Kuala Lumpur nel progetto “Overlapping Discrete Boundaries” di Alessandro Carboni

Kuala Lumpur nel progetto “Overlapping Discrete Boundaries” di Alessandro Carboni

Feb 11, 2012

Overlapping Discrete Boundaries: Kuala Lumpur: 3°8′00″N 101°42′00″E

 

Overlapping Discrete Boundaries. Le tensioni urbane di 12 città Asiatiche: Foshan, Shenzhen, Kuala Lumpur, Singapore, Ho Chin Minh City, Hanoi, Macau, Seoul, Tokyo, Hong Kong, Taipei, Taichung, Bangkok, raccontate da Alessandro Carboni attraverso un archivio progressivo di appunti, immagini e testi.

Alessandro Carboni: Sono arrivato nella capitale malese dopo circa sei ore di viaggio in autobus da Singapore. Mi a trovo a Kuala Lumpur per la seconda tappa del progetto Overlapping Discrete Boundaries(1) con Dickson Dee, musicista di Hong Kong e Liang Guo Jian, calligrafo e documentarista cinese. E’ quasi notte. Come tutte le megalopoli asiatiche, non si dorme mai. La città è sempre in movimento, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da fare, trasportare, lavorare; più delle volte si incontrano persone che aspettano. Dal finestrino, vedo i flussi che scorrono veloci e imprendibili nella griglia della città. La periferia è molto estesa, inizia dove la notte fa veramente paura, la foresta.

Durante il viaggio, ho visto distese sterminate di alberi e terre colme di vegetazione. In questo spazio denso la città ha incominciato ad espandersi e ad illuminare a giorno anche la notte. L’autobus, penetra nella città notturna tracciando una linea continua tra le miriadi di edifici, scritte, alfabeti e colori. Il paesaggio frammentato, cambia continuamente: il rosso dei cinesi, il bruno degli indiani, il blu dei melesi, e tanti altri colori sovrapposti creano una frastagliata, complessa e caleodoscopica tessitura urbana. Ormai è notte fonda, sono le 2 del mattino. Siamo arrivati alla fermata del capolinea dell’autobus. Inizia il viaggio.

La mattina incontro Lee Kwang Goh, sound artist indipendente, manager dell’etichetta musicale Herbal Life e organizzatore della nostra residenza al Kuala Lumpur Performing Art Centre. Una degli aspetti più interessanti che intendevo analizzare era la stratificazione etnica, culturale e religiosa di Kuala Lumpur. Secondo, Lee Kwang in realtà non esiste una vera e propria stratificazione, ma piuttosto esistono tante etnie culture, lingue, gruppi separati che vivono insieme nell’agglomerato urbano. Il Bahasa Melayu (comunemente chiamato Malay) è la lingua nazionale, ma ogni gruppo etnico, religioso continua a parlare la propria lingua, n segno di riconoscimento importante che identifica la provenienza di ogni singolo abitante della città. I tassisti di Kuala Lumpur sono straordinari! Riescono a parlare oltre al malay, anche l’inglese, il cantonese, il mandarino, e il tamil. Lee Kwang, mi racconta che il rapido sviluppo di Kuala Lumpur ha creato un enorme afflusso di lavoratori stranieri provenienti da Indonesia, Nepal, Birmania, Tailandia, Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka, Filippine, Vietnam. Questo fenomeno ha ulteriormente frammentato le comunità all’interno della città. I cinesi, rappresentano la seconda comunità, dopo i Malesi.

Sono circa il 33% in maggioranza di origine cantonese. Il 10% invece sono indiani e arrivano soprattutto dal Tamil, ma tra di loro si parlano anche altre lingue come Hindi, Malayalam, Punjabi, Telugu e Pashtu. Storicamente, la maggior parte degli indiani sono stati portati durante la colonizzazione britannica. La religione di stato è l’Islam, praticato soprattutto dai malesi e dagli indiani. Altre religioni importanti sono l’induismo (soprattutto tra gli indiani), il buddismo, il confucianesimo, il taoismo (soprattutto tra i cinesi) e il cristianesimo. Per capire meglio il frastagliato tessuto etnico e religioso della città, Lee Kwuang ha utilizzando una mappa di Kuala Lumpur. Ha diviso e circoscritto le varie comunità, gruppi etnici e religiosi nei vari quartieri e strade. La mappa della città diventava una griglia di segni, linee, recinti, confini in cui interno della si inserivano i le varie comunità, gruppi etnici e religiosi che Lee Kwang mi aveva fino ad ora descritto. A prescindere dalle sostanziali e nette differenze linguistiche, etiche e religiose, questo mix culturale aveva comunque generato un società eclettica, ma anche uno stile urbano e architettonico molto interessante, forse tra i più dinamici sud-est asiatico.

In serata, prendo un appuntamento con Voon Phin Keong, direttore del Centre for Malaysian Chinese Studies. Il Centro non è molto distante dal nostro alloggio, quindi decido di camminare. Attraverso la città fino ad arrivare al confine dell’area cinese. Una grande scritta attraversa da parte a parte il viale: welcome to chinatown. Dopo circa 10 minuti, arrivo al Centro e incontro il direttore.

Prof. Voon Phin Keon è un tipo sorridente, molto disponibile, quindi mi faccio raccontare tutto. Nato e cresciuto in Malesia, dice di essere completamente cinese. In realtà i suoi lontani antenati erano cinesi. Tanti come lui, nonostante siano nati in Malesia, si dichiarano cinesi a tutti gli effetti. Da anni Voon Phin Keon studia i villaggi e gli insediamenti cinesi in Malesia. “I miei studi contribuiranno a dimostrare che in realtà prima di essere invasa dai popoli asiatici, la Malesia era una terra incontaminata, ricca di vegetazione e soprattutto senza uomini”, mi dice il direttore. Continua, sostenendo che i proto-malay siano originari dalla regione riconducibile oggi al Yunnan, in Cina. In realtà anche alcuni antropologi (2) la pensano come lui. Altri invece pensano che i primi ad arrivare in Malesia siano stati gli Indonesiani. Quindi secondo la teoria del prof. Voon Phin Keon, la Malesia avrebbe origini Cinesi.

A questo punto, Prof. Voon Phin Keon vuole parlarmi nello specifico della storia di Kuala Lumpur. “E’ una Muddy city – una città fangosa, perché nasce nella Valle Klang, dove confluiscono i fiumi Klang e Gombak” dice. La città fu fondata nel 1857, da un gruppo di minatori di stagno. Più tardi, dopo l’arrivo di immigrati cinesi attratti dalla possibilità di fare le loro fortune nel commercio di stagno, la città crebbe e si sviluppò molto velocemente. Mi racconta che nel 1870, i britannici arrivarono nella città per porre fine ai vari conflitti scoppiati tra le varie comunità all’interno della città. Molti degli edifici vennero bruciati e gravemente danneggiati. Nel 1882, Kuala Lumpur venne ricostruita dagli stessi inglesi. Da quel momento, i britannici non se ne andarono fino a quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1957. Tutt’ora la parte più antica della città è costituita pressappoco da moschee ed edifici coloniali.
Durante la ricostruzione della città, gli amministratori coloniali britannici costruirono il villaggio Kampung Baru. Il villaggio aveva la funzione di proteggere, preservare la cultura e lo stile di vita dei malesi. Da allora, continua Prof. Voon Phin Keon, Kampung Baru è diventato più di un villaggio, un simbolo politico della cultura malese. Infatti, nel villaggio sono nati i primi movimenti pro-indipendenza, dopo la seconda guerra mondiale. Oltre alle proteste anti-coloniali, i fondatori del UMNO – Union Maleysan National Organizzation, il partito politico dominante tutt’ora in carica in malesia, hanno tenuto la loro primi incontri lì. Il 13 Maggio del 1969, nel villaggio ci sono stati sanguinosi scontri razziali tra malesi e cinesi. Prof. Voon Phin Keon, racconta inoltre che i disordini erano stati provocati dal non riconoscimento, da parte del governo, della vittoria delle elezioni dei partiti di opposizione cinesi (3).

La mattina successiva visito il villaggio. Kampung Baru è territorio circondato da grattacieli e traffico che si estende su quasi un Km quadrato. Arrivo fino alla stazione di Chow Kit con la metro, il restante tratto di strada a piedi. Decido di iniziare l’esplorazione non dall’entrata principale, ma da un dalla parte est, dove recentemente è stato costruito un muro e un larga super strada. Questo muro separa completamente e fisicamente il villaggio dal resto della città. Infatti da questo punto è possibile vedere tutti i grattacieli, le Petronas Towers e il centro della città, ma per poterci arrivare bisogna percorrere un tratto di strada molto lungo.

Quindi gli abitanti del villaggio preferiscono non spostarsi mai. Il muro è composto da diversi moduli di cemento armato che si innalzano per circa 6 metri e si estendono per circa un Km. Il rumore incessante della auto, camion, autobus nella superstrada, domina su tutto il resto. Oltre il muro, la città è un collage di scritte che si riflettono nelle superfici a specchio dei grattacieli. Le Petronas Tower (4), continuamente presenti nello scenario della città, da dentro il villaggio, sembrano scomparire nella nube di smog, umido e caldo. Entro nel villaggio, sono al di la del muro. Sembra che gli abitati del villaggio se ne siano impossessati integrandolo nelle loro attività. Lungo il muro è un brulicare di persone, piccoli baracchini, ristoranti all’aperto che si animano soprattutto la notte.

A tratti il muro viene utilizzato anche come schermo su cui scrivere, denunciare raccontare e trascrivere numeri di telefono per chissà quali business. Leggo “punk is not dead”. Quando penetro nelle stradine, lo scenario cambia rapidamente. Entro in una zona nota per la piccola criminalità e spaccio di droga. Infatti questa zona la chiamano The dark side. Con calma, senza farmi troppo notare, attraverso l’area. Alla mia destra una moschea. L’entrata è affollata. Sui lampioni, gli altoparlanti incominciano a trasmettere il muezin.

Entro nella moschea. Centinaia di scarpe ammassate e centinaia di corpi in preghiera. Mi siedo, osservo. Continuo la mia esplorazione. Le case sono di legno su palafitte. Lo spazio è molto limitato, infatti fanno gomito a gomito con altri negozi di chincaglierie e ristoranti di strada. Gran parte delle case sono ancora in ottimo stato, altre sono completamente abbandonate. Alcune case sono state ricostruite con materiali di recupero, lamiere, plastiche. C’è tantissimo verde, qualche animale in strada, altri in gabbia. Poche persone i giro, i flussi sono molto rarefatti .

“La qualità della vita deve essere tutelata. La terra deve rimanere nelle mani dei malesi in modo che lo spirito di comunità di villaggio possa ancora vivere”, irrompe Shamsuri Suradi, uno dei capi di villaggio, incontrato per caso mentre camminavo nell’area. Mi dice che pur essendo un patrimonio per la città, il villaggio è visto dal governo locale come un pugno nell’occhio, in contrasto con l’immagine moderna di Kuala Lumpur.
Shamsuri Suradi, mi racconta che dal 1970 Kampung Baru ha dovuto affrontare diverse pressioni del governo che intende vendere l’area ad imprese immobiliari. In realtà mi spiega che il governo intende abrogare la legge che risale all’epoca coloniale che, non solo dà il diritto di veto agli anziani del villaggio su qualsiasi importante sviluppo del villaggio, ma concede a soli cittadini di origine Malay di acquistare l’are del villaggio.

“Il governo pensa di poter prendere i terreni e trasformarli in quello che vogliono. Noi non vogliamo che ciò accada, vogliamo una proposta che possa soddisfare le esigenze degli abitanti di Kampung Baru”, ha aggiunto. I vecchi malesi temono che la scomparsa del loro villaggio, cancelli anche i tratti, le relazioni, le architetture e le tradizioni. Penso che qualsiasi azione del governo contro il villaggio sia profondamente impopolare con gli elettori malay e il rischio è quello di creare nuove tensioni che possano sfociare in violenti scontri. Penso invece che il governo sceglierà di negoziare con gli abitanti.

Non c’è dubbio che il governo vuole utilizzare i terreni per realizzare uno sviluppo più sistematico nel centro della città, ma indubbiamente questo vorrà dire l’acquisizione dei terreni e il trasferimento obbligatorio degli abitanti del villaggio in altre zone della città. Il muezin mi accompagna fino alla fine della mia esplorazione.
Il breve, ma intenso viaggio dentro il villaggio, mi ha permesso di relazionare il caso Kampung Baru con LongJiang(5), un altro caso simile che avevo precedentemente visitato, in cui la politica aveva giocato un ruolo decisivo nella trasformazione urbana, sociale e relazionale degli abitanti. Kampung Baru non è un villaggio antico, ma è stato costruito dalla amministrazione Britanniche. Il villaggio è un recinto e gli abitanti che sono stati rinchiusi dentro, negli anni se ne sono impossessati. Oggi Kampung Baru, diventato il land-mark più importante della città, non solo fa gola alle grandi imprese di costruzioni, ma rappresenta uno dei temi politici più importanti in Malesia: l’identità.

Il concetto di identità diventava il fuoco centrale della ricerca mia a Kuala Lumpur. L’identita aveva una forma urbana e confine riconoscibile. Nei giorni successivi ho rielaborato i dati raccolti e ho cercato di elaborare nuove forme attraverso le arti visive e la performance delle relazioni tra spazio urbano, corpo ed identità a Kuala Lumpur. Ero alla ricerca di forme ed oggetti che potessero raccontare l’idea di confine. In un primo momento ho analizzato con l’Urban Proximity Detector (6) i flussi e organizzazione spaziale della moschea di Kampung Baru, un luogo di culto fortemente identitario in Kuala Lumpur. Anche in questa moschea pregare a piedi nudi è pratica rituale molto importante: prima di entrare nel luogo di culto ci si deve togliere le scarpe. Quindi, all’interno della moschea, le scarpe si trovano sempre nel luogo di confine. Successivamente, ho comprato 20 paia di scarpe da bambino usate.

Con le scarpe, ho studiato le prime forme, creando delle composizioni ordinate o completamente caotiche. Ho utilizzato le scarpe come elementi modulari, per creare dei confini, muri ecc. Andavo in giro per le strade, posizionando le scarpe fuori delle porte chiuse, in modo far immaginare la presenza di qualcuno in preghiera all’interno di una stanza o di un edificio. Volevo creare un limite, un confine preciso che fosse legato alla forte identità religiosa della città.

Ho notato che, in alcuni luoghi dove avevo posizionato le scarpe, alcune persone prima di entrare nella stanza, si toglievano le scarpe. Dopo queste sperimentazioni, ho deciso di compere un percorso urbano e utilizzare le scarpe nel luogo più fortemente identitario della città, dove i due fiumi Klang e Gombak si incontrano. Nell’estuario del fiume sorge una moschea, la più forse la importante della città. Una dopo l’altra, posizionavo le scarpe in fila, come un lungo muro o come segno di confine.

Parallelamente, ho incominciato a collezionare vestiti, magliette, pantaloni e qualsiasi abito delle persone con cui avevo stretto delle relazioni durante la residenza a Kuala Lumpur. Sono riuscito a collezionare più di 200 pezzi. Con questi ho creato diversi insiemi partendo da semplici suddivisioni per colore, forma, tessuto ecc. Durante la performance, ho cercato di ricreare le forme che avevo creato nella mia mente durante le esplorazioni a Kampung Baru. Se le scarpe, rappresentavano i confini urbani, i vestiti rappresentavano metaforicamente, le diverse comunità della città. La complessa e caleidoscopica tessitura urbana di Kuala Lumpur diventava una frastagliata mappa colorata composta di segni, confini e limiti indelebili.

Note:

1) www.overlappingdiscretecityboundaries.com
2)  ”Phylogeography and Ethnogenesis of Aboriginal Southeast Asians”. Oxford Journals – 11 Novembre 2008.
3) May 13: Declassified Documents on the Malaysian Riots of 1969 è un libro pubblicato nel 2007 e scritto dall’attivista e studioso Dr. Kua Kia Soong sugli incidenti del 13 maggio 1969. E ‘stato pubblicato da Suaram un gruppo di militanti per i diritti umani, in occasione del 38° anniversario della peggiore rivolta razziale nella storia Malesia, che ha avuto luogo principalmente a Kuala Lumpur. Il bilancio ufficiale dei morti è stato 196, ma i giornalisti indipendenti e di altri osservatori stimato fino a dieci volte, come molte persone erano morte. Tre quarti delle vittime erano cinesi malesi, dopo gli scontri 6.000 di loro sono rimasti senza casa. Come suggerisce il titolo, il libro si basa su documenti declassificati, ora disponibili solo presso il Public Records Office di Londra.
4) Le Petronas Twin Towers sono state le torri più alte del mondo dal 1998 al 2004, fino a quando la loro altezza è stata superata dal Taipei 101. Comunque le Petronas Twin Towers rimangono le torri gemelle più alte nel mondo.
5) LongJiang, piccolo villaggio nel distretto di Shunde vicino Foshan, Cina.
6) Urban Proximity Detector: l’Urban Proximity Detector, un kit urbano sviluppato in collaborazione con Riccardo Mantelli, media artist già utilizzato per l’esplorazione di Foshan. Vedi il precedente post su abitare: http://www.abitare.it/it/uncategorized/overlapping-discrete-boundaries-foshan-23-%C2%B0-2n-113-%C2%B0-43e/

 

Written by Alessandro Carboni

Photo di Alessandro Carboni, Li Chin Sung, Liang Guo Jian

Alessandro Carboni è un artista che si muove tra arti espressive (danza, arti visuali) e ricerca (architettura, planning, geografia urbana, teoria dei sistemi) investigando le trasformazioni cognitive, biologiche e tecnologiche del corpo in relazione alla città contemporanea. I suoi lavori recenti in particolare si concentrano sul rapporto tra movimento del corpo e costruito urbano. Partecipa al ‘LaDU: Multimedia Laboratory of Urban Density’ all’Università di architettura di Cagliari e insegna Metodologia e pratica della performance presso un Master in Deisng performativo al Central Saint Martins a Londra, e Performance digitale presso il Master di Design digitale d’ambiente della NABA di Milano. Collabora inoltre con la Scuola di architettura di Hong Kong.

 

Info

Sito Alessandro Carboni 

 

Fonte:

Abitare.it

Overlapping Discrete Boundaries – Kuala Lumpur

Scritto e diretto da: Alessandro Carboni
Riprese: Alessandro Carboni, Dickson Dee, Kembo
Montaggio: Alessandro Carboni
Produzione: Associazione Ouroboros 2010
Formato: HDPAL 16:9

Il progetto è realizzato nell’ambito di “Focus on Art and Science in the Performing Arts” con il supporto del Cultural Program of the European Commission e Nao – Nuovi Autori Oggi

 


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