Intervista di Alessia Mocci ad Emanuele Martinuzzi ed al suo “Anonimi frammenti”

S’innerva la città in molteplici fratture,/ prigioniere di quelle marionette ombrose,/ che prendono vita dai graffiti pubblicitari/ nella ruvida discontinuità di forme lascive/ e nelle faglie intermittenti di geroglifici al neon.// Nei sotterranei, erosi per cunicoli e grovigli/ da psichedeliche visioni, che serpeggiano/ sbavando una ferrea scia non commestibile,/ il tempo si acceca scandito dalla luce perenne/ di uno slogan, lacunoso e accattivante.// […]” – “Il mito della caverna”

La prima raccolta poetica, Nella pienezza del Non, di Emanuele Martinuzzi, edita nel maggio 2010,  ha avuto una lunga gestazione durata ben quindici anni, anni di riflessione, di correzione, di ricerca di una struttura adatta per esprimere il proprio sentire e riuscire a trasmetterlo al meglio.

Nel febbraio 2012, Emanuele offre ai suoi lettore una nuova raccolta, “Anonimi frammenti”, carica di cambiamenti formali ed esperimenti linguistici. La raccolta si apre con un’esperta introduzione dello stesso autore che descrive la genesi della sua opera ed i topoi estetici presenti nelle ottanta poesie de “Anonimi frammenti”.

Emanuele Martinuzzi è stato molto disponibile per un’intervista sulla sua seconda pubblicazione e sulla sua vita da scrittore. Buona lettura!

 

A.M.: Come ha reagito il pubblico dei lettori alla tua prima raccolta “Nella pienezza del Non”?

Emanuele Martinuzzi: Sinceramente, essendo un’opera prima, non pensavo di ricevere tutte le dimostrazioni spontanee di apprezzamento e profondo interesse che invece ho avuto dalle persone che l’hanno letta. L’avevo pubblicata senza pensare ad un dopo, volevo farla esistere semplicemente ed invece la sua esistenza è stata resa possibile dai lettori. Mi sono reso conto che i libri hanno veramente vita propria. Inoltre, se si considerano anche i giudizi degli addetti ai lavori, con soddisfazione posso dire che alla raccolta è stato assegnato il Premio della Giuria Poesia Edita al Concorso letterario internazionale “Città di Pontremoli”. Quindi la reazione del pubblico ha superato ogni ragionevole aspettativa.

 

A.M.: Da “Nella pienezza del Non” ad “Anonimi frammenti” quanto è cambiato il tuo stile?

 

Emanuele Martinuzzi: Forse non ho riflettuto abbastanza in modo critico su questo. Mi sono lasciato trasportare dalle idee e dalla cosiddetta “ispirazione”, che nell’espirazione della scrittura ha apportato sicuramente cambiamenti formali ed anche addirittura esperimenti linguistici, con i quali, infatti, si chiude la raccolta. Una domanda che mi viene in mente per abbozzare una plausibile risposta è se vi sia più avanguardia nell’uso di una forma linguistica tradizionale, per esempio che caratterizza la prima raccolta e buona parte di “Anonimi frammenti”, o nei chirurgici esperimenti sui segni linguistici che ho operato nella conclusione di questa ultima. Lasciamo questo dilemma in sospeso. Una chiave di lettura potrebbe essere che questa apparente dicotomia tra due mondi di scrittura, così radicalmente diversi da sembrare quasi l’uno fuori contesto all’altro, vengono riuniti da ciò che rimane invariato, ossia dall’esigenza e dalla ricerca poetica che stanno alla base di entrambe le opere e che sperimentano per esprimersi le più svariate forme.

 

A.M.: Che cosa intendi, di preciso, con la scelta del titolo della raccolta?

Emanuele Martinuzzi: Precisamente non posso risponderti perché è vago ed indeterminato anche per me l’oggetto od il soggetto a cui il titolo vuole rimandare. Infatti viene da chiedersi: anonimi frammenti va bene, ma frammenti di cosa? L’anonimato del frammento rende nascosto di che cosa sia frammento, ossia quale sia il nome di questa parte ed anche cosa sia il tutto composto di queste minime parti, di questi frammenti. Ma si potrebbe rispondere: forse il frammento è anonimo perché anonimo è il tutto da cui si stacca. Allora in questo caso i frammenti sono l’unico ponte, l’unica via, impervia, che è data per avvicinarsi a questo tutto, lontano e sconosciuto. Un puzzle da ricomporre senza che si possa vedere l’immagine complessiva per farsi un idea del lavoro finito. Non è un caso che siano le poesie che compongono la raccolta ad essere in frammenti e quindi i frammenti.

 

A.M.: Nell’introduzione de “Anonimi frammenti” poni al lettore numerose domande. È una sorta di discussione con il lettore oppure un tuo soliloquio?

Emanuele Martinuzzi: Non ho mai pensato fosse fondamentale l’introduzione per la lettura e interpretazione delle poesie. Tuttavia per rispondere alla domanda credo sia decisamente un soliloquio, quasi un monologo teatrale in forma filosofica. A teatro lo spettatore interagisce con la scena attraverso le sue emozioni ed i suoi pensieri che la rappresentazione suscita nel suo animo. Nell’introduzione il lettore è stimolato dalle domande, molto spesso lasciate senza risposta, e dalle argomentazioni, molto spesso non esaustive, in modo che sia portato nell’interiorità delle tensioni emotive ed intellettuali che fanno da sottofondo, od almeno che presumo facciano da sottofondo alle poesie. Mi pongo delle domande di cui non ho una risposta definitiva, proprio perché ho molta fiducia nel lettore e nelle visioni con cui ognuno può completare ciò che manca e che non può non mancare.

 

A.M.: Quali sono le tematiche predominanti di “Anonimi frammenti” e quanto differiscono dalla tua prima raccolta poetica?

Emanuele Martinuzzi: Le tematiche sono un pretesto per far parlare la poesia di se stessa. Così nella prima raccolta come nell’ultima. Su questo non c’è differenza tra le due. In “Anonimi frammenti” ho cercato di utilizzare la contemporaneità come cripto-mezzo di espressione. Se la prima raccolta era apertamente e volutamente inattuale per intero, questa lo è solo apparentemente per frammenti.

 

A.M.: La XXIV poesia “Il mito della caverna” è una riflessione sulla contemporaneità dell’uomo?

Emanuele Martinuzzi: In questo caso ogni riferimento a Platone non è puramente casuale. Il mito della caverna si pone in maniera trasversale nella storia dell’umanità. Ogni uomo trova il senso della propria vita nella ricerca stessa di questo senso. Non ricercarlo vuol dire adattarsi a delle catene, autoimposte e per certi versi indotte.

 

A.M.: Che cosa ti aspetti da “Anonimi frammenti”?

Emanuele Martinuzzi: Mi aspetto tutto ciò che un padre coscienzioso penso si aspetti da un figlio.

 

A.M.: Com’è il tuo rapporto con i social network?

Emanuele Martinuzzi: Il mio rapporto è troppo accondiscendente e poco critico, come credo in generale sia l’uomo contemporaneo nei confronti dei ritrovati tecnologici e della tecnica. Senza voler demonizzare questo strumento di socializzazione mediata, facendone una trappola di alienazione, senza voler mistificare il monitoraggio commerciale degli utenti che viene fatto tramite i social network, tacciandolo di essere sostanzialmente una forma di controllo da parte di un Grande Fratello Orwelliano sui generis, credo che un approccio più conflittuale e più analitico sulle potenzialità intrinseche di questo strumento debba essere l’equilibrio acquisito da parte di tutti coloro che ne sono utenti, per essere utilizzatori attivi e non utilizzati passivi.

 

A.M.: Se potessi scegliere dove vivere: in quale città riusciresti ad avere la massima ispirazione?

Emanuele Martinuzzi: Dietro questa domanda, mi pare di capire, vi sia l’idea di molti, più o meno palesata, che la poesia e la cultura in genere si sviluppi e si produca come una specie in cattività in un determinato habitat socio-culturale, urbano nel caso specifico, che sia più o meno favorevole ad incentivare e a valorizzare certe forme di espressione e proliferazione, cosiddette artistiche. Non voglio dire che questo debba essere escluso totalmente ma, aderendo alla mia sensibilità personale, mi piace piuttosto pensare che sia l’uomo a trovarsi, suo malgrado o meno, in cattività nell’ambiente urbano, in questo caso, e l’arte a poter essere quel fattore esistenziale di liberazione e purificazione. Mi verrebbe addirittura da dire di umanizzazione. La malleabilità nell’adattarsi ad ogni ambiente o società, anche se ostile all’arte ed alla libera espressione, non è una qualità superflua, ma essenziale. Altrimenti vorrebbe dire delegare ad un soggetto terzo le possibilità dell’arte di essere libera e perché no anche critica. In questo modo verrebbe fuori uno scenario, dove anche la critica e la libertà artistica sono in qualche modo standardizzate e, più o meno, regolate dall’esterno. L’arte, così l’artista, ha inoltre una responsabilità verso se stessa e verso l’uomo, contemporaneo o meno, che è quella di rinnovarsi e rinnovare. La tutela derivata dalla società all’individuo che produce arte non dovrebbe diventare un vincolo all’orizzonte espressivo del prodotto artistico. Detto questo, in una città più “ossigenata”, più verde e a misura d’uomo, si dovrebbe “ispirare” meglio e più volentieri. O no?

 

A.M.: Curiosità: qual è l’ultimo libro che hai letto e l’ultimo film che hai visto?

Emanuele Martinuzzi: Allora, l’ultimo libro è una sintesi della storia economica del dopoguerra, “L’economia mondiale tra crisi e benessere”, scritto da H. Van Der Wee. Film, ho rivisto per l’ennesima volta “Otto e mezzo” di Fellini.

 

A.M.: Salutaci con una citazione.

Emanuele Martinuzzi: Vi saluto con una citazione dalla quarta di copertina di “Anonimi frammenti” per restare in tema.

C’è un abisso a cui la poesia rimanda simbolicamente attraverso frammenti, nell’atarassia di emozioni con cui si ama, nell’assenza di volti in cui riconoscersi, nel silenzio di un nome con cui chiamarsi.

 

Info utili:

http://www.facebook.com/pages/Anonimi-frammenti-di-Emanuele-Martinuzzi/242016352553160

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788891014269/Anonimi_frammenti/Martinuzzi_Emanuele.html

http://www.facebook.com/pages/Nella-pienezza-del-Non-di-Emanuele-Martinuzzi/131089816917193

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788891004079/Nella_pienezza_del_Non/Martinuzzi_Emanuele.html

Per leggere un’intervista ad Emanuele Martinuzzi su “Nella pienezza del Non” clicca QUI.

 

Alessia Mocci

Addetto Stampa

 

2 pensieri su “Intervista di Alessia Mocci ad Emanuele Martinuzzi ed al suo “Anonimi frammenti”

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