"La sfinge e il Pierrot" di Claudia Piccinno – recensione di Piero Lo Iacono

"La sfinge e il Pierrot" di Claudia Piccinno – recensione di Piero Lo Iacono

Dic 6, 2011

Un solo libro, la stessa persona, Claudia Piccinno, un unicum indivisibile da cui sgorgano e si sviscerano più maschere, tanti io a seconda dei tempi e dei luoghi attraversati nel corso della propria vita. Il sottotitolo del libro è infatti “Una voce in due tempi”: l’uno e il due sono convenzionali, in realtà sono tante le voci e tanti i tempi, forse infiniti come avviene per ogni persona (se è vero che da un solo punto passano infinite rette, come dice la matematica).

Il prima e il dopo in questo libro di poesie si susseguono, s’inseguono, si rincorrono e si perseguitano. Il tempo cronologico si mescola a quello psicologico in una continuità affettiva ed emotiva paragonabile al flusso di coscienza e dell’incoscienza a volte involontariamente fortuito.
Le poesie scorrono così come un ruscello d’acqua chiara e lucente sulla linea dell’introspezione e dell’autoanalisi.

La speleologa Claudia usa la scrittura per scavare in sé e portarsi alla luce.
Lei sa che “ciascuno teme il proprio sé” ma non esita ad affondare il coltello nella piaga di se stessa, il coltello-bisturi della cura durante la delicata ostensione-oblazione del suo io.
Ci offre una lettura poetica e psicoanalitica dura e pura in cui ritrovare noi stessi, rivedere e ri-conoscere noi come di fronte ad uno specchio. Guai se un lettore di poesie non riconoscesse nella poesia (e nell’arte tutta) uno specchio per sé che grida socraticamente “conosci te stesso!”. Sarebbe inutile ogni lettura o qualsiasi fruizione di un’opera d’arte.

Uno stream of thought, una confessional poetry, dunque, quella di Claudia che si snoda nei meandri del proprio io personale e lambisce l’io collettivo per riconoscerlo e abbracciarlo come fratello e fraterno.
Questo fiume travolgente trasporta di tutto, vi sono i brutti ricordi:
I brutti ricordi…
meritano tutti di venir sepolti
perché non resuscitino più
sotto la pioggia.

Vi sono i bei ricordi, quelli teneri e affettuosi della mamma e della nonna.
E innumerevoli altri “microricordi”, pur sapendo la poetessa che molti di loro si perdono e muoiono nella dimenticanza, perché conosce bene Claudia “l’odore che ha l’oblio” e confida nel recupero parziale e lacunoso che può farne la scrittura:
E i sensi e la memoria
ne scriveran la storia,
storia di un odore:
l’odore dell’oblio!

In questa area delle ricordanze si colloca l’amabile poesia “Briciola” dove a chi è piccolo tutto può essere briciola (magari ce ne siamo dimenticati da adulti, ma è stato così):

Briciola era il gatto
che accarezzavo piano…
Briciola era solo
un orso di pezza,
era tutta la mia fantasia…
Briciola era il carillon…
il sogno, la fantasia,
una voce dell’aldilà.
l’alba e il tramonto….
o forse…Briciola ero io”.

La Sfinge e il Pierrot” del titolo sono un ossimoro dell’esistenza, di come eravamo e di come siamo, due momenti inseparabilmente presenti in noi.
Ci sarebbe da diventare sfingi altere e distanti, mute e sorde, impenetrabili, indecifrabili, indifferenti per i traumi, le ferite, i dolori della crescita e del vivere, per i lutti, i distacchi, le malattie spesso irreversibili della vita.
Ma ironizzare ci salva, scrivere ci cura, altri troveranno in altre attività la cura e l’esorcismo dei propri fantasmi ricorrenti, le persone come Claudia trovano nella scrittura una forma di salvezza, come lei stessa dice nella bella poesia “La scrittura mi ha tenuto in vita”:

…associare immagini,
sovvertire idee,
ribaltare teorie,
tutto ciò è stato
il mio antidoto alla morte lenta.
Finché l’inchiostro fluirà
sulla pagina bianca….

Ci sarebbe da diventare sfingi di marmo se ci facessimo pietrificare dal dolore della vita…Ma poi la sfinge che riusciamo a sbriciolare entra a formare il pierrot lunare fatto di cuore, sangue, palpiti vivi e sentimento. Il pierrot è l’antisfinge, è la sconfitta della sfinge di pietra, ma non è il traguardo, non è la meta del viaggio, il viaggio è più lungo, e noi non sappiamo quale sarà la prossima metamorfosi della poetessa. Una poesia della raccolta s’intitola per l’appunto “Il viaggio è il mio compagno” da cui riporto il meraviglioso distico:
il viaggio mi insegna
che l’infinito si intuisce e non si afferra”.

Ora capiamo perché nella nota introduttiva la poetessa è colta da un dubbio che converte in domanda: “Il lettore intuirà quando l’autrice si è effettivamente immedesimata in una sfinge e quando in un pierrot?”
Intuiamo leggendo queste poesie l’identikit dell’autrice, quel suo essere “un po’ sfinge un po’ pierrot”, né l’uno né l’altro, ma tutti e due insieme, poiché “nessuno può tenere fede alla promessa di far la sfinge a vita”.
Così l’urlo terribile dell’adolescente dolorosamente spinta a promettersi “d’ora in poi farò la sfinge a vita!” non si è potuto fortunatamente realizzare.
La sua poesia, “come l’acqua che restituisce la vita/ ad un giglio appassito”, prova a tenere a freno e a bada il dolore, a sopirlo, a trattenerlo e intrattenerlo, perché “Il dolore non sia mai più forte della ragione”.

In questa raccolta poetica fanno capolino Leopardi, Pavese e la Emily Dickinson. Vi si ravvisa la loro lezione di dolore “rasserenato” e di controllo della propria rivolta verso il mondo attraverso lo strumento “razionale e musicale” del linguaggio.
Leopardiana è la concezione della speranza nella Piccinno: “un’emozione strana che ci accompagna/ e ci illude”.
E basta leggere qualche verso della poesia “In sogno” per sentirvi un’eco della Dickinson in cerca di un sogno riparatorio per i torti subìti nella realtà, regno dell’incompiuto e del non terminato:
…In sogno incontro mio figlio,
già adulto,
archeologo come lui vorrebbe.
In sogno sono magra
sicura di me,
in sogno sono riverita,
desiderata,
in sogno lui è tornato a implorare
un’altra opportunità.
In sogno mia madre
mi dà ragione
e ammira la mia irriverenza,
in sogno mio padre è fiero della figlia “femmina”
In sogno vola libera

Ma confesso (forse non dovrei nella veste di recensore) che la mia poesia preferita della raccolta è “Le anime pellegrine”
Forse perché riconosco me stesso nei pellegrini di questa poesia (che mi richiama “I gabbiani” di V. Cardarelli), anime pellegrine, astronaute ed argonaute di se stesse, che non vogliono aprirsi del tutto per paura di innamorarsi e soffrire, magari per viltà, o timidezza, per riservatezza o per orgoglio, e si scansano….nella paura di somigliarsi e assomigliarsi, di incontrarsi ed assemblarsi…

Il pellegrinaggio dell’anima
non è luogo comune,
lo annusi nei discorsi,
lo tocchi negli sguardi,
lo riconosci dai silenzi.
Le anime dei sognatori
viaggiano
nelle menzogne
del contingente,
incellofanate
in divise da astronauta…
Si fiutano l’un l’altra,
e per non finire
come stelle in collisione
si scansano…
Si sorridono e si allontanano
in un minuetto
senza fine.
Ognuna ha la sua orbita,
girano vorticosamente i loro sogni,
le bugie offuscano i bisogni…
Sono le anime pellegrine
e non si fermano mai!
Per terminare la lettura della recensione vi rimando alla fonte diretta:

http://www.paroleinfuga.it/display-text.asp?IDopera=43713

Opere pubblicate da Claudia Piccinno

“L’ultimo tramonto”in ”voci di poeti bolognesi” Pendragon ed. anno 1997.                                                                                                                  Articoli per la rivista “Lu Lampione”, ed. “Il Grifo”, Lecce.                                                                                                                                             Racconti brevi per il concorso letterario “Scuola di storie, storie di scuola”, per i docenti dell’Emilia Romagna.                                      Manto d’ebano in “Habere Artem”, Aletti 2011
La rabbia in “In attesa dell’alba”, Giulio Perrone editore, 2011
Coltri d’oblio in “Lietocolle”
Azzurro dentro me per “Flaneri”
Tra un verso ed un bicchiere per “Il federiciano”, Aletti ed.
Partecipazione all’agenda letteraria “L’erudita”, 2012

 

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