L’autore a dialogo con se stesso: Bruno Magnolfi ci svela "Dentro alla tela del ragno", Racconti Minimi

Il blog letterario “Racconti Minimi” nasce due anni fa grazie all’idea di Bruno Magnolfi e dell’illustratrice Giulia Tesoro. Bruno Magnolfi, ogni giorno, da tre anni inserisce un racconto breve nel blog correlato dell’illustrazione dell’amica e collega Giulia. Ogni racconto ha peculiarità inaspettate e ciò che disarma è la tenacia e la passione dei due creatori.

Oggi abbiamo voluto dialogare con Bruno a proposito di un suo racconto pubblicato il 15 settembre 2010 sul blog “Dentro alla tela del ragno”, troverete di seguito il racconto breve diviso in cinque capitoletti che l’autore man mano spiega e commenta come se ci fosse il lettore davanti. Questo è un sistema molto efficace per riuscire a comprendere le infinità di possibilità della mente umana ma soprattutto per conoscere l’autore da vicino, nel profondo dell’intimo. Buona lettura!

“Mi sento completamente vuoto. Giro per casa in ciabatte senza riuscire a concentrare l’attenzione su qualcosa che ne valga la pena. Poi decido di uscire, infilo le scarpe e volo giù per le scale. Guardo attorno la solita strada, ma tutto mi sembra esattamente come sempre, mi avvio e arrivo fino al caffè proprio all’angolo. Entro e mi pare di stare dentro a un documentario già visto alla televisione, la fotocopia precisa di un altro giorno qualsiasi tra tutti quelli che sono trascorsi. Mi siedo davanti al bancone, mi lascio servire una birra, la bevo a piccoli sorsi, ma ho quasi paura di terminarla, dopo non avrò più neanche un motivo per restarmene lì, seduto senza far niente.”

Bruno Magnolfi: Si esemplifica la condizione di una persona qualsiasi, quindi, per estensione, la condizione di tutti; questo quanto sottolineato in queste prime frasi: il personaggio non ha nome, non ci sono punti di riferimento riconoscibili, soltanto piccoli gesti quotidiani comuni a chiunque, ed una sensazione profonda, quella dell’uomo angosciato per non sentirsi niente, per non costituire niente, non servire a nulla, reputarsi una vuota entità.

 


“Infine pago la birra e esco dal locale, giro un po’ per le strade del mio quartiere, mi sento già soddisfatto di non incontrare nessuno che conosco: scambiare le solite chiacchiere, trattare monotoni argomenti, tutta roba che mi fa sentire anche peggio di come mi sento. Poi torno a casa, mi siedo, cerco di concentrarmi su qualcosa che ne valga lo sforzo. Infine in un angolo della parete un piccolo ragno per gradi inizia ad attrarre il mio sguardo: lo seguo mentre tira i suoi fili, niente di speciale, ma mi piace osservarlo, studiare i suoi modi e i suoi trucchi.”

Bruno Magnolfi: La coscienza di questa condizione diventa sopportabile solo a patto che il personaggio non debba confrontare se stesso con gli altri, perché fingere con gli altri di riuscire ad essere indifferente alle sensazioni descritte è un po’ come negare se stessi, incarnare una figura fittizia, un ottimista, un essere socievole, magari al passo coi tempi, piuttosto che un angosciato che non trova motivazioni utili per tirare avanti.
“Vado a prendere la mia piccola macchina fotografica digitale, metto davanti all’obiettivo una lente di ingrandimento da scrivania e scatto diverse istantanee illuminando la scena con una lampada da tavolo. Arriva una zanzara e cade nella rete del ragno. Continuo a scattare una foto sull’altra, fino a che tutto si compie e mi pare non ci sia altro da fare per me. Sono contento di quel lavoro, mi sembra proprio una cosa interessante studiare qualcosa che succede proprio qui dentro casa, sotto ai miei occhi.”

Bruno Magnolfi: Nei racconti brevi di Federigo Tozzi (“Bestie”, Edizioni Theoria), l’apparizione di un animale nella trama di ogni piccola storia spesso appare gratuita, quasi “un messaggio cifrato per accedere all’animo del suo autore”; in questo caso invece il ragno è simbolo dell’essere umano per il personaggio: da solo nel suo angolo ad intessere fili sottili, in silenzio, lontano da tutti. Da qui la sua curiosità crescente, proprio per una irriconosciuta similarità dell’uomo rispetto a quell’animale. Il ragno è un vincente, sta sotto alla luce dei riflettori senza scomporsi, cattura la preda, compie il suo rito, l’uomo segue la sua evoluzione cercando di catturarne lo spirito.

 


“Mi siedo alla scrivania, osservo le foto dentro al display e mi sembrano tutte curiose, qualcuna anche ben fatta, interessanti. Poi mi alzo, giro per casa, prendo una scopa e mi libero di ragno e ragnatela. Riguardo le fotografie: non potrei farle vedere a nessuno, penso. Nessuno si interessa di cose del genere, e chi se ne interessa davvero, riesce senz’altro a fare delle foto molto migliori. Così giro ancora per casa con la mia piccola macchina fotografica, rifletto ancora su tutte le cose, poi seleziono la memory card e cancello tutto quello che ho fatto. Non interessa nessuno quella roba, la gente fa altro, se le faccio vedere probabilmente mi ridono dietro, penso.”

Bruno Magnolfi: Poi, senza un motivo apparente ma con molta coerenza, torna l’apatia e il pessimismo di sempre. L’atmosfera magica cade ineluttabilmente, il ragno diviene solo sporcizia per casa, le fotografie scattate soltanto esercizio che hanno un minimo significato solo nell’attimo in cui vengono compiute, ma che in seguito non riesce più a dare lo spirito del primo momento. La cancellazione della memory card è la celebrazione di un gesto che l’uomo vorrebbe praticare anche con se stesso, con la stessa esatta facilità: abbuiare la sua coscienza vigile su ciò che egli è, in modo forse da ripartire da zero con la capacità di entusiasmarsi che adesso non ha, che ha irrimediabilmente perduto.

 


“Accendo la televisione e mi sdraio sulla poltrona; giro un po’ tra i canali, poi mi fermo su un programma di roba naturalistica, sono documentari bellissimi, tutta roba girata con mesi di pazienza e di appostamenti. Mi viene da ridere a ripensare al mio ragno, poi rifletto che non c’è spazio per uno come me, per qualsiasi cosa io possa inventarmi: inutile prendersela, sono destinato a sentirmi così, vuoto, completamente, è il mio destino, penso.”

Bruno Magnolfi: La chiusura avviene sull’amarezza della condizione dell’uomo: chiunque in casa possiede una poltrona ed un televisore, e lascia trascorrere il tempo come in una sorta di sospensione nell’incoscienza di tutto, quasi un’anestesia per non percepire il tempo, la vita, le possibilità di riscatto. Infine la riflessione finale: io sono ancora meno di un ragno, non c’è spazio per me se non qui, su questa poltrona, davanti al televisore in finzione, ed è il destino dell’uomo contemporaneo, tanto vale cercare rassegnazione.

 

 

 

Vi lascio il link del blog “Racconti Minimi”:

http://magnonove.blogspot.com/

Continuate a seguirci, ci saranno grosse novità!

In foto: illustrazione di Giulia Tesoro

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