Introduzione de "Nostalgia Canaglia" di Franco Giordano con Peppino Caldarola

Introduzione

Cominciamo dal titolo. Questo libro, a mano a mano che veniva fuori dalle nostre conversazioni, ci suggeriva titoli diversi. Anche noi abbiamo bisogno di catturare il lettore, che in libreria guarda frettolosamente le copertine, e vogliamo convincerlo a viaggiare con noi in queste cento pagine di riflessioni e di vita vissuta. A un certo punto è venuto fuori un titolo, divertente e allusivo, e per noi due pugliesi, anche evocativo di un artista nazional-popolare, delle nostre terre. Volevamo chiamarlo Nostalgia canaglia, perché non possiamo fingere di non vedere che qui dentro abbiamo profuso molta sana nostalgia, quel sentimento che ci prende di tanto in tanto, soprattutto quando ci sentiamo smarriti.

E giacché siamo in tema di canzoni e nostalgia, ci ricordiamo di un’altra canzone, del 1966, di Francesco Guccini, dal titolo emblematico – Dio è morto – e che ci raccontava di un mondo stravolto, di “fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”… Anche quella era un’epoca di cambiamento, stava per arrivare il ‘68 con la sua carica di novità.
Siamo di nuovo immersi in un’epoca di crisi e di transizione, e i versi di Guccini sono validi anche oggi.

Ma la carica di novità stenta a emergere. Soprattutto a sinistra, dove abbiamo militato da sempre.

Anche l’editore ha a che fare con la nostalgia canaglia, essendo stato negli anni ‘70 il direttore editoriale della Savelli, la casa editrice portavoce di quello che allora si definiva il movimento.
Oggi, dopo vent’anni spesi a fare formazione per chi lavora nello pettacolo, di fronte alle molte manifestazioni di protesta e di indignazione, ha infatti avuto il coraggio e l’incoscienza di lanciare una nuova collana, per tornare a parlare dei “fondamentali” del far politica.
E invece di sfornare saggi o manuali, peraltro impossibili dato l’argomento, gli è sembrato più interessante raccogliere idee e proporle attraverso la testimonianza e il racconto di coloro che ne hanno fatto diretta esperienza da protagonisti.
Di conseguenza abbiamo accettato volentieri l’invito a confrontarci, dopo anni, su come dispiegare una nuova carica politica, nuove energie, nuovi orientamenti e analisi in grado di portarci fuori dalle secche in cui tutta la sinistra democratica, a nostro avviso, si è arenata.

Siamo stati militanti del Partito Comunista dell’era Berlinguer, siamo stati funzionari, uno direttore dell’Unità e deputato, l’altro deputato, capogruppo e segretario di Rifondazione Comunista. Strade separatesi dopo la scomparsa del Partito Comunista.
Nel confronto ci siamo scoperti più vicini di quanto pensassimo. Abbiamo esaminato il grande problema del nostro passato, le questioni irrisolte, i non detti, gli errori di una militanza politica che, seppure animata da grande passione ideale e spirito di sacrificio, non è riuscita a contenere il vento liberista, che dalla caduta del muro di Berlino ha invaso l’universo mondo, e non ha saputo elaborare una nuova prospettiva di speranza. Abbiamo parlato delle divisioni che pesano sulle sorti della sinistra e che la portano ad affrontare l’avversario sempre con affanno, e spesso, come si è visto in questi anni, subendone l’iniziativa, soprattutto in termini di egemonia culturale.

Di fronte ai vari movimenti di protesta e ribellione, nei quali il tema dell’indignazione e dei vaffa sovrasta qualsiasi elaborazione progettuale, ci siamo chiesti cosa avremmo mai potuto dire a uno dei tanti giovani che vorrebbero cambiare lo stato delle cose presenti, ma non trovano orecchie che li ascoltino, sedi dove recarsi, luoghi reali e non virtuali nei quali camminare insieme agli altri.

Ecco perché man mano che analizzavamo i percorsi possibili di una nuova stagione di impegno politico, di nuovi modi di fare un “partito”, di nuove forme di funzionariato, di come integrare le domande di partecipazione politica e i nuovi temi di quest’impegno (l’ecologia, l’ambiente, i nuovi lavori, il rapporto con il territorio etc.) ne veniva fuori anche un confronto con ciò che siamo stati.

Il futuro da costruire si poggia solo sull’analisi del passato, questo è indubitabile. Ma rievocando il passato non potevamo evitare quella nostalgia del titolo.

Attenzione: non la nostalgia del come si stava meglio prima, ma una nostalgia alimentata dal ricordo di quella passione, disinteressata, genuina e piena di slancio, che ha caratterizzato l’impegno politico, dal dopoguerra in poi, di intere generazioni di uomini e di donne, di giovani e meno giovani, e non solo a sinistra.

La riscoperta dei “fondamentali”, aggiornati all’epoca in cui ci troviamo a vivere: è questa la sfida. Come passare dall’indignazione all’impegno politico attivo, senza sacrificare la propria carica di umanità: questo è l’appuntamento al quale non dobbiamo mancare. Per poter smentire una citazione di Che Guevara, spesso ripetuta: bisogna indurirsi, senza però perdere mai la tenerezza. L’abbiamo sempre trovata una frase bellissima e giustissima, salvo accorgerci ora che ha portato tante persone e interi partiti a comportarsi cinicamente nel presente, in nome di un presunto futuro migliore.

Nel nostro colloquio insomma, che è insieme rievocazione, confronto e proposta, vorremmo che quel verso della poesia di Brecht, “noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza, noi non potevamo essere gentili”  diventasse invece noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza, abbiamo potuto essere gentili.

Franco Giordano e Peppino Caldarola

 Info: www.audinoeditore.it

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