Resoconto del concerto dei "Bentesoi" all’Old Square, Cagliari

Resoconto del concerto dei "Bentesoi" all’Old Square, Cagliari

Gen 16, 2012

Resoconto del concerto del 13 Gennaio 2012 all’ Old Square.

Chiudo gli occhi, è tutto nero. Più in fondo, qualche metro dietro, ma enorme, un quadrato. Forse un cubo, ma a due sole dimensioni. La terza è sottintesa. È spropositatamente gigantesco, tutto viola. Pulsa. Camminando a passo spedito, arrivando chissà dove.

Da qualche parte, in alto. Eppure è sempre fermo di fronte alle palpebre serrate, come un ascensore. Mi sento elevato di qualche piano, il quadrato si gira, il nero si fa giallo, in un esplosione repentina.

Si aprono le porte e spalanco gli occhi. Non ho preso una brutta botta, sono a due metri dai Bentesoi. Immediatamente intorno, l’Old Square. Siamo a metà del concerto: “Torramindedda sa sennora“.

Le diavolerie di Arrogalla, su contrappuntivocali dubbatissimi di Claudia Aru. I Crystal Castles de’ noantri. Inevitabile scuotere la testa e, a quel punto, svegliarsi dalla partitona a Gig Tiger.

È passata mezzora dall’apertura di “My angel” (anticipata dall’intro “Bru bru dub“, in odore di giochetti “Always outnumbered, never outgunned“). Sincopi in battiti, muscoli cardiaci che non vogliono saperne di stare al loro posto. Prove ante prima.

Il battere condensato nelle scatolette otto bit, le manipolazioni sonore di bassi sempre più grossi e definiti, e nell’estensione vocale moltiplicata, pungente quando va a pescare nell’immaginario del sud Sardegna, cogliendo sempre l’attimo, pungente. E il titolo suggerisce, manco fosse la soluzione de “La ruota della fortuna“, un doppio richiamo a Massive Attack e Lamb.

Siamo in territori del trip hop prima guardia, tutto deviato a due decenni or sono. La signora Björk Guðmundsdóttir è un rauco punto di partenza che segna la sottile linea rossa di un’ispirazione, confermata proprio alla fine dalla cover di “Declare indipendence“, quasi come se all’islandese stesse a cuore la causa isolana, e da una “Give me answer” che partendo dalle sonorità di “Post” arriva ad incrociare la trance tecno dei Faithless e le evoluzioni dancehall dell’ultimo, compianto, Jamiroquai.

Mister Medda e Miss Aru hanno fatto un bel lavoro di lucidatura/incerata a una scaletta di giovani classici, come la pianta centenaria innestata a laser di “Tremini“; l’oscuro reggaettino di “Oi till you want“, che illustra la perfetta comunione con cui la voce è presa e dubbata senza pietà, pur mantenendo salda la spiccata vivacità; l’incazzatissima “Cocaine cops“, filastrocca che a forza di vibrazioni sottocutanee riporta al downtempo blurriano di “Brothers and sisters“, con sopra spalmata una cucchiaiata di electro punk; “I’ll come back“, cantata col piede di Steve Harris sul monitor che, non so perché, mi fa venire in mente “Short dick man“, tanto onore al millenovecentonovantacinque.

Fanno poker, infine, quattro singoloni tra i due album “Tripland” (2008) e “Folk you” (2010), in attesa della terza uscita della coppia di casa Nootempo. Bastassero i ritmi, sia tirati che chill out, qui abbiamo anche un Arrogalla molleggiato (tra laptop e marchingegni vari si occupa di un’intera resa produttiva da competizione) mentre Claudia si destreggia tra movenze, inchini, battute, coinvolgimento e la sentita interpretazione, anche fisica, mimica, di ogni pezzo della serata: that’s enterteinment!
Mani a katana e fianchi pin-up per “Oi mi scidu chitzi“, Depeche Mode periodo “Exciter” per “My nation“: uno stato d’animo karmico a carovana che parte da Quartu e finisce a Villacidro, seguendo una continua oasi ipnotica. I Mucca Macca si sono spostati verso sud, trasformando e aggiornando il messaggio elettronico in un meccanismo diabolico futuristico.

Tutto molto derivativo, ma cosa non è derivativo oggi? L’importante è trovarsi una propria tana e cercare di scavare a fondo, a fondo, a fondo, sino a essere riconoscibili e al tempo stesso immersi in qualche scena, qualche flusso, per rimanere sempre a galla, testa fuori a sentire da che parte va il vento. E non occorre essere metereologi.

Prendiamo ad esempio la cover di “Man down” di Rihanna. Rodatissimo ammennicolo pop caraibico, perfetto per strapazzarsi tra le lenzuola di lino (corredo matrimoniale di nonna) quanto per compiere il passo precedente: cuccongiu di ignara seulese in anonima discoteca barbaricina. Processo vivo dalla notte dei tempi.
Scorre liscio liscio nelle orecchie che se non la conosci puoi benissimo pensare che sia dei Bentesoi. E magari nel taccuino ci segni anche uno scarabocchio a metà tra “All that she wants” degli Ace Of Base e “Waterfalls” delle TLC. Grosso errore di valutazione. Eppure, non è solo una svista, ma anche la dimostrazione che certi giochi sonori tornano sicuro sicuro, e il gusto è proprio quello di ritrovarli familiari, e proprio per questo gustosi. Certa sensualità è Sempre, Comunque e Dovunque.
Nel mazzo le carte son sempre quelle, ma la partita cambia, è il giocatore che la fa. In questo caso tira vento soleggiato.

 Scaletta:

Bru bru dub
My angel
Tremini
Oi till you want
Man down” (Rihanna)
Give me answers
Cocaine cops
Torramindedda sa sennora
I’ll come back
Oi mi scidu chitzi
Messenger love
Ballu tundu/Ringraziamenti
Folk you
“My nation”
Declare indipendence” (Bjork)

Foto di Paola Corrias (http://www.flickr.com/photos/paolacorrias/)

Testo di Alessandro Pilia (http://www.facebook.com/profile.php?id=1422829837)

Info Bentesoi:

http://soundcloud.com/bentesoi
http://www.myspace.com/bentesoi
http://it-it.facebook.com/group.php?gid=30194944206

3 comments

  1. Claudia Aru /

    Grazie , di cuore. Claudia

  2. Piero Pilia /

    “…cuccongiu di ignara seulese in anonima discoteca barbaricina.” è una frase mitica…

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