Intervista di Carina Spurio a Giuliana Sanvitale ed al suo "Schegge di vita"

Giuliana Sanvitale

Schegge di vita

Duende, 2011

Intervista di Carina Spurio

Giuliana Sanvitale, nata a Giulianova il 6 dicembre 1938, laureata in Lettere presso l’Università di Urbino con una tesi su Salvatore Di Giacomo e la poesia napoletana, sotto il rettorato del Magnifico Rettore Carlo Bo, ha insegnato per un quarantennio presso vari tipi di scuole. Si è cimentata nella stesura di recensioni e relazioni, ha tenuto brevi conferenze e curato laboratori di poesia nelle scuole e corsi di aggiornamento sull’Ermeneutica. Un suo adattamento dell’Epistolario di Leopardi è agli atti presso il Centro Nazionale di Studi Leopardiano di Recanati.
Ha vinto, a livello nazionale ed internazionale, diciassette primi premi, sia per la poesia che per la narrativa, numerosi secondi e terzi premi, medaglie d’oro, d’argento, medaglia del Presidente della Repubblica, premi speciali della giuria. Ha preso parte a convegni sulla Poesia (Università Montaliana), presso la Camera dei Deputati, letture pubbliche del suo libro ed è spesso citata e intervistata su riviste culturali ed antologie. Ricordiamo le interviste di Simone Gambacorta su “La città”, di Walter De Bernardinis in “Scrittori Abruzzesi”, di Adriana Paola Di Giulio per “Notizie Donne.”
Ha pubblicato le sillogi: E le donne…, premio D’Annunzio 2002; Acquaria, Premio Poesia e Rete di Trapani, Premio Recchiuti di Teramo 2006; Frammenti e Aforismi, 1° Premio Como. Nel 2004 ha editato il romanzo autobiografico I cibi della memoria, finalista a Massa Carrara e a Basilea, nel novembre 2009 ha editato presso la casa editrice Ricerche e Rdazioni il romanzo Angeli ha vinto ex equo il 1° premio internazionale poetico-musicale di Basilea.Di prossima stampa il romanzo: Rosa.
Treno in corsa Treno in sosta, pubblicato da Andromeda Editrice 2008, è il titolo del libro di poesie che ha fatto vincere all’autrice il 1° Premio Internazionale “Gino Recchiuti”, Teramo 2009.Dal 2004 insegna presso l’Università della terza età e del tempo libero di Giulianova. Nel maggio 2007 ha vinto il “Premio Donna Città di Teramo”, per la letteratura e la poesia ed è stata definita: “… una delle più interessanti espressioni della cultura contemporanea abruzzese…”. A gennaio 2008 ha vinto il 1° premio al concorso letterario “Racconti delle donne abruzzesi” alla Regione, col racconto L’assenza. Nel luglio 2008 ancora un primo premio di poesia a Torano 2008 un secondo premio per il racconto a Garrufo. È inserita nell’antologia “Medialibro del’Albo degli Scrittori” e fa parte dei Poetionline. Ha ricevuto inoltre la nomina di Socio Onorario dell’Associazione degli Scrittori Italiani.La sua poesia è stata definita dal prof. Trequattrini: “di grande tensione lirica… la macerazione stilistica e la lavorazione delle immagini sono tali che uscendo da una dimensione privata, si rivolgono ad un pubblico assai vasto…”.

 

C.S.: Il tuo nuovo libro mi arriva in una calda mattina di fine ottobre. E ti ritrovo, tra le pagine di “Schegge di vita”. Mi perdo tra le tue pagine, avvolta in un clima di familiarità. Il primo racconto “Mustafà. La guerra dei poveri”, apre la porta dei miei ricordi, fissa l’immagine di un suo omonimo, anch’egli, intento a vendere biancheria sulle spiagge dell’adriatico. All’istante, ti invio un sms. Ti comunico che sono ammaliata dal tuo libro, schiava delle tue prose rapide: leggerti per pochi minuti è stato come incontrare un altro e trovare la porta di sé stessi …

Giuliana Sanvitale: Le tue parole mi confermano che l’empatia che mi auguravo di instaurare col lettore si è realizzata. “Mustafà-la guerra dei poveri” ha conquistato tanti. Non è difficile comprenderne il perché. Quest’uomo di straordinaria umanità e dignità rappresenta la nostra coscienza, ci scava dentro convincendoci a leggere in fondo, a riflettere, a ricoprire di nuovo smalto ciò che ci circonda e che non ci appartiene per diritto, ma è un dono.

C.S.: Dentro “Schegge di vita” c’è una dedica: alla sensibile Carina, perché si diverta a riempire qualcuno dei miei “giri di compasso”. Con simpatia e stima Giuliana. Leggo nel foglio allegato che a te piace citare un’espressione del critico letterario Simone Gambacorta, premio Flaiano 2010 per la critica, che definisce il racconto breve “un giro di compasso”. Lo stesso Gambacorta, che ti segue da tempo, lo si ritrova nella premessa del tuo libro, intitolata: “Con altra voce. Una prefazione in forma di lettera” …

Giuliana Sanvitale: Con Simone si è instaurato nel tempo un rapporto di stima profonda e di amicizia che non gli impedisce tuttavia di conservare la sua dirittura morale e la sua ben nota professionalità. Ripete spesso che, al di là della mia scrittura, apprezza la mia umanità e il mio rispetto per la Letteratura. Sono lieta di incontrare il suo apprezzamento.

 

C.S.: Le schegge sono corpi estranei che ti entrano nella pelle. Spesso per la loro esilità ci pungono in maniera superficiale, ma se non vengono rimosse rischiano di infettarci. Quanto è dura una rimozione affidata all’inchiostro?

Giuliana Sanvitale: Le mie Schegge sono nate tutte dall’osservazione della realtà e, prima di trasformarsi in parole, hanno subito una lunga macerazione del pensiero. Il dolore o anche solo la commozione arrivano quindi sulla pagina già somatizzate, anche se non prive di emozione.

 

C.S.: Oggi più che mai è difficile dare l’eternità alla parola, la sua durata sembra infrangersi contro il rumore di una società confusa dalla chiacchiera e cede tra lo scadimento delle sintassi e dei linguaggi approssimativi. Consegnarsi all’altro con una scrittura chiara come la tua è un atto di coraggio?

Giuliana Sanvitale: Mettersi in discussione, aprendo agli altri il proprio animo, consegnandosi in toto, senza remore, richiede davvero tanto coraggio. Presuppone una tua pace interiore, una tua sicurezza, che non è presunzione, e deriva sempre dalla consapevolezza della propria sincerità, dalla coscienza di non vendere fumo, di riconoscere il lettore come una persona degna del tuo rispetto.
Quando alla base del tuo lavoro ci sono questi presupposti, quando operi con questi sentimenti, la tua autenticità viene riconosciuta.
Non so onestamente se sperare nell’eternità della Parola; quello che so con sicurezza è che sintassi e linguaggio approssimativo non vanno d’accordo con una buona pagina.

 

C.S.: Com’è nata questa raccolta di schegge e qual è stato il tema che ha dato il via al libro?

Giuliana Sanvitale: I racconti sono stati scritti nell’arco di una decina di anni; molti erano stati premiati ai primi posti e pubblicati in riviste letterarie. Giacevano lì quasi in attesa di non essere dimenticati ed è stato proprio Simone Gambacorta a consigliarmi di pubblicarli.
Sono 33 “giri di compasso”, come asserisce il nostro critico, iniziano con un racconto che parla di un africano e terminano con un racconto che richiama un’idea di Africa. I temi sono vari e, anche se a volte ho adottato una veste fiabesca o poetica per creare quell’alone di magia che ti ha affascinato, le schegge hanno scavato in profondità e ci invitano a “guardare con gli occhi dell’anima”.
Forse potrei affermare che, pure in questo caso come avviene generalmente per ogni mio scritto, tutto nasce dal bisogno di trasferire sulla carta il risultato di uno scavo profondo che avviene quasi contemporaneamente in me e attorno me. Non so con precisione se sono le situazioni che mi vengono incontro o se sono io che le afferro per farle mie.

 

C.S.: Cos’è per te scrivere: catarsi, riflessione, piacere, ribellione, narcisismo o altro?

Giuliana Sanvitale: Tutto questo tranne che narcisismo.
“scrivo perché non so fare altro… vivo ormai con occhio narrativo” ha scritto Luce D’Eramo. Per me scrivere è una necessità dell’anima, una ribellione alle avversità della vita, un piacere che sfiora la sensualità ed è senza dubbio catarsi. Per i Greci scrivere era un farmaco, per Goethe veleno e medicina. In uno dei miei racconti “Amore disamore” scrivo: la scrittura come terapia contro la cecità del presente, la parola come catarsi.

 

C.S.: Scrivi di getto o assecondi delle pause?

Giuliana Sanvitale: Da ciò che ho detto in precedenza si evince che per me la scrittura , soprattutto la poesia, è una folgorazione che si traduce in necessità di parola scritta. Quando scrivo, con pause anche di settimane o mesi, tutto però si è costruito nella mente, per cui scrivo come sotto dettatura, senza bisogno di labor limae.

 

C.S.: A quali tue opere sei particolarmente affezionata e perché?

Giuliana Sanvitale: I figli si amano tutti in egual misura. Anche se è scontato, è difficile operare delle scelte. Considero infatti i miei libri figli di carta e come tali cerco di essere “buona” con tutti loro, anche perché, come bravi bambini, si sono comportati bene, arrivando al cuore dei lettori e dei critici e sostenendomi nei momenti bui con la loro presenza. “Angeli” tuttavia è un caso a parte. E’ rabbia, dolore, confessione, pianto, scavo, ricerca d’identità, liberazione, pace, perdono e ancora pianto, sfida, ribellione, ritrovamento, ritorno.
“Angeli” è stata la mia conquista più significativa, la mia pagina più bella, quella in cui le parole si cercavano da sole e si ordinavano secondo un disegno tratteggiato dai miei angeli.

 

C.S.: In che modo si organizza Giuliana madre e moglie durante la stesura di poesie e racconti?

Giuliana Sanvitale: Scrivo soltanto quando ho veramente qualcosa da dire o meglio da comunicare. L’arte in genere è qualcosa che si vive in solitudine,ma che poi va comunicata, donata. Quando scrivo, avendo già tutto organizzato mentalmente, sono veloce. Ho quindi tempo per fare la moglie, la madre, la nonna che attualmente è la cosa che più mi prende. Leggo anche molto e dedico parecchio tempo a coltivare il rapporto con familiari ed amici. Senza colloquio, per me, non si va da nessuna parte.

 

C.S.: Qual è il tuo rapporto con la fede?

Giuliana Sanvitale: Oggi è una domanda difficile questa tua. Mi piacerebbe molto poterti rispondere che credo fermamente, ma spesso sono piena di dubbi. Sempre che tu ti riferisca alla fede cristiana, alla fede in Dio. Ad essere onesta, lo sento troppo in alto o io mi sento troppo inadeguata, troppo piccola per l’immensa epifania della fede.
Credo tuttavia nell’Uomo, nella Natura, in Gesù e nel suo insegnamento. Credo nella civiltà dell’arte. Non so se è una contraddizione, ma mi sento ricca di spiritualità.

 

C.S.: “Angeli”, il libro in cui racconti la storia di tuo padre, un militare morto per rappresaglia, donava una bella immagine di donna che si guarda dentro per colmare il vuoto di un’assenza. Tra molteplici temi incorniciati (a volte) dalla poesia, ritorni con “Schegge di vita” e affronti: l’adozione, il razzismo, l’emigrazione, la memoria, l’amore, il sociale e il dolore. Cosa ci riserverà in futuro la tua penna?

Giuliana Sanvitale: Ho molto lavoro pronto per essere editato: un romanzo e un centinaio di poesie da organizzare penso in due temi che semplicisticamente potrei definire Io e le parole e Io e il mare..
Penso che a breve uscirà il romanzo “Rosa” che ha ceduto il passo ad Angeli per un’esigenza etica.

 

C.S.: Quale libro stai leggendo?

Giuliana Sanvitale: Leggo decisamente tanto, più di quanto scrivo. Spesso sono saggi o comunque libri di letteratura da cui impari sempre. Li intervallo con libri più lievi, ma non meno belli, come “Il peso della farfalla “ e “I pesci non chiudono gli occhi”di Erri De Luca, “Emmaus” e “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco. Da poco ho letto “La sottomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio e ho pronto il suo ultimo “Il silenzio dell’Onda”. Leggo pure molta poesia e non solo poeti italiani. Torno spesso – la poesia va riletta sino all’esasperazione finchè la sua musica non ti penetra – “Poesia dal silenzio” di Tomas Transtromer. Tra un libro e l’altro porto avanti la lettura di “Alfabeto” di Claudio Magris, una serie di saggi sulla Letteratura che mi appassiona ed arricchisce oltremodo.

 

C.S.: Qual è il tuo rapporto con l’Abruzzo?

Giuliana Sanvitale: Sono nata a Giulianova per caso, unica della mia famiglia, da padre ortonese e madre piemontese ma di origine umbra. Ho studiato in collegio in Romagna e poi a Urbino perciò ho avuto poco tempo e scarsi appigli per sentirmi abruzzese. Col trascorrere degli anni, precisamente da quando ho iniziato le ricerche sulla mia famiglia, ho scoperto parenti abruzzesi ed ho cominciato ad amare questa terra e a recepire che essa era anche altro oltre Giulianova. La mia cittadina l’amavo di diritto, mi sentivo legata da un patto di sangue. Il resto era una delle regioni d’Italia. Poi è avvenuto l’incontro ed ora ne sto scoprendo anche la lingua, oltre alle usanze. In casa mia non si è mai parlato il dialetto , ora lo sto scoprendo e trovo che sia quanto mai calzante e spesso mi scopro ad appuntare qualche espressione, qualche termine particolare.
Anche in questa mia conquista sto operando un “ritorno”, mi sto riappropriando di qualcosa che era mio e di cui io ero parte.
Inutile aggiungere che la scrittura è un “laccio d’amore” indissolubile.

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