"Mia immortale" di Pietro De Bonis, terza posizione della sezione D del Primo Concorso Oubliette

"Mia immortale" di Pietro De Bonis, terza posizione della sezione D del Primo Concorso Oubliette

Set 19, 2011

Mia Immortale” di Pietro De Bonis si aggiudica la terza posizione nella sezione D (poesia edita) del Primo Concorso Letterario Nazionale “Oubliette” promosso dalla web-magazine OublietteMagazine e dalla Faster Keaton Produzioni.

“Mia Immortale”
Vorrei tacere il tuo nome, il mio consenso.

Vorrei vederti sola, nel vuoto. Come la Luna.

Spiarti, proiettata nel buio universale

dove donna scendi e in atomi ti scindi.

Guardare se realmente emani stelle dalle mani

ed espandi venti.

Se della Terra abbracci foci e sorgenti.

Se catturi il rosso di Marte, se rubi la veste a Venere.

Se fluttui nelle danze di Giove e risorgi poi

dagli abissi di Nettuno.

Se schivi le lame taglienti di Saturno

e così il sangue oscuro di Urano.

Se sai far comprendere al mio senno

la via Lattea che sgorga dal tuo seno, se sei tutto questo, tu,

la fune allacciata alla cima dell’inferno, voglio afferrarti.

Oltre il tempo di quel momento.

Se brilli in cielo per un misero suono di cornamusa,

voglio essere io a scriverti quella musica.

Se sei dipinta oltre la pittura, oltre la consistenza della stessa,

il mio costante disturbo pallido servirà a farti ricordare

che sei corpo di donna qui, custodia di verità divina.

 

“Mia Immortale” è risultata vincente per delle caratteristiche poetiche che ora saranno rese note.

“Mia Immortale”, edita nel 2010, è una delle 56 liriche della raccolta poetica “Tempeste Puniche – Il profumo della quiete” per la casa editrice Gruppo Albatros Il Filo. Prima pubblicazione dell’autore. 21 versi accartocciati in un intimismo cosmico che avvolge il lettore come se fosse l’unico destinatario delle parole.

Vorrei tacere il tuo nome, il mio consenso./ Vorrei vederti sola, nel vuoto. Come la Luna./ Spiarti, proiettata nel buio universale/ dove donna scendi e in atomi ti scindi.

L’anafora dei primi due versi solidifica un’intenzione di musicalità che continuerà per tutta la lirica, come se l’autore avesse intenzione di creare una melodia antica. Le richieste dell’io narrante sono legittime e sussurrano alla donna amata le finalità del loro amore.

“Guardare se realmente emani stelle dalle mani/ ed espandi venti./ Se della Terra abbracci foci e sorgenti./ Se catturi il rosso di Marte, se rubi la veste a Venere.”

Una donna divinità che altera l’equilibro terrestre, una donna che dalle sue mani derivano le stelle ed i venti. Una donna che non solo è cielo ma anche acqua, elementi dunque della vita. Ed ancora una donna che fuoriesce dal Mondo per recarsi in altri pianeti del Sistema Solare per rubare il vestito femmineo di Venere e la forza di Marte.

Se fluttui nelle danze di Giove e risorgi poi/ dagli abissi di Nettuno./ Se schivi le lame taglienti di Saturno/ e così il sangue oscuro di Urano.

Ed ancora un’anafora iniziale per prolungare la ciclicità dell’ipotesi ancestrale: la donna segue l’andamento danzante di Giove per poi svegliarsi dall’oscurità di Nettuno, schivando le lame di Saturno ed il sangue di Urano.

Se sai far comprendere al mio senno/ la via Lattea che sgorga dal tuo seno, se sei tutto questo, tu,/

la fune allacciata alla cima dell’inferno, voglio afferrarti.

Ed in un continuum, lei riesce a spiegare alla ragione dell’io narrante che la via Lattea sgorga dal suo seno. L’io, che vede l’immensità nelle possibilità della donna, vuole afferrarla per tenerla fra se, lei che è anche la salvezza dall’inferno.

“Oltre il tempo di quel momento./ Se brilli in cielo per un misero suono di cornamusa,/ voglio essere io a scriverti quella musica.”

Una musa. Non c’è più delimitazione del tempo, la sua musa, la sua donna brilla nel cielo grazie al suono della cornamusa, strumento musicale aerofono, ed è l’io stesso che si prende il compito di scrivere la musica con i suoi versi.

 “Se sei dipinta oltre la pittura, oltre la consistenza della stessa,/ il mio costante disturbo pallido servirà a farti ricordare/ che sei corpo di donna qui, custodia di verità divina.

Ed altre figure retoriche quali l’allitterazione che musicano la lirica al punto tale da sentirla sacra e pagana allo stesso momento, se si prendono ad esame sia la semantica sia il ritmo. La donna metaforizzata come custodia di verità divina è nella Terra un corpo ma è anche il rosso di Marte, la veste di Venere, il sangue di Urano, la velocità di Saturno.

 

    Congratulazioni a Pietro De Bonis per l’ottimo risultato!

Link diretto finalisti Primo Concorso Letterario Nazionale “Oubliette” QUI.

 

Written by Alessia Mocci

 

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