Poesie finaliste della gara poetica “Valentino VS Faustino 2012”

Poesie finaliste della gara poetica “Valentino VS Faustino 2012”

Feb 22, 2012

La gara poetica “Valentino VS Faustino 2012” si è conclusa il 16 febbraio. Una partecipazione altissima come per ogni nostro concorso e cogliamo l’occasione per ringraziare i nostri lettori per l’importante presenza.

 

Tutte le poesie partecipanti possono essere lette QUI.

La giuria della gara (Alessia Mocci, Rebecca Mais, Alessandro Pilia, Carla Casu, Luca Gamberini ed Alessandro Bertolino) ha decretato ben 12 finalisti, dai quali sei saranno dichiarati vincitori delle novità di OublietteMagazine: le spillette! Ed eccovi i finalisti:

 

 

Finalisti sezione A (Poesia Valentino)

“Sono due” di Raffaele Di Palma

Sono due
in un tempo
ora eterno
di un cielo
che non si stacca
dal nulla
ora di polvere
di sangue
e di cimitero
Coi loro profili
le mani
a cercare
giochi d’incastri
nella trascendenza
dei letti
senza panni
nudi
Sono due
intelligenze
distaccate
dai fianchi
che si cercano

in un cielo
di cristallo
in due occhi
ravvivati dal calore
continuamente.

 

“Errare vagabondo” di Italo Zingoni 


Sulle tue lievi sponde si consumano lente
in un brivido sospeso le parole non dette
ad esaudire ogni desiderio in te che ancora
ti sorprendi vera in un’attesa che ti strema,

e poi verrà socchiusa in un tramonto l’ora
che in te travolge le consuetudini perfette
di un quotidiano andare in cui ti sperdi
nel buio della fretta che l’amore ti nasconde.

E salgono le onde di un mare che sconvolge
perfino quel tuo certo non-vivere d’ieri
e le solitudini in cui spesso chiudi il cuore
a non udire il grido che si alza sulla pelle.

-Ti ho visto sorridere per una volta almeno
e passarti leggere le mani nude tra i capelli –
ora che sai di questo amore che libero ti dona
senza limiti e confini un errare vagabondo.

(Come amante ti ama amore e sempre ti perdona…)

 

“Sorprendimi” di Domiziana Gigliotti

Sorprendimi
chè io sorprenda te,
solo l’ombra carnale
che insegue il corpo,
solo il tuo correre
che è lieve flessione
di arti piegati
e offuscati.
Sorprendimi
chè io sorprenda te,
alludi alle mie labbra,
cercano la guerra
di morbido velluto,
di denti che ignorano dolore,
di guance fuse accalorate.
Sorprendimi
chè ceda e restituisca
la penombra del mattino
al profumo delle parole lasse.

 

“La luna” di Maria Teresa Lentini

Di

mare

sanno

l’umido

delle labbra

e i sussurrati

baci

di

bosco

le pieghe

del corpo

che al desiderio

tenero rifugio

offrono

Complice

d’intimi giochi

generosa

la pallida luna

in un cielo

nero velluto

sta.

“…e in questa notte profumata di luna

ti trasformi in onda e io in umida terra,

tu sei la pelle del mio corpo ed io le labbra dei tuoi baci…”

 

“Portami via con te” di Daniela Schirru

questa stanza racconta di te…

ogni pensiero,
ogni immagine,
ogni profumo
ricordano te…

quante parole sussurate,
quanti baci rubati,
quante promesse mantenute,
quante emozioni provate
… mille cose parlano di te…

Lontani,
cerco ogni senso di te…
non c’è ragione che resti
ancora qui
senza te…

portami via con te,
lontano da ogni dolore,
da ogni solitudine…
portami via con te,
nel nostro paradiso…

 

“Un amore eterno” di Duilio Martino

Anelito intenso la smania profonda

di fievoli rughe è firmarmi l’autore
quel tratto addolcirlo sfumando il colore
coi grigi sul fondo la profondità.

Cassando ogni traccia di vecchie passioni
con tinte più accese darò luce al viso
per poi ravvivarlo un bel bianco al sorriso
le timbrerò il cuore col fuoco ch’è in me.

Stipando anche i grani dei suoi freschi giorni
sempre vibrando con Lei al mio fianco
di berne gli umori giammai sarò stanco
di sera al tramonto le rose offrirò.

Intinta nell’alma una piuma sottile
su pagine intense verserò l’amore
con ferma la mano evitando il tremore
finanche lo stile sia essenza di Lei.

Semmai – fiaccati dal peso degli anni –
le carni avvizzite non brucino ancora
alitandoci addosso quand’è tarda l’ora
con dita intrecciate andremo di là.

 

Finalisti sezione B (Poesia Faustino)

“Perché” di Rosaria Fiore 

Fo la poetessa perché sono distratta
e per non esser creduta una svampita
mi do un tono, mi atteggio, e se capita una svista
dicono: “È nelle nuvole, si tratta di un’artista”.

Fo la poetessa perché amo far l’amore
e per non esser creduta una puttana
mi fo veder romantica e piena di emozioni
così dicono: “Son le vibrazioni”.

Fo la poetessa perché rido per strada
ma non voglio finire in manicomio
così se canto, accada quel che accada,
dicono tutti: “Ha l’ispirazione”.

Ma soprattutto mi fo chiamar poetessa
perché mi piace vivere da sola,
e mentre i solitari son minacciosi e strani,
un poeta può starsene in pace coi suoi cani.

 

“Gli amori impossibili” di Cettina Lascia Cirinnà

Gli amori impossibili
nascono muti
non fanno rumore
sono ovattati dentro
camere d’albergo
straziano la pelle
quando crescono
ad ogni incontro
l’acqua versata
li fortifica
rigogliosi virgulti
avvolgono il tronco
esile.
In un baleno
diventano fronde forti
che abbracciano il cuore
mai più si staccheranno
si dissetano e si saziano
di dolore intinto
in attimi di felicità.

 

 “L’amore perduto” di Raffaello Corti

È’ caldo il sole nella via,
sullo sfondo
mi attende la ferrovia,
i tuoi occhi
mi scrutano dalla finestra,
sento il tuo grido,
ancora mi chiedi
“ Dov’è la minestra?”

Mi soffermo, ti guardo,
ti lancio un bacio con un soffio,
ti dico t’amo con la mente
ma il tuo cuore più non sente,
hai l’espressione di un deficiente.

Mi rassegno e ti lascio lì,
appeso alla tua finestra
e alle tue illusioni,
il tuo corpo sfatto
senza calzoni,
l’anima mia a pezzi
come vecchie canzoni.

Proseguo il mio cammino
mentre il corpo e la valigia mi trascino,
restano sulla strada
due strisce nere,
come le nostre vite
cammineranno parallele,
senza più incrociarsi
senza più fidarsi.

 

“La vestaglia” di Bruno Saiu

Il perfetto stile di un’anima imbalsamata.
Negli anni
le forme stringono
e s’incollano alle pareti.
Il filo della gioventù cucito al suolo;
la pelle spaccata
senza liquido,
vitale.
Restituzione dei giorni rubati
rinchiusi in un osso contuso
coperti dalla vestaglia
denudati con prepotenza
e agitazione.
In una gara ricca
una fuga caritatevole
indossando nuovi indumenti freschi.
Accarezzali,
non piegarli
lasciali in tuo possesso.

 

“Fiori di Gioventù” di Luciano Tarasco

Stiamo qui a parlare
fino le tre di notte
dei problemi del mondo
svuotando bottiglie
alternate a caffè
e in un baleno
il giorno si schiara
cazzo era buio
fino a un attimo fa
fuori
è un baccano d’uccelli
il mio è pimpante
in un corpo ammaccato
ormoni che devo ammansire
ci vorrebbe una donna
non la vecchina da messa
non la grossa giornalaia.
Scusate
vado un attimo in bagno…


“Alba di spiaggia” di Maria Daniela Dagnino

Cammino all’alba
Son già in spiaggia
Così infinita,
così candida
ed innocente.
Cammino con le scarpe sotto il braccio,
e mi si inzuppa la veste
che ancora non mi sento
di rivelare ad altri
il mio pallore
e la magrezza
un poco insana.

Girovago
Di gabbiano sgraziato
Rimestare tra i granelli
Polvere di conchiglie.
Infinita spiaggia,
mi inoltro
su una battigia disuguale,
morsa dalle onde,
battuta dal vento,
oltraggiata
dai
miei passi pesanti.
Pesanti,
oh si, pesanti.
Alle caviglie
Zavorre di pensieri
Rendono il cammino
D’affondi e risalite
Su per le dune a destra
Punteggiate
Di erbe aromatiche selvatiche.
Ricordi ?
Ne cogliemmo un filino
Per un ciocco di carne saporito.

La gobba
Di una duna
Ricorda una donna
Rinchiusa nella cella
Dei suoi pensieri.
La valico trionfante.
Da lì, spugnoso mare.
Da lì, saporita terra.
Nessuno circola,
nessuno respira
se non me,
a tratti,
se non gruppetti di gabbiani
alle prese con la toletta mattutina.

Ascolto
Una solitudine che s’agita,
emette suoni, urla,
s’acquatta.
Odora d’acqua e sale.
Odora di pelle bruciata.

Sento le ginocchia
Tremanti
E me le tengo
Strette tra le braccia.
Accovacciata
Sembro un volatile
Covare
La sua prole.
Ma non ho figli
Dal tuo seme,
né una ciocca di capelli,
tuoi,
che amavo,
né un tuo dito,
né un piede,
né un pezzo di cielo
perché questo cielo
così infinitamente semplice
è una superficie
troppo vasta
da esplorare,
perché l’azzurro così avvincente
mi muore contro
e sfuma
contro la mia carne,
perché di nero
voglio vestire
sulla rena gialla,
contro la macchia smeralda,
contro le tue braccia
che remano
altri lidi
e trascinano altri amori.

Lo stridio dei gabbiani
È un invito alla vita,
a bagnare cosce e ventre,
disincagliare ricordi,
nuotare altrove,
anche in superfici ristrette
di pozzanghera autunnale
dove galleggiano
graziose
piccole foglie rosso cupo.

 

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