“Auto-invitati” di Charles Bukowski

“Auto-invitati” di Charles Bukowski

nov 16, 2011

“Auto-invitati”

 

 

 

E va bene, mettimi le mutande al contrario, telefona in Cina,
fai volar via gli uccelli,
compra un quadro di una colomba rossa e ricordati
di Herbert Hoover.
quel che cerco di dire è che 6 delle ultime
8 sere abbiamo avuto ospiti, tutti auto-invitati,
e come dice mia moglie: “non vogliamo farli restar male”.
sicchè ci sediamo e li ascoltiamo, certuni famosi
e certuni mica tanto, certuni piuttosto svegli
e divertenti, certuni mica tanto
ma finisce tutto in chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera,
parole, parole, parole, un garbato mulinello di suoni
che rivela innanzi tutto solitudine: in un modo o nell’altro
chiedono tutti di essere accettati,
di essere ascoltati, e ciò è comprensibile,
ma io sono uno di quelli che preferirebbe
starsene tranquillo a casa con la moglie e i suoi 6 gatti
(o di sopra da solo a fare niente).
l’impressione è che sia un egoista
e mi senta sminuito dalla gente
ma non ho l’impressione che loro
si sentano vuoti, ho l’impressione
che li diletti il movimento
delle loro bocche.
e quando se ne vanno quasi tutti accennano
a un’altra visitina.
mia moglie è carina, li saluta con calore,
ha un cuore d’oro, così d’oro che quando, che so,
andiamo al ristorante e scegliamo un tavolo
lei prende il posto da cui si può “veder la gente”
e io quello da cui non è possibile.
d’accordo, sono un figlio del demonio;
l’intera umanità mi annoia e no, non è
paura, sebbene qualcosa in loro mi spaventi,
e non è invidia perché non voglio nulla
di ciò che loro vogliono, è solo che
in tutte quelle ore di parole parole parole
non sento niente che davvero buono coraggioso o nobile,
e che valga un briciolo del tempo in cui mi hanno impallinato le cervella.
Te lo ricordi quando avevi l’abitudine di buttarli fuori
dalla porta invece di fargli scaricar le batterie
sui tuoi divani,
quei tipi malinconici sempre a caccia di compagnia,
e ti vergogni di te stesso per esserti arreso
alle loro insane fesserie
ma altrimenti tua moglie direbbe:
“pensi di essere forse l’unico essere umano sulla terra?”
Vedete, ecco come il diavolo
mi acchiappa.
Perciò io ascolto e loro si sentiranno realizzati.

 

 

Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., nato Heinrich Karl Bukowski (noto anche con lo pseudonimo Henry Chinaski, suo alter ego letterario), (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994) è stato un poeta e scrittore statunitense di origine tedesca. Ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie, per un totale di oltre sessanta libri. Il contenuto di questi tratta della sua vita, caratterizzata da un rapporto morboso con l’alcol, da frequenti esperienze sessuali (descritte in maniera realistica e senza troppi eufemismi) e da rapporti tempestosi con le persone. La corrente letteraria a cui spesso viene associato è quella del realismo sporco.

 

 

4 comments

  1. Ma che cosa vuole costui. Non crederà di far poesia, mentre non fa altro che dir male della vita e degli altri esseri umani, come qui, in questa chiacchierata del cavolo… Ma perché continuate a pubblicarlo questo stronzo?!
    D. A.

    • Domenico, ma da dove nasce il tuo odio? Esageri a scrivere di un morto “stronzo” come se avesse fatto chissà quale male e sul quel “continuate” che hai da dire? Come se stessimo sempre parlando di lui. Non sono una lettrice accanita di Bukowski ma penso che “Alone with Everybody” sia una bellissima poesia, con una musicalità interessante e possibili significati che personalmente destano finestre nei miei labirinti.
      Se argomenti meglio la prossima volta magari potremo anche conversare sui versi e non sui sentimenti negativi che metti in circolo.
      Think about.

  2. Quel “continuate” si riferiva, non particolarmente a Oubliette, ma in generale a tutti coloro che pubblicano gli scritti di costui. C’è una rivistina romana, per esempio, che lo ha idolatrato, lo inseriva in ogni numero, sempre riportandone ciò che concerne il suo “realismo sporco”, che è veramente sozzo, puzzolente di feci, umori spermatici e vulvari, nonché latrine e quant’altro di simile, lontano le mille miglia da ciò che si può chiamare poesia. O altrimenti ciò che esprime è solo odio e disprezzo per tutto e per tutti, ché il migliore è lui, e tutti gli altri al massimo gli possono fare da cesso o da tappeto, ché da carta igienica per lui sarebbe troppo. Dato ciò, credi che sia il caso di onorarne la memoria? Ma sai quante persone validissime hanno avuto meriti sublimi che non hanno mai avuto riconoscimento né in vita né in morte? E dovremmo onorar lui solo perché c’è qualcuno che va sussurrando e gridando Bukowski di qua, Bukowski di là? Vogliamo sì o no deciderci una buona volta a dare a ciascuno secondo il suo reale merito o no?
    D. A.

    • Domenico, ripeto. Questa poesia in particolare ha un suo perché.
      Poi capisco la tua critica ma dovresti magari farla ai giornali che lo divinizzano. Non è il nostro caso.

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