’Islam, ancor meno di quello politico. Nelle vene dei popoli scorre sangue dalle diverse origini.

 

A.M.: Veniamo allora all’Islam, al mondo arabo e alle sue problematiche: un tema di grande attualità, dunque, al quale lei ha dedicato una grande attenzione.

Pierluigi Casalino: Sì, si tratta di un argomento che mi ha cominciato ad affascinare dai banchi del liceo, quando l’interesse per i popoli limitrofi all’Impero romano apriva spazi di indagine su diversità, analogie e impressionanti interazioni. Mondi diversi, come dico, ma non necessariamente separati. Su Asino Rosso, su “in poche righe” di Ennepilibri, su “Imperia New Magazine” e su altre riviste e siti on line, incluso il mio blog personale,  sono stati pubblicati numerosi articoli e considerazioni sull’Islam di ieri e di oggi, senza lasciarmi condizionare dagli stereotipi diffusi su media occidentali, che si fermano al sensazionalismo funzionale alle segrete regie del mercato delle informazioni, alla costante ricerca di audience. In particolare ho potuto constatare quanto le società arabe stiano attraversando un processo di modernizzazione assai più profondo di quanto le recenti rivoluzioni abbiano rivelato. Non dimentichiamo che certi estremismi obbediscono anche da quelle parti alle ragioni di stato e protesta e interessi internazionali convivono anche drammaticamente. Noi vediamo il teatro e non ciò che è dietro le quinte. In quei paesi, anche da noi in fondo, quella è la logica che prevale. Le ricordo che un giorno ebbi modo di conoscere ad Antibes, grazie ad amici francesi, quando era ancora principe ereditario di Arabia Saudita, l’attuale monarca, il quale parlando di Saddam Hussein fece questo discorso ad una delle persone che erano con me: il pastore ha cento pecore e cinque cani per difenderle dal lupo, si mette d’accordo con il lupo per ammazzare qualche pecora per sfamare i cani. Un paradosso che spiega tante cose. Ovviamente i movimenti del cambiamento rispondono d una domanda di libertà e di giustizia che parte da lontano: l’eterno dilemma delle società musulmane tra modernità e valori dell’oriente oggi non è più attuale. Quelle società sono comunque già moderne e il dibattito in corso evidenzia anche nei settori definiti islamisti tendenze a  non mettere troppo al centro del processo di identificazione il richiamo religioso. Il senso di appartenenza sotto certi aspetti fa quasi più riferimento alla storia nazionale che non a motivazioni strettamente islamiche. La rivisitazione del razionalismo medievale dei grandi pensatori arabo-islamici, che consentirono all’Occidente latino di riscoperta dell’eredità della filosofia greca, pone al mondo arabo le condizioni di una più compiuta rinascita dopo quella fallita nell’epoca post-coloniale. Si può al riguardo parlare di un’autentica stagione di arabo-futurismo, per il coincidere dell’ansia di riforme con quella del rilancio del momento creativo, unitamente allo straordinario sviluppo della scienza e della tecnologia che si assiste in quei paesi. Uno sviluppo che ricorda il progresso della civiltà del primo arabismo tra il VII e XII secolo, cui seguì una lunga  fase di declino, le cui cause furono oggetto di studio da parte di intellettuali come Ibn Khaldun. Il realismo dell’analisi di Ibn Khaldun fanno di lui uno dei padri della moderna critica storica. E’ anche da tali premesse che muove la spinta alla rinascita araba. Per comprenderne la portata  conviene parlare con la gente, avvicinare donne e giovani e ci si accorgerà che certo islamismo è molto di facciata e che il dibattito è molto più aperto di quanto non appaia. Asino Rosso ha ospitato su tale questione alcune mie note, una delle quali costituisce la  lettura di un manifesto di futurismo arabo. Il documento è la risultante delle sensazioni che si colgono quando uno si cala in quell’universo dalle caratteristiche complesse e avviato verso nuovi orizzonti, dove l’inventiva non interessa solo le arti o il cinema, ma investe l’intero spaccato politico e sociale. Naturalmente permangono  ancora  degli ostacoli alla piena attuazione di questo processo. Ostacoli derivanti da quel ripiegamento su se stesse che quelle società hanno vissuto durante la guerra fredda, che reso vane le speranze nate con la fine del colonialismo. Gli anni del confronto est-ovest non hanno per nulla agevolato il rinnovamento, anzi ne  hanno rallentato il cammino, riportando indietro le lancette dell’orologio della storia. Questo discorso ci porta  lontano e forse non è questa la sede per dilungarsi. Mi riservo di tornare sul mondo arabo e sul nuovo Islam appena possibile….Magari con un’opera mirata e articolata e sicuramente dopo il mio nuovo viaggio in programma a breve in quell’area. 

 

A.M.: Lei viene citato da Roberto Guerra nel suo libro “Futurismo per la nuova umanità”. In che senso lei trova spazio tra gli autori futuristi e di cose futuriste, considerati i suoi interessi storici e soprattutto di ordine geopolitico?

Pierluigi Casalino: Una domanda impegnativa, alla quale credo di dover rispondere in modo altrettanto impegnativo, se mi è consentito. Come già accennato nella mia recensione al suo ultimo libro,  Roberto Guerra neofuturista, e soprattutto futurologo ferrarese, fonde in sè le due bipolarità entro le quali ha oscillato – e continua ad oscillare – il messaggio futurista: la dimensione del futuro da un lato, grande categoria entro la quale confluiscono le intuizioni e le avanguardie di sempre, e dall’altro l’icona che dell’anima futurista è la forma espressiva più innovativa.  Momento felice di questa originale interpretazione dell’ansia di nuovo, propria di un movimento così connaturato con l’aspirazione più profonda dell’uomo alla sfida dell’esistente, è il libro “Futurismo per la Nuova Umanità” Appena pubblicato per i tipi di Armando), che Guerra propone all’insegna della “negazione della negazione”: per l’autore il nuovo non è che il frutto di un ribaltamento della fase precedente, di ogni fase precedente, secondo una circolarità del fenomeno estetico, che richiama atmosfere “deperieane”, che finiscono per rigenerare ciclicamente forme rinnovate di passato. Ed a Depero Guerra si rifà nell’invenzione di prospettive sghembe, impercorribili itinerari della coscienza e della fantasia, fino a suggerire un’interspazialità nuova, slittante dell’arte e della descrizione del mondo, disegno slittante delle cose, che disorienta il lettore, imponendogli una diversa messa a fuoco mentale. Intellettuale versatile e di straordinaria vis creativa, Guerra è lui stesso un’icona, oggetto di una continua rilettura da parte di sè e da parte della nuova generazioni di artisti e scrittori che si sta imponendo dal passaggio del millennio. Un simbolismo, quello di Roberto Guerra, che non ha scelto il disimpegno dell’arte per l’arte, ma anzi ne rivisita il significato più autentico. Nel suo lavoro affiora infatti ora  la condanna, e non di rado la nostalgia, del passato, ora la disillusione del presente. Guerra sembra ripiegarsi in una sfericità “diaristica”, privata, unendo però l’osservazione antropologica e la voce della poesia, mentre con sapiente regia di fenomeni crea immagini a tutto tondo in cui una gestualità enfatica ed un cromatismo soffusa e preziosa proiettano la folla delle sue idee in una dimensione  irreale, se pur suggestiva del nuovo che avanza. Una sequenza in divenire frenetico che evoca disegni dall’aggrovigliato rito gestuale. I versi di Guerra catturano la varietà delle impressioni e delle sensazioni del vivente, dell’apparente: un cogliere autobiografico l’intreccio di arte, tecnologia e società in vista di nuovi orizzonti della riorganizzazione e della rivisitazione dell’insieme umano, in chiave transumanista.

 

A.M.: Lei viene citato spesso da Guerra come scrittore futurista di grande originalità. In che senso si sente futurista?

Pierluigi Casalino: Sulla mia percezione futurista il mio pensiero è già stato espresso in “Futurismo magico”, ma non ho mancato di descrivere il mio mood futurista in alcuni altri interventi, specialmente nei miei articoli. Mi piace ricordare in proposito “Futurismo. Non solo Dragoni e Chimere” e “IL sogno del futuro”, che si possono rileggere su Asino Rosso. Quello è il mio manifesto futurista, un manifesto anche di rilevanza sociale, se non di estetica sociale. Quando mi avvicino alle avanguardie storiche,  sento che il loro messaggio è ancora vivo e in larga misura da riproporre, come se si trattasse di una rivoluzione culturale tutt’altro che conclusa. Non esiste separazione tra il futurismo magico e quello di impostazione transumanista alla Guerra, perché il futurismo non è un’ideologia ottocentesca, chiusa in sé e incapace di vivere, ma è figlio del Novecento e da quella fonte originale, scaturita dal genio poliedrico di Marinetti, ha saputo interpretare in ogni modo le speranze di trasformazione della società umana. Slegandosi dagli umori delle correnti politiche, ma collocandosi in un ruolo di levatrice delle idee, il futurismo conserva ancora intatto tutto il suo messaggio di riscatto. Tornano alla mente le parole di Lucrezio, che pur ispirato da una sensibilità scettica, legge la storia secondo una vocazione provvidenzialistica laica, che vede nel progresso la salvezza dell’uomo. E lo spirito del futurismo è questo, tra ricerca creativa e religione del progresso. Guerra ha ben compreso questa mia percezione e nel suo libro ritorna a considerare su questa mia lettura del futurismo. Del resto “Futurismo per la nuova Umanità”, pur nella diversa sensibilità dell’autore, riecheggia questo senso avveniristico che pervade i miei articoli. Guerra ha intuito che il mio futurismo si fonda sul presupposto del viaggio come condizione del sorgere e dell’esistere del progetto futurista. Un contributo quello di guerra anche in chiave. Il tema del viaggio dagli antichi scrittori ad oggi è quello del sogno insopprimibile dell’umanità: il viaggio come immagine del cammino dell’uomo in se e nel mondo, anzi nelle diverse dimensioni dei mondi che lo circondano e in cui vive, dal reale all’irreale al surreale.

 

A.M.: Cosa ha in programma adesso?

Pierluigi Casalino: Sto scrivendo un thriller ambientato nella Sanremo dell’aprile del 1939, a margine della visita del gerarca nazista Goering nella Città dei Fiori. Sarà una sorpresa, anche perché entreranno in gioco fattori diversi e apparentemente slegati tra di loro, ma secondo un disegno univoco, tenuto insieme da un filo sottile…

 

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